26.12.06

Intervista incrociata a Paco Ignacio Taibo II e a Valerio Evangelisti su IL VENERDI' di Repubblica

IL MESSICO, MITO DI SANGUE E RIVOLUZIONE RACCONTATO IN ITALIANO E SPAGNOLO
di Massimo Calandri



(Da Il Venerdì di Repubblica, 3 novembre 2006. Nella foto in bianco e nero Álvaro Obregón, uno dei protagonisti de Il collare spezzato.)

Uno ha appena lasciato il vecchio appartamento di calle Atlitxo, nel quartiere della Condesa e naturalmente a Città del Messico, dove per tutto l'inverno s'era volontariamente recluso completando Pancho Villa: una biografìa narrativa. Girerà il Sudamerica per presentare il libro, che Pino Cacucci sta traducendo e che dovrebbe uscire in Italia (edito da Marco Tropea) all'inizio dell'anno prossimo. «Un po' di riposo e molto lavoro» dice di sé. L'altro invece ci è giusto rientrato, in Messico, salutando la sua Bologna e tornando in quella casa di Puerto Escondido dove, più o meno “imprigionato” a una scrivania, ha scritto il suo ultimo romanzo, II collare spezzato, che Mondadori Strade Blu sta distribuendo nelle librerie e che completa il suo affresco storico messicano, partendo dalla dittatura di Porfìrio Díaz, passando attraverso la rivoluzione e arrivando agli anni Trenta. In programma ha l'inizio di una nuova avventura letteraria di Eymerich, il monaco investigatore. «Molto lavoro. E un po' di riposo» spiega.
Tutto suggerisce che Paco Ignacio Taibo II e Vittorio Evangelisti parlino e scrivano nella stessa lingua: scrittori e prima ancora cronisti del tempo, curiosi e rigorosi nel concentrarsi sul particolare - «Perché è dalla periferia che si comincia a raccontare, non dal cuore», giura Taibo -, hanno a modo loro scritto la storia del Messico dei primi del Novecento. Quel Messico polveroso e rivoluzionario, violento e suggestivo, il Messico di Villa, Zapata e dei mille governi. Un paese che cent'anni più tardi non ha risolto le sue contraddizioni.
E che il giorno dopo le elezioni si ritrova con due presidenti. Uno ufficiale: Felipe Calderón, l'uomo della destra conservatrice più o meno legittimamente votato. L'altro virtuale: Andrés Manuel López Obrador, leader di quella sinistra che sembrava destinata a subentrare al berlusconiano Vicente Fox, intenzionato a formare un proprio governo a prescindere dai risultati delle urne.
Dicono che ci sia di nuovo odore di rivoluzione, da quelle parti. I due scrittori-storici, complice un collegamento telefonico, provano a raccontare il Messico delle ultime settimane. Comincia Taibo II: «Le istituzioni repubblicane sono vittima di un colpo di Stato elettorale. Hanno voluto calpestare i diritti politici e imporre un presidente impuro». Evangelisti: «Rivoluzione è una parola grossa, visto che il programma di López Obrador è molto moderato» spiega. «E però il Paese ribolle, milioni di persone scendono in strada. La metà dei messicani, che vive in condizioni di povertà, si illudeva di avere finalmente eletto chi li rappresentasse o almeno si curasse di loro, e invece si è vista strappare la vittoria all'ultimo minuto. Aggiungete i sospetti - non infondati - di frode elettorale, e gli interventi massicci sui media del presidente Fox, del clero, della confìndustria e di tutta la vecchia classe dominante: uniti nel gridare alla patria in pericolo e all'imminente disastro del paese, in caso di vittoria della sinistra».
Una beffa, che almeno metà del messicani non intende digerire. Taibo II: «II problema è che grazie a molti media è stata creata una spessa cortina di fumo. Si nascondono i misfatti, e in questo modo si giustificherà un giorno la repressione verso chi non ci sta. Ma le aberrazioni si accumulano, e il limite della sopportazione è sempre più vicino». La forbice tra ricchi e poveri rischia di allargarsi ancora, secondo Evangelisti: «Va tenuto presente che le classi abbienti messicane non hanno niente di una borghesia moderna. Quel poco che producono è in simbiosi con gli Stati Uniti, mentre l'industria autoctona, obsoleta e secondaria, non gode di alcuna reale autonomia. La classe dominante si è essenzialmente arricchita per decenni con i proventi del petrolio, ridistribuiti da un potere politico che, fino a pochi anni fa, aveva un taglio fortemente autoritario, articolato in governatorati che erano altrettante satrapie. In pratica la cosiddetta borghesia messicana, appoggiata allo Stato, ha finito col coltivare atteggiamenti aristocratici, adagiata nelle sue ville lussuose, e col praticare (anche quando di origine indigena) un razzismo molto scoperto, ben visibile ogni volta che si accende la tv».

