28.12.05

IL MANIFESTO: Mauro Trotta recensisce IL COLLARE DI FUOCO

UNA RIVOLTA ALL'OMBRA DEL GIGANTE AMERICANO

di Mauro Trotta

(da il manifesto, 27 dicembre 2005)



Valerio Evangelisti nasce come storico - una sua prova magistrale in questo campo, Gli sbirri alla lanterna, è stata pubblicata di recente da DeriveApprodi (Il manifesto del 15 dicembre) - ma da oltre dieci anni si dedica con successo alla narrativa di genere. Convinto della superiorità attuale della cosiddetta «paraletteratura» nei confronti della letteratura d'autore nell'affrontare tematiche «forti» d'ordine economico, politico, sociale, si è sempre servito nei suoi romanzi - fantascientifici, western, noir - degli strumenti dell'indagine storica per far emergere le radici di contraddizioni e conflitti attuali. Così, di volta in volta, il Medioevo dell'inquisitore Eymerich, l'America di fine Ottocento del palero Pantera o quella del secolo scorso di Eddie Florio hanno rappresentato quasi delle lenti attraverso le quali leggere il nostro presente. Insomma, la caratteristica principale dell'opera di Evangelisti sembra essere quella di mettere insieme, facendole reagire, la letteratura «popolare» e la storia. Una tendenza che si conferma e, anzi, appare rafforzarsi tentando strade nuove, nell'ultimo libro dello scrittore bolognese, Il collare di fuoco (Mondadori, pp. 440, € 16). L'argomento di cui tratta il romanzo è la storia del Messico, la sua formazione come stato moderno. Tutto inizia il 16 settembre 1859 a Brownsville, cittadina texana di confine, e si conclude a Città del Messico in una giornata di maggio del 1890. Si parte con l'insorgere di una rivolta, guidata da un possidente messicano, Juan Nepomuceno Cortina detto Cheno, contro i soprusi e le angherie che i suoi connazionali sono costretti a subire nelle terre che un tempo erano loro, e si finisce con un tentativo fallito di rivoluzione durante la manifestazione per la rielezione a presidente di Porfirio Dìaz. Tra questi due avvenimenti, a prima vista minori, si susseguono eventi, avventure, intrighi, che caratterizzano un periodo compreso tra la «rivoluzione» juarista e la normalizzazione portata avanti da Diaz, passando per la monarchia di Massimiliano d'Austria. Trent'anni di storia, in cui si affacciano sulla ribalta una miriade di personaggi, messicani e statunitensi: rivoluzionari, banditi e bandoleros, indios, generali, reduci della guerra civile americana, rangers, vedove, organizzazioni operaie come i knights of labour. E poi ancora, il lavoro come schiavitù, razzismo, deportazioni, febbre gialla, linciaggi.
È praticamente impossibile raccontare la trama di questo romanzo, avvincente e appassionante, il quale deve il suo titolo a una citazione da Justo Sierra, riportata in epigrafe: «Non c'è nulla di tanto pericoloso per un popolo d'America quanto l'amore disinteressato degli Stati uniti. La loro protezione è un collare di fuoco».
La prima cosa che colpisce è l'assenza di una delle costanti narrative della letteratura «di genere». Qui, a differenza degli altri libri di Evangelisti, non c'è un protagonista. Nemmeno negativo, come nel caso di Noi saremo tutto. Non c'è neanche una famiglia, un clan, un gruppo che garantisca unità narrativa al dipanarsi delle vicende. Eppure il romanzo - e qui si conferma la maestria della scrittura di Valerio Evangelisti - non è assolutamente frammentario, anzi conserva sempre coesione e unitarietà. Si tratta di un'opera corale, in cui emergono di volta in volta una serie di personaggi a svolgere quasi, per un certo periodo, il ruolo di solista. Poi escono di scena, sostituiti da altri, per riconquistare la ribalta qualche capitolo dopo.
