24.2.06

Girolamo De Michele recensisce IL COLLARE DI FUOCO

IL MESSICO COME METAFORA
di Girolamo De Michele



(La presente recensione era destinata a Liberazione ed è rimasta inedita, perché preceduta da quella di Tonino Bucci, reperibile nelle pagine di questo sito del dicembre 2005. Girolamo De Michele - autore presso Einaudi dei romanzi Tre uomini paradossali e Scirocco - l'ha inviata direttamente a Valerio Evangelisti, che lo ringrazia.)

Ci sono, com'è noto, due modi per raccontare la battaglia di Waterloo. Il primo è quello di Victor Hugo: l'intero primo libro della seconda parte de I Miserabili è dedicato alla più celebre battaglia della storia moderna. Il lettore è trascinato all'interno del campo di battaglia, ne apprende minutamente la topografia per averlo percorso in lungo e in largo al seguito delle armate napoleoniche, ne avverte il disegno strategico e quello, più alto, dei grandi disegni imperscrutabili. Dall'oscuro portaordini di Napoleone sino all'intervento di Dio stesso nei destini dell'uomo, tutto deve essere narrato, prima che il losco Thénardier, sciacallo dei propri commilitoni, risvegli inavvertitamente l'ufficiale Pontmercy. Anni dopo, centinaia e centinaia di pagine appresso, il senso di quest'incontro si chiarirà al lettore.
Il secondo modo è quello di Stendhal, nel terzo capitolo de La Certosa di Parma: il ridicolo tentativo di Fabrizio del Dongo di partecipare al rutilante evento storico che accade proprio lì, a un tiro di proiettile da lui. Invano: quel proiettile che lo sfiora è quanto di più vicino alla battaglia, per Fabrizio: il resto è una colonna di fumo bianco, il frastuono al tempo stesso vicino e lontano delle artiglierie, un cavalcare indistinto all'interno del quale sfugge al lettore, come al protagonista, la percezione dell'Imperatore, quattro bicchieri d'acquavite per obnubilare i sensi e trasformare il gran teatro della Storia in una rappresentazione ebbra. Nondimeno, da questa nebbia di polvere da sparo e distillato alcoolico irrompono, quasi per caso, il sangue sparso, un cranio sfondato: in una parola, la morte.
Valerio Evangelisti ha scelto, per narrarci la storia del Messico nella seconda metà dell'Ottocento, il secondo registro. Ci sono rivoluzioni e guerre civili, battaglie sanguinose e massacri efferati, invasioni straniere e guerre di liberazione, imperatori, presidenti, generali e dittatori: di tutto questo il lettore, come in un teatro shakespeariano, percepisce le urla e il furore. Veniamo trascinati sul bordo della Storia, là dove il Grande Evento è sul punto di compiersi: Evangelisti ci lascia in disparte, ci permette di sbirciare obliquamente, di sentire l'odore acre del fumo e della polvere – nulla di più. I capitoli terminano quasi di colpo, e all'aprirsi del successivo un'eco lontana ci dice che qualcosa accadde, un tempo ormai passato. Della Grande Storia non resta che il sangue: un enorme, smisurato banco di macelleria dal quale grondano e si confondono il sangue dei giusti e quelli degli ingiusti, sul quale giacciono le membra macellate delle vittime e dei carnefici. La macelleria di Waterloo è compensata dalla comprensione del disegno storico, dalla consapevolezza di ciò che è finito e, al tempo stesso, è iniziato laggiù. Come il dio indiano solleva Arjuna per permettergli di contemplare dall'alto il corso della storia, e affrancarlo dall'orrore della guerra, così il narratore onnisciente, dall'alto della comprensione critica, può giustificare Waterloo, e farcela giustificare. In questo Messico non succede, non può succedere: il Messico di Evangelisti è la metafora della storia universale, il risveglio dal sogno romantico. Qui non ci sono dèi: la storia non ha maiuscole, è solo un terreno, pianeggiante succedersi di cadaveri, stupri, violenze. Non c'è altro da capire, non c'è niente da capire: questa è la storia, questo è l'unico mondo che ci è stato dato. Prendere o lasciare.
E non ci sono eroi. Invano cerchiamo di seguire le gesta di questo o quel personaggio, sperando di vederlo assurgere a stella di prima grandezza nel firmamento del nostro Messico immaginario. Ci attendiamo uno Zapata, seguiamo un bandolero per vederlo diventare vendicatore dei torti: distrattamente lo apprendiamo morto mentre ancora lo sognavamo a cavallo, perduto in una ballata, in un corrido buono per provocare i gringos. Evangelisti gioca col nostro immaginario per smontarcelo, per riportarci coi piedi per terra: non c'è donna che non desideriamo vedere trasfigurata nell'eroina vendicatrice della sua gente, del suo sesso – inutilmente. Alcune eroine sorgono, raggiungono il centro della scena e da lì sono brutalmente spazzate via senza che il lettore abbia modo di avvertirlo, se non per un sentito dire: Lora La Leona, Carmen Flores, Gregoria Herrera non ci sono più, sono state bandite ed eroine per un attimo, e poi carne da stupro e da smembramento, buone per la forca... Solo nel finale, in modo goffo e farsesco, siamo portati in presenza di una Vendicatrice: ma solo per vedere la sciabola implacabile del Potere riprendersi quella scena che, per un attimo, le era stata sottratta.