Che succederà con l'altro presidente, Amlo, che è poi l'acronimo di Andrés Manuel López Obrador?

Taibo II: «Avremmo potuto risolvere tutto ricontando voto per voto, e l'ombra dell'ingiustizia sarebbe stata spazzata via. Invece, se continua così, la spirale porterà inevitabilmente a un confronto duro. L'abuso di potere, la frode elettorale, i governanti che sparano sui sudditi: viviamo un momento preoccupante, in cui i progetti neoliberali fabbricano simultaneamente poveri e milionari». Evangelisti: «La strategia di Amlo non mi è chiara. Formerà un suo "governo itinerante", sull'esempio di Benito Juárez, e il 20 novembre si insedierà dalla piazza della capitale, nel Districto Federai, dove è adorato. Sì, ma poi? Visto che non ha in programma scontri frontali, mi chiedo quale governo effettivo eserciterà. Un ‘governo morale’, suppongo, e come tale condannato alla virtualità. Molto più concretamente, il suo rivale Calderón, che per ora ha difficoltà a presentarsi in pubblico in Messico, ha già avuto riunioni con Usa e Canada per la creazione di un'unione nordamericana con moneta comune e identiche visioni politiche».

Gli Usa. Che alla frontiera con ilTexas hanno alzato un muro come quello di Berlino. Per tenere lontano i messicani. Evangelisti: «Una vergogna, come ogni muro. Vorrei però che l'opinione pubblica cominciasse a indignarsi anche del trattamento infame che il Messico riserva agli immigrati centroamericani che valicano le sue frontiere meridionali. Stupri, eccidi. Non sarebbe male se Amlo dicesse una parola in proposito».
Taibo II: «Gli Usa. Che trasformano tutto in Disneyland. Lo hanno fatto anche con Columbus, la città assaltata dagli uomini di Villa: l'entrata costa tre dollari, ti mostrano il fucile e qualche fotografia».

Marcos para sempre più confinato nel suo Chiapas. Forse ci vorrebbe davvero un altro Pancho Villa.

Evangelisti: «L'eredità di Villa e Zapata la si ritrova nelle attuali rivolte di Ateneo o Oaxaca, represse con ferocia da un esercito e da poliziotti di frontiera di fronte ai quali Amlo è del tutto impotente. Non so se sia bene, per i messicani, essere in certa misura prigionieri della loro storia, e delle figure di ribelli che la dominarono. Nel mio romanzo concedo particolare evidenza ad Álvaro Obregón. Figura meno popolare, ricca di ombre quanto di luci, ma che cercò di incanalare il ribellismo verso obiettivi molto concreti».
Taibo II: «Questi sono tempi cinici. Di discorsi ambigui, di morali ambigue. In tempi come questi si riapre il discorso sulla storia e tornano Zapata e Pancho Villa: con un potere e una potenza nobili. Sono i nostri santi laici, sono il diritto dei messicani - e degli italiani, perché no? - ad avere referenti storici. Abbiamo diritto che gente così protegga i nostri sogni».

13.12.06

Mauro Trotta recensisce IL COLLARE SPEZZATO su IL MANIFESTO

EPOPEA MESSICANA FRA PASSATO E PRESENTE

di Mauro Trotta



[Da il manifesto del 10 novembre 2006. La foto a sinistra ritrae il colonnello Peppino Garibaldi nel 1911, durante la presa di Ciudad Juárez.)