Un'altra novità rispetto alle prove precedenti è rappresentata dai riferimenti, ad esempio cinematografici, evocati dal testo. Qui, si tratta, mi sembra, di riferimenti «alti». Innanzi tutto, il primo film che viene in mente è Que viva Mexico! di S. M. Ejzenstejn, film a episodi, incompiuto, sulla storia e il popolo messicani, che, nelle parole del grande regista russo, doveva rappresentare il passaggio «dalla animalesca sottomissione alla morte al superamento di tale pensiero nella concezione dell'entità sociale, collettiva». Ancora, si può ravvisare una vera e propria citazione del cinema di Ernst Lubitsch nella scena in cui Margarita Magòn, e il lettore, viene a sapere di cosa stanno parlando il generale Carvajal e gli altri signori dai discorsi dei camerieri in cucina. Ma in realtà è un po' tutta la storia, quella con la S maiuscola, che rimane per così dire sullo sfondo, raccontata attraverso vicissitudini a prima vista minori che danno, però, il senso profondo di quello che sta accadendo. Del resto è proprio questo ciò che da sempre hanno fatto i grandi romanzi storici: raccontare attraverso piccole storie, a prima vista marginali, vissute da protagonisti in qualche modo minori, i cambiamenti, le contraddizioni, la mutata temperie che caratterizzano un'epoca. È nelle «classi popolari», è nella «vita minuta» che si possono rintracciare con più chiarezza i fili che formano il tessuto degli avvenimenti storici.
Non solo, da sempre il romanzo storico non si accontenta di narrare il passato ma parla, e con forza, del presente. E Il collare di fuoco affronta alcune delle tematiche fondamentali della situazione contemporanea. Basti pensare all'atteggiamento imperialistico della potenza statunitense esplicitato allora nei confronti del Messico, oggi a livello mondiale. O al rapporto di odio-amore che lega tanti personaggi messicani al grande vicino. O, ancora, allo svuotamento delle forme democratiche: «I texani, innamorati della democrazia, votavano sempre su tutto; poi non importava che elettori balordi esprimessero preferenze balorde». Soprattutto, però, quello che più sembra parlare al nostro presente è proprio quel protagonista che non c'è. E che può essere rintracciato in tutta quella serie di personaggi, chicanos o statunitensi, diversissimi tra loro, che lottano contro il potere. E che vanno a comporre quello che Lukàcs chiamava l'«individuo storico universale», il quale all'interno del romanzo storico, riunisce e concentra «nella sua personalità la tangibile incarnazione delle forze sociali in conflitto». Certo, nell'analisi lukàcsiana questo era un personaggio storico che nel romanzo - a differenza che nella tragedia - rivestiva un ruolo secondario, ma fondamentale. Nel libro di Evangelisti, invece, è un insieme di personaggi, profondamente differenti tra loro, ma uniti dalle loro lotte, protagonisti per tratti più o meno lunghi della vicenda, che vanno a comporre quella che è la figura centrale anche del conflitto sociale attuale, ovvero la moltitudine.
Del resto, proprio le parole dedicate dal critico ungherese a Walter Scott sembrano attanagliarsi in modo perfetto a quest'ultima fatica di Valerio Evangelisti: «La necessità storica è nei suoi romanzi del tutto inesorabile. Non è però un fato che trascenda l'uomo, bensì la complicata azione reciproca di circostanze storiche concrete nel loro processo di trasformazione, nel loro rapporto di mutua dipendenza con uomini concreti i quali, cresciuti in quest'ambiente, influenzati variamente da esso, agiscono tuttavia in modo individuale, secondo le loro personali passioni. Nella rappresentazione artistica la necessità storica è quindi sempre una risultante e non un presupposto; essa esteticamente è la tragica atmosfera del periodo e non l'oggetto delle riflessioni dello scrittore».
Se Il collare di fuoco è, dunque, un romanzo storico, anzi un grande romanzo storico, resta - e non potrebbe essere altrimenti - nel lavoro di Evangelisti tutta la parte relativa alla letteratura di genere: un linguaggio in qualche modo «medio», asciutto e tagliente, il gusto per l'avventura, continui colpi di scena, un montaggio avvincente e coinvolgente, i riferimenti ad altre opere dello stesso autore - il ciclo di Pantera - quasi a sottolinearne la natura seriale. Ma del resto, soprattutto qui in Italia, Ivanohe, il capolavoro di Walter Scott, non è da sempre considerato letteratura per ragazzi?

