29.11.06

Tommaso De Lorenzis recensisce IL COLLARE SPEZZATO su L'UNITA'



(Da L'Unità del 29 novembre 2006. Nella foto a destra, Valerio Evangelisti accanto al busto di Lázaro Cárdenas, a Veracruz, il 1° novembre scorso)

Ma quanto è lontano il continente americano? Per Sergio Leone, una manciata di minuti utili a fissare su pellicola l’ennesimo paesaggio iberico. Niente aeroplani. Niente rotte atlantiche. Teletrasporto di prima classe, con il culo adagiato su una pila di sogni in celluloide. Ed ecco il polveroso altopiano su cui sfreccia la motocicletta di John Mallory, il dinamitardo di Giù la testa che, per dimenticare una rivoluzione, ha scelto di combatterne un’altra. Com’è dannatamente europeo, perfino italiano, il Messico! Orrendi massacri, cingolati teutonici, ribelli che salgono in montagna e governatori braccati… A pensarci bene, sembra di aver rivisto tutto alle Fosse Ardeatine e a Dongo, nella Milano del ’45 o sulle piste della Resistenza. Forse, il tempo è uno specchio capace di riflettere i trascorsi di chi gli si para davanti.
Valerio Evangelisti, i riverberi della storia, li conosce bene. Con le avventure dell’inquisitore Nicolas Eymerich, incantò e si lasciò incantare, rimbalzando tra la Spagna trecentesca e le profondità di evi fantascientifici. La progressione del plot su piani temporali alternati divenne l’inconfondibile tocco dell’artigiano: uno stilema difeso con cocciutaggine, ma abbandonato con apparente nonchalance. Anzi, negato al punto da risolversi nel suo rovescio. Evangelisti ha trasformato la sortita dalla roccaforte della scrittura seriale in un’offensiva in campo aperto. Da tre romanzi a questa parte, infatti, ha scelto di applicare lo schema di una stringente linearità cronologica. La soluzione è definitivamente consacrata dal dittico messicano che, dopo Il collare di fuoco (Mondadori, 2005), volge al termine nelle pagine de Il collare spezzato. Tra il 1859 e il 1930, prende forma il mosaico della cupa epopea di un popolo. Lo scrittore muove una dozzina abbondante di personaggi principali e organizza un gigantesco stuolo di comprimari. Dal punto di vista delle tecniche narrative, tutto ciò deve aver comportato uno sforzo mostruoso.
Lo spartiacque tra i due romanzi è il 1890, anno in cui falliscono i moti organizzati dai liberali di sinistra contro il sanguinario regime di Porfirio Díaz. Scelga il lettore se rispettare la consecutio o invertire l’ordine dei volumi: tanto, le continuazioni rovesciate in forma di prequel hanno il loro fascino. Non fa differenza se in punta di penna c’è la corrotta corte di Massimiliano d’Asburgo o la ninfomania engagée di Marion Gillespie, l’impassibile Benito Juárez o l’ultimo dei peones, il massone Madero o un ranger fanatico, il generale Obregón o un militante comunista. La coralità di questa prosastica Iliade d’America è sempre restituita in maniera impeccabile, malgrado non trovi corrispondenza in una sistematica diversificazione di stili. D’altronde, la scelta è chiara: registro medio-basso, terza persona a oltranza e tanti saluti al presenzialismo dell’Autore. In altre parole: palla in profondità e gambe d’acciaio. E si tratta di falcate da corridori, su un terreno lungo migliaia di chilometri, raccolto tra l’impalpabile confine con gli States e la penisola dello Yucatán. Nonostante chi scrive sia solito propendere per il romantico beccheggiare sulla zattera di un io narrante, la divergenza, in questo caso, si risolve in un’irrilevante questione di gusto.
Alla base dell’impianto, c’è un sapiente eclettismo che fonde narrativa e saggistica, la tensione nera di American Tabloid e la lucidità di un ipotetico Le lotte di classe in Messico, l’epica delle saghe di famiglia e una buona dose di cinema d’azione. Non solo Giù la testa. Anche C’era una volta il West e l’avanzare della locomotiva, simbolo d’un progresso, ambiguo, che può rovesciarsi in un’esplosione liberatoria. Evangelisti ha compendiato i luoghi del suo immaginario, generalmente coincidenti con gli spazi dell’accumulazione originaria. Negli inferi delle miniere e lungo la ferrovia, nelle mefitiche piantagioni di tabacco e sui moli ribollenti, a ridosso della frontera o nei campi di vaniglia pregni di sangue, si proiettano le ombre della modernità capitalistica. Al contempo, risuona il gemito-vagito di una nascente classe di sfruttati. Il passato messicano diventa riflesso della storia universale, perché in ogni racconto d’oppressione si condensa il senso della tragedia collettiva. Quel «collare di fuoco» made in USA, che strangola i popoli d’America, assomiglia al cilicio destinato a cingere i fianchi del pianeta. E quanta brutalità neoconservatrice ante litteram pare increspare il liberalismo autoritario dei porfiristas. Il continuum si flette nel vertiginoso gioco di corsi e ricorsi. Come in un romanzo di fantascienza. Meglio di un romanzo di fantascienza. Se le strade di Città del Messico o i vicoli di Puebla assediata vi ricordano la Berlino spartachista o la Barcellona dell’Anarchia, beh, ci può anche stare.
Da destra a sinistra, Evangelisti ha redatto un vero e proprio referto psicologico delle dottrine politiche e una cruda disamina della coazione a tradire, passando dall’idealismo reazionario degli ultimi confederati all’onirismo utopico del sindacalismo rivoluzionario, dal cinico liberalismo conservatore al pragmatismo progressista. A ogni orientamento competono azioni e perversioni, miseria e dignità, esitazioni e risolutezza. Con una sola costante: non si salva nessuno. E non ci sono né fulgidi eroi, né veri trionfi. Fateci il callo: questa è la storia.

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