A un anno dall'uscita del Collare di fuoco, arriva nelle librerie il sequel dell'epico affresco di Valerio Evangelisti, incentrato sulla storia messicana fra Otto e Novecento. Intitolato Il collare spezzato e uscito, come l'altro, nella collana Strade blu di Mondadori (pp. 442, euro 16), questo nuovo romanzo si sviluppa in modo indipendente dal primo - al lettore non si richiede praticamente alcuna conoscenza degli avvenimenti narrati nella precedente «puntata» - anche se si presenta come la sua diretta continuazione. Il racconto riprende infatti nel momento in cui si era interrotto Il collare di fuoco (siamo dunque nei primi anni Novanta dell'Ottocento, ma la narrazione procederà poi fino agli albori degli anni Trenta del nuovo secolo) e anche l'inizio - quasi una citazione da film western classico - accomuna i due romanzi in maniera speculare. Nel primo, un rumore di spari annunciava l'incursione di un gruppo di ribelli cortinisti; qui, una nuvola di polvere prelude all'entrata in scena di una colonna di soldati messicani.
Del resto, gli ingredienti che hanno garantito la riuscita del Collare di fuoco ci sono tutti: ancora una volta la narrazione diviene un vero e proprio affresco corale, in cui non emerge un singolo protagonista garante dell'unitarietà del racconto, ma una moltitudine di figure, tutte assai ben definite, che entrano ed escono di scena, senza che ne risenta la coesione del testo. Il collare spezzato si caratterizza così come una sorta di epica moderna che è in grado di mostrare - e soprattutto di narrare - i mutamenti epocali che costituiscono la storia, affrontando le grandi questioni prevalentemente dal punto di vista delle classi oppresse, con uno sguardo che sembra partire da «dietro le quinte». Non a caso, nella costruzione del suo libro, Evangelisti lascia sullo sfondo i personaggi più famosi: figure celebri come Pancho Villa non conquistano mai il proscenio, e solo a Emiliano Zapata viene consentita una breve apparizione in primo piano.
Impossibile, come già per Il collare di fuoco, raccontare in poche parole la trama del romanzo. Rivolte, insurrezioni, repressioni e tradimenti si succedono con ritmo incalzante nell'arco dei quarant'anni narrati, mentre sulla scena si alternano figure di messicani, indiani e statunitensi e i fatti vengono di volta in volta osservati attraverso gli occhi di un ragazzino che diverrà presidente, di un ranger del Texas cristiano fondamentalista, di un'operaia traditrice, di un'ereditiera americana innamorata del Messico ma attenta a difendere i privilegi propri e della sua casta, di un vicesceriffo ladro di cavalli, di un'indigena scampata a un'orribile esecuzione, di due fratelli che da liberali diverranno anarchici.
Anche lo spazio in cui scorre la narrazione diventa più ampio: questa volta infatti gli avvenimenti non si svolgono quasi esclusivamente lungo il confine tra gli Usa e Messico, ma coinvolgono gran parte del territorio messicano. Così come si accentuano i riferimenti al cinema, miscelando l'epopea western di Sergio Leone con il Visconti di Senso, il Peckinpah del Mucchio selvaggio e un certo Rossellini, senza tralasciare il western «politico» degli anni Sessanta, da Vamos a matar compañeros a Quien sabe?. Con la sua consueta maestria Evangelisti riesce a dosare i diversi ingredienti grazie a una scrittura agile, che utilizza al meglio gli stilemi della letteratura di genere e che al tempo stesso (o, meglio, per ciò stesso) si rivela tagliente e raffinata.
E, come accade spesso nei romanzi storici, non mancano i riferimenti, cogenti, all'oggi. Una caratteristica, questa, di quasi tutta la produzione di Evangelisti: basti pensare al ciclo di Eymerich che, muovendosi tra diversi livelli temporali, non si ferma all'epoca dell'inquisitore domenicano, ma investe anche presente e futuro. Del resto, il periodo trattato in questa nuova saga coincide con l'epoca della prima globalizzazione, condotta all'ombra dell'imperialismo, con una integrazione dei mercati addirittura maggiore, secondo alcuni, rispetto a quella attuale.
Nel corso della narrazione non è quindi raro imbattersi in allusioni evidenti al nostro presente. Come quando un personaggio afferma: «Abbiamo una minoranza di ricchi e una maggioranza di poveri? Sarebbe irresponsabile occuparsi della maggioranza: richiederebbe tempo, e non possiamo permettercelo. Meglio lasciare libera la minoranza di arricchirsi ulteriormente, senza balzelli e regole troppo rigide. Il suo benessere finirà col ricadere anche sulle classi umili». O ancora, quando un altro dice: «Per gli americani, dovunque si voti, là c'è democrazia. Purché il risultato assecondi i loro interessi».
Sembra davvero di trovarsi in un romanzo ambientato oggi allorché alcuni personaggi statunitensi invocano la necessità di costruire un muro lungo il confine per impedire l'immigrazione clandestina oppure, a partire dal fatto che i messicani cattolici obbligano le proprie donne a infagottarsi di nero e a coprirsi i capelli, emerge la visione «di un conflitto tra due civiltà, di cui una, quella cattolica messicana, rappresentava l'oscurantismo più fanatico». Né mancano attualissime allusioni alla necessità di «favorire gli investimenti privati». E fra i personaggi c'è perfino un precursore dei moderni kamikaze, pronto a farsi saltare in aria in mezzo ai nemici.
Romanzo appassionante, aperto nonostante tutto alla speranza e al cambiamento, Il collare spezzato rappresenta una ulteriore prova della capacità di Evangelisti di creare opere al tempo stesso avvincenti e profonde. Peccato che il testo, come spesso accade oggi, non sia stato sottoposto a una revisione accurata e presenti a volte fastidiosi errori di stampa.

