22.1.06

LE CATENE DI EYMERICH negli Oscar Mondadori


Le catene di Eymerich, uno dei romanzi di Valerio Evangelisti più ricercati da collezionisti e lettori, è stato finalmente ristampato nella Piccola Biblioteca Oscar. Ecco il testo del risvolto di copertina:

"Pubblicato nel 1995, Le catene di Eymerich costituisce il terzo episodio della saga dell'inquisitore catalano ed è ambientato nel 1360 quando il frate, appena quarantenne ma già da tempo inquisitore generale del Regno d'Aragona, viene inviato in missione in Valle d'Aosta. Qui, nel villaggio di Châtillon, sembra abbia trovato rifugio una comunità di catari sopravvissuti alle persecuzioni. Sulle tracce degli eretici, l'inflessibile Eymerich procede faticosamente nelle indagini: attorno a lui si moltiplicano inquietanti prodigi mentre creature mostruose e apparentemente immortali gli sbarrano il passo. Ancora una volta la lotta di Eymerich contro le forze demoniache si svolgerà a cavallo tra diverse epoche storiche, dalla Germania nazista alla Romania appena liberatasi dalla tirannide di Ceausescu."

19.1.06

STILOS: Gianni Bonina recensisce IL COLLARE DI FUOCO e intervista Evangelisti

ALLA RICERCA DELLA FRONTIERA NELLE DERIVE DI USA E MESSICO

di Gianni Bonina

(Da Stilos - Il quindicinale dei libri, 20 dicembre 2005 - 2 gennaio 2006)


I1 Rio Grande che dal lato meridionale si chiama Rio Bravo, ha conservato sempre il doppio nome, anche quando il Texas era territorio messicano e a maggior ragione dopo: a indicare un confine storico e naturale tra Stati Uniti e Messico, confine continuamente variato nel gioco di conquiste e perdite tra due Stati che sono stati Unioni e Imperi e che ritengono la frontiera un capriccio della storia sempre in vena di ambivalenze e evanescenze. Nel nuovo romanzo di Evangelisti (che nel nuovo continente ha spostato il bagaglio dei propri interessi) c'è un episodio che bene precisa la natura di questa ambiguità. Un ragazzo messicano, che si finge stalliere ma si rivelerà presto una spia, propone a don José San Ramón di lasciargli il cavallo in custodia avendo uno zio proprietario di una comoda stalla, ma don José rifiuta perché non gli crede. Non gli dice però di no: «Terrò presente la tua offerta» gli fa e alla moglie spiega che se gli avesse fatto capire che non lo credeva uno stalliere probabilmente quel ragazzo gli avrebbe rubato il cavallo. Marion, la moglie, che è americana, cerca invano di capire ma non può, non essendo messicana. A sud del Rio Bravo la vita ha non meno di due aspetti, come le terre: chiamate (dai francesi conquistatori e poi da tutti) «calde» se malsane e «fredde» se invece salubri. È una coazione a dividere e moltiplicare in un impulso al proteiforme che non risparmia nemmeno la politica. E don José può così dire che «al Messico non serve una borghesia: servono una aristocrazia cosciente del proprio rango e un popolo mansueto e rispettoso della tradizione», senza dunque mediazioni e classi di mezzo, nella vocazione a creare una doppia e opposta realtà. Dove la storia si riflette.
Il «cacique», per esempio, è la figura figlia legittima di questa filosofia dell'equivoco: è il piccolo capo di un esercito che domina un territorio circoscritto e che è pronto a cambiare schieramento e fazione secondo solo convenienze proprie. E di «caciques» (come di titolati dignitari di palazzo e potenti generali disposti a tradire) è piena la storia messicana a cavallo dei due secoli, segno di un primato della mercurialità che in Messico elegge la multiformità a norma di vita.
Il collare di fuoco, tìtolo che allude alla stringa con cui gli Usa tengono al proprio giogo il Messico, fa di questa retorica dell'inganno e del rivolgimento un pavillon di storie parentetiche, un poligono di figure che si scambiano la scena e i ruoli nonché un'armonica di età diverse, di epoche e personaggi che induce nel lettore un senso di straniamento. La tecnica non è nuova in Evangelisti che ama fare commistione di epoche anche distantissime, ma qui è adottata a sostegno di una tensione che è propria della fabula, fabula la quale non fa che ripetere però la realtà storica. Così Evangelisti prende a raccontarci una parte della storia del Messico attento a coglierne lo spirito e a trasfonderlo su un piano tra duende e saudade, follia e memoria, non esitando - entro questa intenzione - a servirsi copiosamente di termini dell'argot messicano fino a proporre epiteti come «guaranches» e «botas» per indicare repubblicani e democratici trovati chissà in quali pieghe della vicenda dei «tejanos», i messicani rimasti nel Texas dopo averlo perso. Del romanzo, che inaugura una nuova stagione dell'autore della serie di Eymerich, Stilos ha parlato con Evangelisti appena rientrato dal Messico.