Romanzo western, questo Collare di fuoco. Di un western particolare, a metà tra l'ultimo John Ford e il secondo Sergio Leone. Dopo averci narrato l'epica e la leggenda del western, Ford ne aveva smontato la macchina mostrandocelo nella sua vera veste: una favola mendace (L'uomo che uccise Liberty Valance), raccontata da alcolizzati (Sentieri selvaggi) e farabutti senza onore (James Steward). Nel frattempo, Peckinpah e Aldrich mostravano un'altra direzione. La strada percorsa da Ford è stata ripresa dal secondo Leone, a partire da Giù la testa: la strada dei poveracci, dei vinti sulla cui testa la Storia passa senza lasciarsi comprendere – gli Juan e i Noodles. È di questa pasta che sono fatti i personaggi del Collare di fuoco.
E l'autore? Dov'è Evangelisti, in tutto questo? L'autore non c'è – meglio: non c'è l'Autore, quello alla Hugo, con l'H talmente smisurata da signoreggiare le mille pagine della sua epopea con la sua ombra, una smisurata Nôtre Dame (con la sua facciata ad H) che si allunga sulla piazza degli eventi. Evangelisti si spezzetta nei singoli personaggi, è qua e là, dappertutto e in nessun luogo. Si sottrae. Ci priva della consolante frase ad effetto, della massima romanzesca che tutto comprende e tutto risolve nello stile. Si scioglie nella narrazione, e frammenta la narrazione in sequenze slegate, continui sbalzi temporali in avanti. Il segreto di una scrittura fintamente medio-bassa è forse qui: nelle continue sottrazioni di eventi, nell'incompiutezza della pagina narrante rispetto alla vita del personaggio, nell'assenza di soluzioni di continuità tra il prima e il poi. Il lettore è forzato, costretto a riempire quei buchi storici e romanzeschi. Fin dove può arrivare quest'arte della sottrazione? Dipende. Gli Area sottrassero note su note a un Concerto Brandemburghese, sino a lasciarne un'unica nota. Evangelisti non arriva a tanto, la sua musica è ancora riconoscibile – ma solo nella sua architettura di base, nel suo scheletro. Come un macabro decadente, ci mette tra le braccia un corpo femminile solo per farcene sentire il teschio e le ossa che affiorano dalla carne morta.
Cos'è questo scheletro, allora? Forse gli ideali, quei Grandi Ideali, quelle Idee per cui vale la pena di morire? L'eterno conflitto tra Libertà e Rivoluzione, tra il liberalismo e i valori della Rivoluzione francese? Macché: il liberalismo juarista è una favola buona da raccontare ai peones, una scatola vuota che uno dopo l'altro ogni politico può riempire a proprio piacere. E del resto, forse che Evangelisti ci espone questa famosa dottrina? Cosa sappiamo del pensiero di Benito Juárez? Nulla: ciò che serve sapere è, semmai, l'uso che di questo nome fanno i Porfirio Díaz, i dittatori plebiscitari dal sorriso affabile. Quanto ai valori della Rivoluzione francese, basta vedere i soldati francesi all'opera come invasori e macellai per capire che anche in Messico il trionfo della Ragione si è rovesciato nel Terrore.
Ciò che resta è il Collare di fuoco, appunto: cioè il rapporto col potente vicino del nord, la pericolosa, letale protezione nordamericana, quella frontiera porosa e permeabile attraverso la quale gringos e rangers possono arrivare in ogni momento. Soprattutto, quella frontiera inesistente dalla quale passano le idee della modernizzazione, del progresso – Orden y progreso, dicono gli slogan dell'epoca. Idee in nome delle quali il nascente movimento socialista e anarchico è stroncato senza scrupoli, con la stessa ferocia con la quale sono stati massacrati i contadini, gli indios, gli Apache. Il boato popolare che sottolinea le ultime parole del trionfante Porfirio Díaz, che annuncia la fine dell'era delle violenze mentre da qualche parte studenti barbudos arrestati all'alba sono torturati e assassinati, è la degna conclusione di un'epica senza eroi. L'età del benessere e della felicità è iniziata, promette il sorridente Díaz: detto da lui, c'è da crederci.