12.12.06

Su LIBERAZIONE Tonino Bucci commenta IL COLLARE SPEZZATO e intervista Evangelisti


MESSICO PATRIA DELLA RIVOLUZIONE. MA I GOVERNANTI HANNO FALLITO

di Tonino Bucci


(Da Liberazione del 10 dicembre 2006. Nella foto a destra: turista a cavallo americana assiste, nel 1911, alla battaglia di Ciudad Juárez.)

Ci sono tutti, minatori, aristocratici conservatori, signori liberali, generali, indigeni di popolazioni sterminate, donne, prostitute, avventurieri, rivoluzionari, bandoleros. Valerio Evangelisti, nell'ultimo romanzo Il collare spezzato (Mondadori, pp. 444, euro 16), il secondo dedicato alla storia messicana dopo il precedente Il collare di fuoco, ricompone tutte queste figure umane in un unico affresco, una galleria d'umanità variopinta ma epica. Un monumentale ritratto storico del Messico che ripercorre la formazione dell'identità nazionale messicana e il conflitto con gli Usa. Si incontrano i grandi personaggi, dal despota Porfirio Díaz ai rivoluzionari del 1910, da Francisco Madero a Emiliano Zapata e Pancho Villa, fino ad Alvaro Obregón e Plutarco Elías Calles.

Oltre all'intento storico c'è anche l'aspetto letterario, la trasposizione di tutto questo materiale in un registro linguistico "popolare". Il romanzo ricorda per stile certe pellicole come Giù la testa, ad esempio. Si è ispirato al genere cinematografico del western, ad autori come Sergio Leone?

Sono appassionato di questo cinema, soprattutto dei migliori western all'italiana. Sto facendo una piccola opera di divulgazione di questi film in Messico. L'università di Puerto Escondido ha proiettato Giù la testa e Quien Sabe? a fini didattici. Esistono molti film sulla rivoluzione messicana, ma quelli italiani sono riusciti a dare un senso epico che ho cercato di ricreare.

Non c'è il rischio che attraverso questo immaginario cinematografico alcuni grandi personaggi appaiano un po' troppo folcloristici, stravaganti avventurieri?

Ho cercato di evitare il lato picaresco, di evidenziare l'aspetto storico-politico. Ho raccontato il ruolo del pensiero anarchico - anche se viene chiamato liberale - nella rivoluzione messicana e i conflitti razziali. Poi tutto è degenerato in uno Stato autoritario. Una parte della storia è ambientata al di là nella frontiera, negli Stati Uniti, un vicino ingombrante.

Alla fine non si salva nessuno nelle classi dirigenti messicane?

Quasi nessuno. Chiamarle liberali è ambiguo. L'ideologia liberale è una coperta tirata da più parti. A volte è al servizio di interessi conservatori, a volte è progressista. In ogni caso ho insistito sulla pochezza di questa classe dirigente. Ancora oggi le élites sono in simbiosi con gli Usa, mentre la massa della popolazione vive in condizione di miseria.