Cosa l’ha attratta tanto del Messico per farne un romanzo storico e lavorare già a un seguito? L’avevamo lasciata al porto di New York e pensavamo fosse di ritorno nel Medioevo.

Quattro anni fa ebbi la fortunata occasione di acquistare, a prezzo conveniente, una casa in Messico, a Puerto Escondido (località quanto mai “letteraria”). Oggi vi trascorro alcuni mesi all’anno, non in vacanza, ma lavorando come faccio in Italia. Ero già stato in passato in America Latina, e soprattutto in America Centrale, ma il Messico ha qualcosa di veramente peculiare. Questa esperienza mi ha suggerito di dare una svolta ai miei cicli romanzeschi. Mi ero occupato delle contraddizioni degli Stati Uniti nei romanzi Black Flag, Antracite e Noi saremo tutto. Decisi che le lacune temporali tra quei romanzi le avrei riempite, sì, ma a partire dal Messico, che con gli Stati Uniti ha un antico rapporto di amore-odio. Un omaggio, tra l’altro, al paese che mi ha accolto, la cui storia affascinante è meno nota di quanto si pensi.

Lei fa partire la sua storia del Messico dal 1859 e lascia indietro pagine suggestive come la guerra per il Texas e Alamo sopratutto. Perché comincia da una data tutto sommato interlocutoria?

Da un lato non potevo scrivere un intero compendio di storia messicana. Ci sono autori autoctoni, non tradotti in Italia, che hanno tentato operazioni simili, e si sono occupati della prima metà del XIX secolo. D’altro lato, uno dei miei temi sarebbe stato “la frontiera”, il limitare sempre scavalcato in entrambi i sensi tra Messico e Stati Uniti. Ho dunque scelto di iniziare il mio romanzo con un episodio relativamente poco conosciuto, a cui avevo accennato in altri miei libri: la “guerra di Cortina”, e cioè la prima sollevazione importante dei messicani rimasti “imprigionati” nel Texas dopo che questo era stato annesso agli USA. Evento non trascurabile, perché in esso i rivoltosi, fino a quel momento apparentemente privi di identità ben definita, ne acquistarono una e si riconobbero messicani a tutti gli effetti. Cortina è tuttora considerato dagli attuali “chicanos” un eroe, mentre in diversi film western è dipinto come semplice bandito.

Sapendo che sta lavorando alla parte che riguarda la rivoluzione, dobbiamo tenerci pronti a conoscere figure leggendarie come Zapata e Villa?