Eymerich in Romania



Sono stati pubblicati in Romania, dalla Editura Allfa, i romanzi di Valerio Evangelisti Nicolas Eymerich, inchizitorul (Nicolas Eymerich, inquisitore) e Taina Inchizitorului Eymerich (Il mistero dell'inquisitore Eymerich). Traduttore di entrambi è il professor Radu Gadei, noto italianista.
In precedenza, la Editura Allfa aveva pubblicato la trilogia Magul. Romanul lui Nostradamus (Magus. Il romanzo di Nostradamus), con notevole successo.
La prossima uscita rumena di Evangelisti, presso la stesso editore, sarà Cherudek, anche in questo caso tradotto da Radu Gadei.
I paesi dell'Europa orientale in cui sono state pubblicate opere di Evangelisti sono Croazia, Repubblica Ceca, Serbia e Slovacchia. Dovrebbe essere imminente la traduzione di Magus in Russia.

26.12.05

BLACK FLAG e NICOLAS EYMERICH, INQUISITORE in Brasile



La casa editrice brasiliana Conrad Editora, specializzata in narrativa d'avanguardia, musica, fumetto d'autore, ha pubblicato da poco Black Flag e, in gennaio, distribuirà nelle librerie O Inquisidor, cioè Nicolas Eymerich, inquisitore.
Con l'occasione, Conrad Editora ha creato, all'interno del proprio sito, una pagina dedicata a Valerio Evangelisti, con biografia, foto, link e i primi capitoli di entrambi i romanzi. La si può vedere qui.
E' noto l'amore particolare di Evangelisti per l'America Latina, Brasile incluso; si può dunque immaginare la sua soddisfazione per queste traduzioni.
Prossime traduzioni dei suoi romanzi sono previste in Portogallo, Spagna (Magus), Grecia, Gran Bretagna ecc.

18.12.05

Seconda edizione de IL COLLARE DI FUOCO e intervista a Fahrenheit



A meno di un mese dalla distribuzione in libreria de Il collare di fuoco, la Mondadori sta procedendo alla ristampa del romanzo. La nuova edizione, in vendita rra pochi giorni, conterrà modifiche marginali, riguardanti soprattutto i risvolti di copertina. Nasce dall'esaurimento delle copie in magazzino e dalle richieste dei librai.
Nessun romanzo di Evangelisti era stato esaurito in tempi così rapidi.
Un'ampia intervista a Evangelisti sul suo libro è stata realizzata il 16 novembre nell'ambito del programma Fahrenheit, su Radio Rai Tre. La si può ascoltare qui.
Finora Evangelisti ha presentato Il collare di fuoco alla libreria Feltrinelli di Bologna (7/11), al Megastore Mondadori di via Marghera, a Milano (presentato dal giornalista de La Repubblica Alessandro Bertante) (1&/11), e alla Libreria del Giallo di via Peschiera 1, sempre a Milano (presentato dallo scrittore Gianni Biondillo) (17/11).
Il filmato del primo di questi eventi - Feltrinelli Bologna - sarà presto disponibile on line, e verrà segnalato in questo sito.

(Nella foto, i fratelli Juan José, Pablo e Nicator Herrera: tre fra i molti personaggi de Il collare di fuoco)