La storia del Messico è funestata dal genocidio delle popolazioni indigene. Un incidente di percorso o un progetto politico consapevole?

Pesa l'eredità del periodo coloniale, la stratificazione di bianchi, meticci e indios. La classe dirigente messicana si è forgiata piegando i meticci e distruggendo gli indios, riducendoli in schiavitù. Non si salvano neppure i liberali che insorsero contro Diaz. Lo stesso Benito Juárez, che pure era di origine indigena, non fece nulla per gli indios. Se ne vedono i riflessi ancora oggi. Nella televisione non c'è attore, giornalista o presentatore che non abbia la pelle chiara. Neppure i rivoluzionari hanno affrontato il problema razziale. Si illusero d'aver distrutto una classe dominante che invece si riprodusse grazie alle forme autoritarie che sopravvennero in seguito, per l'intreccio tra militari e politica.

Il romanzo scava anche nel razzismo culturale degli Usa fatto di xenofobia, disprezzo dell'altro, fondamentalismo evangelico, convinzione di essere investiti di una missione morale nel mondo. L'ideologia neocon non è un'invenzione nuova?

Anche Porfido Díaz la praticava a sua volta. Il problema di fondo è una sorta di amore-odio per gli Stati Uniti. Dagli Usa arrivano senza dubbio elementi di democratizzazione politica, nello stesso tempo sono il paese che ancora oggi considera il Messico una specie di risorsa economica da annettere. Il messicano medio, da una parte, subisce il fascino degli Stati Uniti, dall'altra gli resiste, non c'è nessuno più antiamericano di un messicano. Ma è pure vero che i messicani imitano alla lettera il modello di vita statunitense. I settori più produttivi dell'economia messicana, fatta eccezione per quello energetico, sono in mano alle corporations americane che installano le loro fabbriche in Messico perché là manodopera costa meno. I profitti prendono poi la via degli Usa e, in parte, finiscono nelle tasche della borghesia locale, che non produce nulla e quando produce, lo fa per conto degli Stati Uniti. E' una borghesia non produttiva, che si attarda in forme di vita aristocratiche e vive tutto l'anno in villette con piscine dentro città devastate.

C'è un complesso d'inferiorità della borghesia messicana rispetto allo stile dì vita americano?

E' un ceto legato alla rendita, alla speculazione finanziaria che imita lo stile di vita occidentale in maniera persino iperrealistica, esagerata. Tutto questo ha origini antiche, è legato un sistema politico che distribuisce male le risorse del paese. L'episodio di Lázaro Cárdenas che nazionalizza il petrolio ha avuto conseguenze positive perché il Messico ne ha guadagnato in autonomia, ma al tempo stesso i suoi successori meno illuminati hanno fatto piovere i proventi del petrolio sulla borghesia senza attuare una redistribuzione. Non esiste alcuna forma di assistenza sociale come noi la conosciamo. Il Messico somiglia molto agli Stati Uniti da questo punto di vista: cliniche private, farmaci carissimi, chi si ammala e non ha soldi è destinato a morire. E questo non nel contesto di un' arretratezza, ma di una modernità traballante.

Il futuro dell'America latina si sta giocando nella resistenza agli Usa di Bush: nazionalizzazione delle risorse economiche e avvio di politiche di redistribuzione della ricchezza. Il Messico può entrare nella schiera di paesi come il Venezuela, che hanno avviato questa politica?

L'America latina, con tutte le sue contraddizioni, è l'unico continente, per ora, che si sta ribellando in massa al neoliberalismo. La più forte rivolta a Bush oggi viene da lì. Anche il Messico, il paese in un certo senso più evoluto per le sue tradizioni e con una leadership morale, il paese che più di altri conserva il ricordo del proprio passato pre-coloniale, che ha avviato la rivoluzione che ha fatto da modello a tutte quante - anche il Messico stava e sta in parte esprimendo questo tipo di ribellione. Ma ci sono state elezioni probabilmente fasulle, con l'imposizione di un presidente che metà della popolazione rifiuta. La tensione è alta. Non vorrei che il Messico rimanesse però troppo prigioniero della propria storia. Pancho Villa e Zapata erano grandi figure di ribelli ma non dei costruttori di Stati. Il Messico rischia sempre di finire nel ribellismo puro. E dall'altra parte c'è sempre una tentazione autoritaria in agguato. Spero che chi legga il mio romanzo - che peraltro è un feilleuton - si faccia un'idea più chiara della complessità del Messico. Anche nella religiosità c'è una stratificazione. Esistono ad esempio immagini sacre raffiguranti la Madonna nella figura di uno scheletro, sotto il nome di Santissima morte. Ho scoperto che si tratta in realtà di una divinità azteca in parte cristianizzata, combattuta dalla Chiesa ma che gode di grande venerazione. Questo è il Messico.