Sì, però viste da personaggi ai margini degli eventi, e tuttavia coinvolti in essi. Non mi interessa dipingere eroi, ma piuttosto individui trascinati in un “gorgo storico” non controllato da loro. E personalità ambivalenti. Nel seguito a Il collare di fuoco intendo dare spazio a Pascual Orozco, un alleato di Villa che finì col tradire (appoggiò l’aspirante dittatore Huerta) senza nemmeno accorgersi che si trattava di un tradimento. Non voglio tentare accostamenti impropri e ridicoli, ma in Germinal di Zola ho sempre apprezzato il fatto che il protagonista fosse in sostanza un pavido e un traditore, senza che ciò impedisse l’emergere di un quadro storico e sociale corretto e grandioso. Uno scenario in cui si capiva bene chi avesse ragione e chi torto, e in cui l’avere ragione non implicava l’assenza di errori o crimini.

Per scrivere questo libro (ma presto diventeranno due), lei ha dimorato in Messico. E si vede dal clima che riesce a ricostruire. Ha svolto indagini più nelle biblioteche o girando località?

A Puerto Escondido, dove risiedo, esiste un’università, che ha una propria libreria (situata nel cortile del municipio). Ciò che è curioso è che questa libreria è ricca di volumi vecchi – non di antiquariato, ma fuori commercio – in larga misura di storia. Da lì ho attinto largamente, comperando decine e decine di volumi. Purtroppo il mio lavoro, con i suoi ritmi stretti, non mi consente ricerche di biblioteca. Devo dunque indirizzarmi, oltre che a librerie come quella descritta, ad Amazon e ad altri siti di acquisto on line. Amazon US ha abbondanza di libri in spagnolo, e messico-americani nello specifico. D’altro canto, è indispensabile battere i villaggi del Messico profondo. Anche i più umili conservano tracce e memoria collettiva del loro passato. Non è così in altri paesi dell’America Latina, in cui ogni retaggio è stato cancellato, o sopravvive in poche vestigia (l’altra eccezione, col Messico, è soprattutto il Perù).

Il romanzo è popolato da una ridda frenetica di personaggi perlopiù storici che sono affiancati da figure di fantasia. Sono queste anziché quelle a rimanere maggiormente. Stranamente bisogna dire.

Nessuna figura è totalmente di fantasia. Certo si tratta, per quanto riguarda i protagonisti, di personaggi storici molto minori, di cui in qualche caso ho inventato ex novo la biografia, in altri casi l’ho adattata ai miei scopi. Volevo che la “grande storia”, i grandi personaggi rimanessero sullo sfondo, visti da lontano da figure in qualche misura simboliche, per quanto secondarie. Lo scopo era dilatare le dimensioni del contesto, che appare tanto più grande quanto più piccolo è l’osservatore. Pensando a letture passate, ricordo male le pagine dei romanzi in cui erano in scena direttamente i grandi della storia, mentre quella storia la rivedo ricordando le azioni immaginarie di personalità di secondo piano.

Ma le figure femminili e lo stesso Big Bill Henry sono anch'essi personaggi storici?

Big Bill Henry ebbe un ruolo di un certo rilievo nella storia dei Rangers del Texas, e in particolare nella "guerra di Cortina". E' citato in tutti i testi che trattano di quest'ultima. Margarita Magon fu effettivamente la madre di Ricardo Flores Magon, precursore della rivoluzione messicana. Della sua biografia si sa poco o nulla, e io l'ho ampliata per i miei fini. Ciò vale anche, e soprattutto, per Marion Saltstreet Gillespie. In effetti un capitano Archibald Gillespie, reduce dalla guerra contro il Messico e da quelle contro gli Cheyennes, fu coinvolto nel 1856 nei tumulti razziali di Los Angeles. Che sua moglie, però, si chiamasse Marion, e avesse due figli di nome Rupert e Christine, l'ho immaginato io. Anzi, ho finito per fonderla con un diverso personaggio storico minore, la marchesa di San Roman.

Protagonisti sono gli Usa e il Messico in una pluriennale gara di dominio e resistenza. Ma gli Usa sono più in ombra rispetto al Messico. La Guerra di secessione, per esempio, è solo sfiorata.