17.2.06

Gianni Biondillo recensisce IL COLLARE DI FUOCO



da Cooperazione (Svizzera) n. 6, 8 febbraio 2006.

In Italia ci sono scrittori che riescono a malapena a raccontarci, in bella forma e in volumetti scarnificati, il loro io smozzicato e autoreferenziale. Poi c'è Evangelisti, il costruttore di mondi. Autore prolificissimo, che nel giro di una decina d'anni, fra fantascienza, romanzo storico, saggistica, noir, etc. ha sfornato la bellezza di circa venti volumi. Tutti colmi di un immaginario, al contempo pop e colto, che fa venire l'ulcera ad un sacco di letterati patri. Gli stessi che per ridimensionarlo lo definiscono, con disprezzo, un “autore di genere”.
Ma, mi chiedo, Il collare di fuoco, che genere di libro di genere è, fatemi capire... io l'ho divorato credendo di leggere un western e mi sono ritrovato fra le mani un affresco potente della società messicana della seconda metà del XIX secolo; strozzata, appunto, dal collare di fuoco degli Stati Uniti d'America, sempre attenti a trattare il resto del continente come il cortile di casa propria.
Puro intrattenimento? Romanzo d'evasione? Ma vogliamo scherzare?
Certo, è vero, Evangelisti conosce l'arte dell'affabulazione, quella che ti “incolla alla pagina” e che riesce a creare biografie romanzate da personaggi realmente esistiti. Ma c'è qualcosa di più. Il collare di fuoco è soprattutto un romanzo corale dove la selva di personaggi, tutti protagonisti e tutti comprimari, subiscono la violenza della Storia (quella con la S maiuscola) senza riuscire a mutarla, per la sua evidente, aggressiva, superiorità. È un discorso che può fare solo chi la disciplina storica la conosce bene, come Evangelisti (che ha importanti trascorsi accademici), e sa che la narrazione storica non è affatto consolatoria, come certe morigerate fiction televisive o alcuni romanzi di storia patria vogliono farci credere, ma è, semmai, una vera e propria contestazione del presente. Un e allora che riflette, inesorabilmente, un qui e adesso.
Si può, in pratica, fare letteratura popolare senza perderci in impegno politico e in qualità della scrittura. Per come la vedo io è uno dei suoi romanzi meglio riusciti. Ditemi voi cosa ne pensate.