In Svizzera tesi di laurea su Eymerich e su Evangelisti


Nel giugno scorso si è laureata a pieni voti presso la facoltà di Lettere, sezione di italianistica, dell'università di Losanna, Hélène Mondia (nella foto), con una tesi intitolata La figura dell'inquisitore nel ciclo di Eymerich di Valerio Evangelisti. Relatore era il professor Jean-Jacques Marchand.
La tesi è scaricabile in questo stesso sito, sezione Downloads.
Attualmente, all'opera narrativa di Evangelisti sono state dedicate due tesi di laurea in Italia e due tesi di dottorato in Francia.

3.12.06

IL CORRIERE DELLA SERA: Paolo Di Stefano tratta de IL COLLARE SPEZZATO e della narrativa di Evangelisti



VALERIO EVANGELISTI: CHE DISASTRO IL NEOREALISMO

[Il presente articolo di Paolo di Stefano è apparso sul Corriere della Sera del 29 novembre, anonimo a causa dello sciopero delle firme dei giornalisti. Nella foto a sinistra: Ignacia Torres, una delle protagoniste de Il collare spezzato.]

Valerio Evangelisti è uno di quegli scrittori di cui la critica si occupa pochissimo. Eppure vanta una bibliografia di romanzi molto cospicua a partire dal 1994, quando inaugurò il ciclo che ha per protagonista il domenicano trecentesco Nicolas Eymerich. Si direbbe che è più apprezzato all’estero. tradotto in francese, spagnolo, tedesco, portoghese. La trilogia di Magus, biografia romanzata (se così si può dire) di Nostradamus, uscita nel '99, illustra bene il tipo di lavoro svolto da questo scrittore bolognese di 54 anni, che ha alle spalle una minicarriera accademica che ne ha fatto un vero e proprio segugio a caccia di documenti storici: passione che sposa con un altro amore irrinunciabile, quello per la cultura heavy metal, che spesso ne proietta l'immaginario narrativo in una dimensione fantastica noir e persino fantascientifica. Uno scrittore di genere, che si sottrae paradossalmente a ogni rigida classificazione.
Ne sono una conferma gli ultimi due romanzi, Il collare di fuoco e Il collare spezzato (appena uscito da Mondadori), che mettono in campo tutta la potente carica avventurosa di Evangelisti per raccontare il rapporto conflittuale tra Stati Uniti e Messici). Due romanzi storico-fantastici di ampio respiro che vanno alle radici dell' identità nazionale messicana attraverso le storie diffratte di mille eroi. Individui minimi e figure storiche entrate nell'epos collettivo: dall’oscura operaia al dittatore Porfirio Díaz. Evangelisti sembrerebbe uno scrittore totalmente estraneo alla tradizione italiana novecentesca e semmai ispirato dalle grandi epopee cavalleresche del nostro lontano passato se non dai grandi cicli bretoni medievali. «Sin da adolescente - dice - ero attratto dalla letteratura popolare avventurosa, dal poliziesco, dalla fantascienza, il genere che più mi ha condizionato pur ignorando la dimensione psicologica».
Una letteratura più da edicola che da libreria, compreso l'horror alla Lovecraft. «Però - aggiunge - ho sempre amato anche la corposità di moltissima narrativa ottocentesca francese, inglese e russa soprattutto». Dickens, Tolstoj, Dostoevskij, Balzac, Zola «modernizzati» con l'apporto di quella che lui stesso, provocatoriamente, ha definito «paraletteratura»: Ballard, Vonnegut. Manchette e Dick, «il padre di tutti». Paraletteratura nobile, si intende. Certo, Balzac più Manchette più Dick: può anche venirne fuori un bel pasticcio: «Il mio scopo - dice Evangelisti - è di rompere i confini, modificare le formule anche accettando certe regole del genere, come la serialità. Alla fine la mia è una letteratura che può fare quello che vuole sotto gli occhi della critica, non esistono censure: c'è solo una radicalità...».