Perché il centro di gravità del romanzo è comunque il Messico, ed è sempre lì che finiscono per ritrovarsi i molti protagonisti del romanzo, anche quando sono statunitensi. Del resto, la storia statunitense ha avuto molte trattazioni romanzesche, mentre quella messicana, almeno nella letteratura che circola fuori del paese, assai di meno. Per quanto riguarda la Guerra di secessione mi sono dunque concentrato sui suoi sviluppi oltre frontiera, con l’arrivo in Messico di brigate di sudisti sconfitti, prima desiderosi di ricostituire lì la Confederazione perduta, poi scomodi alleati dell’imperatore Massimiliano. Un episodio pochissimo noto, che consolidò i legami già stretti dei repubblicani di Benito Juarez col governo dell’Unione.

A ben vedere però il teatro è più ampio e ha ragione Big Billy Henry a dire che “il Messico è la scacchiera su cui si combatte la partita tra Usa ed Europa avendo come posta l’egemonia del continente americano”.

E’ incredibile come, dal XIX secolo, l’Europa abbia saputo deludere e oltraggiare un popolo, come quello messicano, che si sentiva a lei vicino. Juarez e gli altri leader liberali adoravano la Francia e professavano una loro versione del giacobinismo. A Città del Messico, a metà dell’Ottocento, la classi colte parlavano francese. Invece gli avidi governanti europei prima dissanguarono i messicani con esazioni d’ogni tipo, poi commisero l’incredibile gesto di cercare di imporre loro un imperatore che nulla aveva a che fare con quel paese. Fu con vero rammarico che gli intellettuali del Messico si trovarono costretti a scegliere gli Stati Uniti quale modello ideale, pur intuendo la pericolosità del nuovo alleato. D’altra parte va aggiunto che incomprensioni dolorose tra Europa e Messico esistono ancor oggi. Per esempio, il sostegno della UE ai propri agricoltori danneggia gravemente quelli messicani. Gli Stati Uniti si comportano esattamente come la UE, però propongono misure compensative più o meno di facciata che gli europei si guardano bene dall’offrire. E’ da più di un secolo e mezzo che l’Europa si è chiamata fuori dal Messico, che pure è paese che condivide larga parte della sua cultura, mentre è riluttante ad assimilare quella statunitense.

Le figure femminili sono molto ottocentesche. Sia l’americana Marion che la messicana Margarita sono delle sognatrici. La loro presenza appare dissonante tra uomini rudi, volgari e sempre sudati, anche ai livelli sociali più alti.

Essendo il romanzo ambientato nell’Ottocento, ho conferito alle donne che vi appaiono comportamenti conformi all’epoca, nella misura del possibile. E’ curiosa l’osservazione ricevuta da una lettrice, secondo la quale un altro personaggio femminile, Christine, non avrebbe la necessaria disinvoltura sessuale. Per il periodo di cui tratto, Christine è fin troppo anticonformista. Quanto agli uomini, sono rudi perché il contesto è rurale e i tempi sono di guerra permanente. Il galateo raffinatissimo che Massimiliano d’Austria cercò di imporre durò quanto il suo impero. Va poi detto che ho cercato di adottare canoni narrativi ottocenteschi, però tradendoli. Così, la forma generale del romanzo somiglia a quella del feuilleton. Se però la si va a vedere da vicino, si nota che la narrazione-fiume è continuamente interrotta, e che i capitoli non sono uno la continuazione dell’altro, nemmeno se li si scorre in base al singolo protagonista. Ogni capitolo è la descrizione di un istante, e lo schema è quello di un mosaico mancante di molte tessere, che però, visto da lontano, rivela il proprio disegno unificante.

Viene proprio da Marion una considerazione molto lucida, secondo la quale “i damerini europei non avrebbero mai domato il Messico e i messicani non avrebbero mai potuto governarlo”. Forse perché americana ripone speranze negli Usa?