12.2.06

Dal 13 febbraio IL CASTELLO DI EYMERICH su Radio Rai Due


Da lunedì 13 febbraio Radio Rai Due replicherà Il castello di Eymerich, il fortunato sceneggiato radiofonico di Valerio Evangelisti (ispirato al romanzo omonimo) già andato in onda nel 2000. Le 30 puntate, della durata di circa 12 minuti ciascuna, saranno trasmesse ogni giorno, dal lunedì al venerdì, alle 12,10.
La regia è di Paolo Modugno, le musiche, rimaste giustamente note, sono di Alessandro Molinari.
Lo sceneggiato, che nel 2000 vinse il prestigioso Prix Italia (condiviso da Evangelisti con il regista e con la produttrice Annarosa Mavaracchio), narra le avventure di Eymerich in una fortezza che ha la forma dell'Albero della Vita della Kabbalah, nel quadro dello scontro dinastico tra il re Pietro il Crudele ed Enrico di Trastamara, nell'anno 1369, per il controllo del regno di Castiglia. Vede inoltre per la prima volta Eymerich vivere un'impossibile storia d'amore con la giovane ebrea Myriam (comparsa per la prima volta nel romanzo Picatrix, la scala per l'inferno, di imminente ristampa nella Piccola Biblioteca Oscar Mondadori).
La puntate saranno anche ascoltabili sul sito di Radio Due, e scaricabili in podcasting.
Lo sceneggiato Il castello di Eymerich, quando fu trasmesso per la prima volta, ebbe ascolti record. Il romanzo ha avuto una decina tra ristampe e riedizioni.

(L'immagine, tratta da una pubblicazione della Rai in occasione del Prix Italia, è la rielaborazione di un dipinto dell'artista francese Sophie M. Kelsen, oggi residente a Montréal, Canada.)

8.2.06

IL COLLARE DI FUOCO a Tutti i colori del giallo


Valerio Evangelisti è stato intervistato da Luca Crovi nella puntata di domenica 5 febbraio 2006 di Tutti i colori del giallo. L'intervista, della durata di mezz'ora, per una decina di giorni ancora sarà ascoltabile qui.

Altre notizie radiofoniche. Da lunedì 13 febbraio Radio Rai Due replicherà lo sceneggiato in 30 puntate Il castello di Eymerich, ispirato al romanzo omonimo di Valerio Evangelisti, ancora reperibile nella Piccola Biblioteca Oscar. La regia è di Paolo Modugno, la sceneggiatura dello stesso Evangelisti.
Quando andò in onda per la prima volta, nel 2000, il radiodramma a puntate batté ogni record di ascolto, e valse a Evangelisti il Prix Italia, prestigioso premio internazionale, quale migliore sceneggiatore per la radio.

E' anche annunciato, nell'ambito del programma di Radio Rai Tre Dialoghi possibili, a cura di Anna Antonelli e Lorenzo Pavolini, il radiodramma di mezz'ora di Valerio Evangelisti Il processo di Wilhelm Reich. Ne daremo notizia nell'imminenza della messa in onda.

NICOLAS EYMERICH, INQUISITORE in Portogallo


E' uscito in Portogallo, presso le Ediçoes ASA, il romanzo Nicolas Eymerich, inquisitore, con il titolo O Inquisidor. Si tratta dello stesso titolo dell'edizione brasiliana della Conrad Editora, ma la traduzione è differente.
Le Ediçoes ASA hanno già acquistato altri titoli di Valerio Evangelisti.
La presentazione del romanzo, nei risvolti di copertina, si apre con queste parole:

"Nicolas Eymerich, impietoso difensore della fede cristiana, incise col sangue e col fuoco il suo nome nella storia dei nostri tempi. Autore del celebre Manuale degli inquisitori, del secolo XIV, questo personaggio realmente esistito sarà per più di cinquant'anni l'inquisitore più potente e implacabile del regno d'Aragona. E' un personaggio ombroso, deciso, spietato e, in una maniera molto personale, giusto."

L'edizione portoghese, in brossura e di grande formato, è forse la più elegante che abbia finora avuto il romanzo.

ANTRACITE su Urania


E' stato ristampato sul n. 1507 di Urania, febbraio 2006, il romanzo di Valerio Evangelisti Antracite, pubblicato per la prima volta nel 2003. Questo il testo della quarta di copertina:

"Dieci anni dopo la fine della Guerra Civile, gli Stati Uniti sono in balia della violenza di potenti gruppi industriali e minerari. Assoldato come sicario da una setta che agisce tra i minatori irlandesi, i Molly Maguires, il pistolero-stregone Pantera non tarda a rendersi conto che dietro a ciò che appare come un aspro conflitto sociale si nascondono forze che si battono per la conquista del paese. Pantera sa molte cose, per esempio che la vera lotta è tra due possibili corsi della storie, due diverse Americhe: quella che vincerà lascerà la sua impronta sul mondo del futuro."

Antracite è ancora disponibile anche nella Piccola Biblioteca Oscar.

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