Dì sinistra, si direbbe. «Non mi interessano le convenienze politiche. La paraletteratura è libera, come era libero il cinema di serie B che, a differenza del cinema di serie A, poteva permettersi di sperimentare». C"è stata in Italia una lunga pregiudiziale neorealista, non solo in letteratura. Tra i pochi scrittori italiani del dopoguerra che hanno puntato sul fantastico, Evangelisti ricorda Calvino, Buzzati e Morselli. «Anche il fantastico, in Italia, ha avuto molte difficoltà: la cultura accademica ha preso sul serio solo il romanzo realistico, il che però non coincideva con il gusto del lettore popolare». Nel dopoguerra neorealismo significava impegno civile: «Dal '45 si è prodotta una cristallizzazione dei modelli narrativi. E oggi impera ancora una letteratura neorealista, mentre il cinema è riuscito a liberarsi prima di questi schemi: accanto a De Sica, che peraltro non era solo neorealismo, c'era Mario Soldati. Direi che la fortuna del cinema è stata quella di essere più legato alle richieste del mercato, mentre la letteratura ha mantenuto una sua austerità, non rispondente alle esigenze del lettore, che le ha impedito di divagare. Ora mi pare che ci siano dei segnali di cambiamento, dei tentativi di evasione nel fantastico che forse le impediranno di morire sepolta dal grigiore».
Anche il romanzo di genere (giallo, noir, poliziesco, thriller...) è stato vittima di preclusioni tra l'accademico e il genericamente ideologico. Oggi, però, le cose sembrano molto cambiate e pare che non si possa più scrivere senza inventarsi un intreccio noir. «Il noir è divenuto una moda e la sua etichetta si applica a tutto, persino al giallo d'investigazione». Che caratteristiche ha il nuovo noir italiano? «Mah, il noir di Ellroy è inquietante, disegna un quadro nero della società, che resta nero anche dopo la lettura. In Francia, c'è una specie di appiattimento generale sulla figura del poliziotto corrotto... in Italia, invece, il poliziotto è sempre buono, è capace di risolvere il caso e noi chiudiamo questi libri con un senso di sollievo e di ammirazione». La corruzione viene rimossa? «Direi che i momenti drammatici vissuti dal nostro Paese, tra mafia e terrorismo, hanno finito per condizionare la letteratura: mettere in scena un poliziotto o un carabiniere che non sia pulito viene percepito come un oltraggio al sentimento comune. Tant'è vero che i nostri noir si concludono sempre con la soluzione del caso e il lettore torna alla pace preesistente». Qualche nome? «Eh no, niente nomi perché poi è tutta gente che devo frequentare». Ride.
Il disprezzo o l'indifferenza della critica per la «paraletteratura», cioè per la letteratura di genere, ha creato una cesura con il lettore reale. Per esempio, molte collane che sono passate attraverso canali alternativi, come l'edicola, pur avendo un notevole pubblico, sono state del tutto ignorate dai lettori professionali... «L'edicola più della libreria è stata la vera fonte dì alfabetizzazione degli italiani, solo che certe collane non sono mai entrate nelle classifiche dei bestseller. Basta pensare a Urania. ai Gialli Mondadori... per non parlare di certi autori, come Scerbanenco. che oggi viene riscoperto alla grande, ma che in vita fu del tutto ignorato. Questa indifferenza ha radici antiche: prima Croce, poi Prezzolini dicevano che il noir era più consono ai popoli germanici che non al nostro Paese soleggiato. C'era una preclusione sugli eccessi di fantasia o su tutto ciò che era avventuroso. La letteratura di genere veniva considerata spazzatura di destra». Forse per questo i suoi romanzi non vengono considerati prodotti italiani? «Qualcuno mi ha rimproverato di non aver scritto romanzi ambientati in Italia, ma io ho sempre viaggiato e il Messico per me è un luogo vicinissimo». Talmente vicino che Evangelisti ha deciso ormai di vivere diversi mesi l'anno a Puerto Escondido.

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