Marion è un personaggio molto particolare, almeno nelle mie intenzioni. Sembra raffigurare uno stereotipo, quello della donna ambiziosa, che usa il sesso per i propri fini. Ma ciò è la parte “ottocentesca” di Marion, mentre ce n’è una moderna, consistente nel fatto che non è mai sicura di se stessa. In ultima analisi è proprio questa incertezza il suo movente principale: sembra volersi affermare a ogni costo, e invece è in cerca di una stabilità che le sfugge. E per forza le sfugge: si trova imprigionata in un mondo che non comprende, in una cultura che stenta a decifrare (si tratti di quella messicana o di quella europea, per lei quasi altrettanto misteriosa). Poiché non è stupida, è capace di ragionamenti brillanti come quello riportato. D’altro canto, però, finisce per rimanere imbrigliata fin quasi alla fine nel suo americanismo e nei pregiudizi a esso collegati. Ciò, invece di difenderla, la rende persino più fragile. Vorrebbe ritirarsi dalla storia tumultuosa che la circonda e invece non può, perché la storia la risucchia a ogni passo.

Il “destino manifiesto” è in realtà lo spettro degli States che si allunga sul Messico. Lo chiamavano così i messicani o questa espressione è ancora oggi in circolo?

Quella del “destino manifiesto" fu una vera e propria dottrina, elaborata negli Stati Uniti attorno al 1820, ma che conobbe le sue formulazioni più esplicite verso il 1840. Secondo questa dottrina, che risentiva delle origini puritane, gli Usa non erano uno Stato qualsiasi. Caratterizzato da una “eccezionalità virtuosa”, il paese era votato per “missione trascendente”, cioè per volontà di Dio, a dominare l’intero continente americano. Simile convinzione animò i presidenti degli Usa fino ai tempi di Lincoln. Attualmente non è più in uso, ma mantiene dei riflessi. Ne è un esempio la definizione del Nicaragua come “cortile di casa”, usata da Ronald Reagan. Oggi la definizione è poi pienamente resuscitata, almeno tra gli intellettuali “neocon” e gli integralisti cristiani sostenitori di Bush. Non si applica però al solo continente americano, bensì a tutti i continenti.

La storia turbinosa del Messico è costellata di vertiginosi rivolgimenti politici al ritmo di un tourbillon. E conosciamo una galleria di trasformisti: Cortina che diventa da bandito governatore, Carvajal che da generale diventa bandito. E’ anche questo il Messico di quella stagione?

Sì, e si vedrà di peggio dopo la rivoluzione del 1910. Il fatto è che abbiamo a che fare con un paese in divenire, che acquista coscienza di se stesso nel corso della lotta contro nemici interni ed esterni. I referenti teorici sono scarsi, un’ideologia comune si forma faticosamente. Vediamo così un eroe liberale come Porfirio Diaz convertirsi in uno spietato dittatore, un bandito da strada come Pancho Villa farsi stratega, generali coperti di galloni come Calles, Obregon, Cardenas diventare socialisti. Il Messico si forma come nazione attraverso continui cambiamenti di fronte, in una guerra pluridecennale che, tra episodi gloriosi e altri ferocissimi, ha come pegno il superamento delle profonde divisioni sociali e razziali del paese. Un obiettivo, peraltro, mai completamente raggiunto, nemmeno oggi.

I messicani erano tenuti alla stessa stregua di negri e indiani in quel tempo? Ma volendo metterli in fila verso l’inferno, secondo la cultura dominante del tempo, i primi sono gli indiani e gli ultimi i messicani?

Fatti a lungo oggetto di discriminazioni, i messicani negli Stati Uniti non furono mai perseguitati quanto gli indiani, primi in classifica (in quanto per loro si prevedeva il genocidio), o quanto i negri. Il fatto è che i messicani avevano uno Stato alle spalle, per quanto fragile fosse, e una cultura molto solida. Prepotenze nei loro riguardi avvenivano a livello locale, senza l’avallo di Washington, almeno dopo la Guerra di secessione. Dal canto loro, però, i messicani avvertivano una sorta di fraternità nei confronti dei negri e per una parte almeno degli indiani (fino all’epoca di Diaz, che per compiacere gli Usa si diede allo sterminio degli Apaches). Come narro del romanzo, gli schiavi negri in fuga trovavano ospitalità in Messico. La zona circostante Acapulco, per esempio, è ancora oggi popolata da discendenti di schiavi fuggiti dalle navi negriere o dalle piantagioni del Sud degli Stati Uniti. Nel 1915, poi, gruppi di rivoluzionari messicani concepirono il “piano di San Diego”: un’insurrezione dei loro connazionali delle zone di frontiera, con la riconquista dei territori perduti e la creazione, lungo il confine, di sei Stati con popolazione nera e di altrettanti territori concessi ai pellerossa. Ma di questo parlerò ne Il collare spezzato

17.1.06

PULP: Alessandro Bertante recensisce IL COLLARE DI FUOCO



(da Pulp n. 59, gennaio-febbraio 2006)

Un legame viscerale. Diviso fra l'odio più feroce e la prona volontà di emulazione, spesso sconfinante nel servilismo. Un cappio al collo che il Messico si porta addosso da almeno due secoli. Questa è la storia che ci racconta Valerio Evangelisti nel suo nuovo romanzo. La storia del Messico, il cui destino e le sorti politiche sono indissolubilmente legate agli Stati Uniti, aggressivo e seducente vicino, mai abbastanza soddisfatto della propria influenza. E come nella migliore e più collaudata tradizione del romanzo storico, già percorsa nel precedente lavoro Noi saremo tutto (Mondadori), Evangelisti comincia a raccontare partendo da un episodio misconosciuto: la ribellione, a metà Ottocento, dei latifondisti messicani nei territori del Texas, appena conquistati al Messico. Ribellione subito propagatasi ai confinanti territori messicani e mai veramente domata, parte di quella endemica guerra civile che caratterizzerà la confederazione centroamericana per oltre sessant'anni.
Attraverso le vicende di diversi protagonisti — un ranger texano, una vedova yankee, un possidente ispanico americano, un "bandolero" con la sua banda di fuorilegge — l'autore ripercorre la storia del Messico e la formazione della sua identità nazionale, raccontando la guerra contro Massimiliano d'Austria, la repubblica dell'indio Benito Juarez e la dittatura del generale Porfirio Diaz, fermandosi proprio negli anni precedenti la rivoluzione messicana di Zapata e Villa. Incalzante, realista, privo di retorica ma talvolta capace anche di momenti di grande intensità emotiva, specie quando l'autore si sofferma nella descrizione del sacrificio o dell'eroismo individuale, il romanzo vive di una grande forza epica, grazie a una narrazione di ampio respiro che ci consegna un Evangelisti nuovo, uno scrittore certo più maturo e attento alle sfumature del linguaggio ma anche ai particolari di una ricerca storica seria e approfondita, che guarda con occhio privilegiato ai cambiamenti "strutturali" del contesto sociale ed economico. E ora Evangelisti pare stia scrivendo il secondo capitolo, dove affronterà i primi tre decenni del Ventesimo secolo. Periodo difficile quanto tumultuoso. Materia grezza per un nuovo, grande romanzo.

PULP: Domenico Gallo recensisce GLI SBIRRI ALLA LANTERNA


(Da Pulp n. 59, gennaio-febbraio 2006)

Prima di diventare famoso con il ciclo di Eymerich l'inquisitore, Valerio
Evangelisti aveva pubblicato una serie di saggi storici dedicati ai conflitti sociali che andavano da Storia del Partito Socialista rivoluzionario: l88l -l893, a Il galletto rosso: precariato e conflitto di classe in Emilia Romagna 1880 –l980, Sinistre eretiche e questo Gli sbirri alla lanterna, pubblicato originariamente nel 1991 e oggi giustamente ristampato. Del resto la sua capacità di storico sta alla base anche della sua narrativa, comunque collocata temporalmente nel passato e fortemente influenzata dal periodo storico di riferimento. Anzi, uno dei motivi di successo dei suoi romanzi, e in particolare di quelli ambientati in Nord America, risiede nella forte tensione che esiste tra la vicenda storica e quella umana. I suoi personaggi, infatti, sono i protagonisti della storia, e proprio di quella storia marginale, antagonista e proletaria dei suoi primi saggi. Un esempio per tutti i romanzi Antracite e Noi saremo tutto.
Gli sbirri alla lanterna tratta di un intersecarsi di passioni giacobine, repressione bonapartista, necessità proletarie, rivolta antipapalina. E’ una concomitanza che fa ripensare alla rivolta bolognese del '77 e al crogiolo di pulsioni insurrezionali, artistiche, sottoproletarie, collettive e individualiste. Alla fine del Settecento, il patriottismo e l'eco lontana della Rivoluzione Francese ebbero a Bologna forti componenti libertarie e utopistiche, coraggiosamente indirizzate alla redistribuzione del reddito e al sovvertimento delle classi. Su questa base l'esperienza rivoluzionaria bolognese, meno nota della sfortunata esperienza della Rivoluzione napoletana, è una base per comprendere sia i fallimenti delle sollevazioni popolari che in Italia nacquero sull'aria dell'esperienza francese, sia per approfondire i motivi di un secolo di storia italiana squallidamente monopolizzato dall'espansionismo dei Savoia.

7.1.06

IL VENERDI' DI REPUBBLICA: Loredana Lipperini recensisce IL COLLARE DI FUOCO

EVANGELISTI: MESSICO, NUVOLE E PASSIONE CIVILE

di Loredana Lipperini (da Il Venerdi, 6 gennaio 2005)



Un discorso sui generi letterari potrebbe avere come case history Valerio Evangelisti. Da anni, la sua strada procede su un triplo binario: fantascienza, romanzo storico e western. Da anni, le strade si intrecciano con opere che, tutte, sono rivolte al racconto e alla decifrazione dell'oggi. È così per l'intero ciclo di Eymerich, così per il bellissimo Noi saremo tutto, così, infine, per quest'ultimo Il collare di fuoco. Che, come il precedente, affonda nelle radici della storia americana: le rivolte messicane ottocentesche che adombrano strapoteri e razzismi contemporanei
II collare di fuoco è l'America yankee che opprime e minaccia l'identità messicana. Siamo negli anni tra il 1859 e il 1890. Juan Nepomuceno Cortina, che è messicano e possidente, capeggia la ribellione contro i gringos del Texas. In apparenza un piccolo fuoco, la rivolta si estende e confluisce in quella contro Massimiliano D'Austria: e fra ragazze innamorate, banditi, vedove incerte, gentiluomini passatisti, il romanzo va a delineare la nascita del Messico moderno con la raffinatezza di chi rivisita i romanzi popolari di ieri non per gioco intellettuale, ma per passione civile e letteraria.

6.1.06

FILM TV: Mauro Gervasini recensisce IL COLLARE DI FUOCO

VAMOS A MATAR, COMPAÑEROS

di Mauro Gervasini (da Film TV, 8 gennaio 2005)


Più di un motivo per leggere Valerio Evangelisti in generale e il suo ultimo libro, Il collare di fuoco, in particolare. Per il piacere della lettura, prima di tutto, per una scrittura limpida e netta come quella di Emilio Salgari, capace di materializzare un mondo davanti agli occhi con una manciata di parole. Non sappiamo se sia un dono, forse è "mestiere", in Italia però, e lo diciamo da lettori bulimici, a questi livelli lo hanno in pochi. Evangelisti fa della letteratura di genere, paraletteratura secondo alcuni, ma non noir "mediterraneo", come tanti colleghi più o meno illustri. Frequenta il cupo fantasy dell'inquisitore Eymerich, la sua creatura più celebre, ormai popolarissima in mezzo mondo (compreso il "terzo"), ma anche la fantascienza cyberpunk (Metallo urlante) e addirittura il western. Il collare di fuoco, in effetti, è uno spaghetti western che ricorda Sergio Corbucci (Vamos a matar compañeros, II mercenario) e Giulio Petroni (Tepepa). Nelle sue fìtte 440 pagine troverete tutto quello che potreste aspettarvi da un romanzo così classificabile: bandoleros feroci e rurales corrotti, scorrerie di Apache e duelli all'ultimo sangue, fortini assediati e ranger del Texas, sudisti e nordisti che si scannano, schiavi neri che scappano, fanciulle stuprate dalle "posse", avventuriere pronte a tutto, idealisti democratici e sceriffi inetti... Trent'anni di epopea sviluppati in sequenze, passando di personaggio in personaggio. Il racconto individua una figura sullo sfondo e ne racconta la storia nel capitolo successivo, torna sui figli dei protagonisti di un episodio e ne segue le vicende dieci anni dopo, scivola tra le pieghe dei drammi della Storia soffermandosi sui piccoli episodi, sulle cose apparentemente minimali, sui volti dei peones che sembrano lì a far da contesto e invece sono coloro sulla cui pelle tutto scorre, dolorosamente.
Il collare di fuoco racconta trent'anni di storia del Messico, da quando l'Ancien regime filoeuropeo viene messo in discussione da Benito Juarez, appoggiato dagli Stati Uniti, a quando il suo spietato successore, Porfirio Diaz, torna al potere. Mancano gli anni più "romantici", quelli di Pancho Villa e Zapata, ai quali Evangelisti dedicherà un secondo volume intitolato II collare spezzato (il "collare" in questione è quello che lega come una lama a doppio taglio il destino del Messico a quello degli Usa). Dietro all'avventura e alla Storia, così minuziosamente ricostruita dall'autore, c'è naturalmente la politica, giacché gli Stati Uniti di Lincoln sono gli stessi di Bush, è bene ricordarselo. Tuttavia non è per le seconde letture che questo è un gran romanzo ma per il respiro, lo stile, la carne e il sangue che impregnano le pagine. Perché tutti i personaggi sono realmente esistiti ma la rielaborazione letteraria conferisce una verità che li strappa a forza dall'aridità dei manuali, dei documenti, degli articoli di giornale, persino delle leggende popolari. Né Storia né mito, quindi, ma vita, sporca e a tratti bella, sempre vera. Evangelisti come Cormac McCarthy insomma: e sono gli unici due oggi a riuscirci così bene.

La Potenza di Eymerich


E' in libreria La Potenza di Eymerich, romanzo collettivo degli "ensemble narrativi" KAI ZEN e Emerson Krott (Bacchilega Editore, prefazione di Valerio Evangelisti, pp. 130, € 12,00).
Avevamo già dato notizia di questa iniziativa. Il romanzo narra un'indagine di Nicolas Eymerich parallela a una vicenda futura che si svolge a Potenza, centrata su una questione di scorie radioattive. Ma è difficile riassumere la lussureggiante trama, ricca di spunti socio-politici.
Il volume è corredato da una serie di magnifiche illustrazioni di artisti gravitanti attorno a KAI ZEN, con uno speciale contributo di Francesco Mattioli.
I KAI ZEN presenteranno il romanzo, e altre loro produzioni, in tutta Italia. La registrazione audio di una di queste serate, presso il RIOt store di Milano, è ascoltabile sul loro sito.

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