NANDROPAUSA: Wu Ming 5 recensisce IL COLLARE DI FUOCO



(da Nandropausa n. 9)
La seconda di copertina de Il Collare di Fuoco, ultima fatica di Valerio Evangelisti, è in un certo senso imprecisa. E' vero, non c'è alcun elemento fantastico o fantascientifico in quello che è, a tutti gli effetti, un romanzo storico di impostazione classica; ma l'opera "si ricollega", eccome, ai lavori precedenti dello scrittore bolognese. Prima di tutto nel senso che ne condivide la preoccupazione fondamentale: rendere conto, questa volta attraverso gli stilemi del romanzo storico, di come "si è giunti a questo punto" nell'evoluzione biologica, culturale e politica della specie, e poi perché il contesto e l'ambientazione sono simili a quelli del ciclo che vede protagonista il buon (?) Pantera - che viene tra l'altro evocato più volte. E' dunque un romanzo tutto interno alla poderosa costruzione fantastorica del nostro: 438 pagine dense di accadimenti spettacolari e personaggi romantici, a cui è facile affezionarsi.
Il Collare di Fuoco del titolo è quello che stringe il collo del Messico (potremmo dire dell'America Latina in genere, il così detto "cortile di casa" della potenza stellata). E' una metafora della sudditanza economica, politica, militare e culturale nei confronti del gigante nordamericano, rapporto complesso e determinante per il futuro del pianeta: odio-amore da una parte, crudo disprezzo, paternalismo e ambigua fascinazione dall'altra. La storia copre quarant'anni di rapporti tra gringos e greasers, è una specie di Giù La Testa epico e dilatato in cui elementi di letteratura di genere, cascami di cultura filmica e precisa documentazione storica concorrono a delineare un quadro potente, assai vivido: rivolte degli indios, lotte operaie, confederati allo sbando, nobilastri europei tronfi e fuori dal tempo, gli Apache di capo Victorio, bandoleros, rivoluzionari…
L'avvio della catena causale che unisce le vicende dei molti personaggi (una vedova americana, un ranger del Texas del tutto dissimile dalla consolante oleografia bonelliana, un possidente ispano-americano, una ragazza messicana innamorata di un bandolero, un ufficiale unionista, un malvivente di mezza tacca, un generale e molti, molti altri) è una tentativo di riscatto. Questa è la chiave di volta del romanzo, dignità e riscatto: nel 1859 Juan Nepomuceno Cortina (nella foto; è il sosia di Sansonetti), un possidente messicano, guida una rivolta in Texas contro le discriminazioni cui i suoi connazionali sono sottoposti in territori che solo pochi anni prima appartenevano a loro. Rapacità e razzismo appaiono come tratto costituente e originario dell'identità norteamericana e non è casuale che autori in presa diretta con la realtà (attraverso la chiave del fantastico, della cronaca o della storia poco importa) abbiano eletto l'America a scenario privilegiato della narrazione e dell'indagine. Perché qui si tratta di riconoscere l'inizio della fine, i germi che portano alla consumazione del secolo americano che (è sotto gli occhi di tutti) avviene tra pianto e stridore di denti.

IL MANIFESTO: Marco Bascetta recensisce GLI SBIRRI ALLA LANTERNA

SANCULOTTI A BOLOGNA
di Marco Bascetta
(da il manifesto del 15 novembre 2005)


In tempi di democrazia modello esportazione e di ritorno della «feccia» e dello «sbirro» agli onori della cronaca (soprattutto quella francese, ma non solo) merita più di un'attenzione un tanto sintetico quanto prezioso lavoro storiografico che lo scrittore Valerio Evangelisti dedicò alla plebe bolognese di fine `700 e alla parabola giacobina in quella città (Gli sbirri alla lanterna. La plebe giacobina bolognese (1792-1797), DeriveApprodi, pp. 160, € 12). In Italia, il triennio giacobino (1796-1799) fu per molti versi un esempio di esportazione del modello repubblicano, spesso corredato di forme e liturgie astruse e precostituite, che non avrebbe potuto svilupparsi se non grazie alla forza militare della «Grande armata», né sarebbe stato in grado di sopravvivere al suo ripiegamento. Tanto che in molte parti d'Italia, soprattutto nelle campagne, la spinta rivoluzionaria incontrò una diffusa resistenza che, in forte misura egemonizzata da poteri e gerarchie tradizionali, reagiva tuttavia anche alla soppressione di antiche prerogative comunitarie e al peso dell'occupazione militare straniera.

Plebe in festa

Così fu nelle Marche, in Umbria, nel Lazio, nell'Italia meridionale, dove la «Repubblica», pur invocata dagli esponenti dei ceti più illuminati e dinamici e sostenuta da settori più o meno estesi del malcontento popolare, apparve ai più come una severa «pedagogia politica», imposta dall'esterno e per giunta assai poco disinteressata. Tanto da far così commentare a un cronista di parte papalina ma non privo di arguzia e di intelligenza politica, il chierico Giovanni Maria Sala, il rapporto tra la Francia e l'effimera Repubblica romana: «E' troppo giusto che la Repubblica Madre detti legge alla Repubblica Figlia, che trovandosi in fasce non è capace di regolarsi da per se stessa. Una cosa però sarebbe da avvertirsi. I pargoletti succhiano il latte dalle poppe delle loro madri; nel caso nostro, per un raro fenomeno, la Madre succhia il latte, o diciamo meglio il sangue della figlia». La maliziosa osservazione è piuttosto pertinente riguardo alla politica di potenza condotta dai francesi in Italia, tutt'altro che inclini ad assecondare un corso decisamente rivoluzionario degli eventi nella penisola. E non sarebbe del tutto impropria neanche volendo fare i conti in tasca a certi esportatori contemporanei della democrazia parlamentare. Ma su un altro versante il mordace chierico si sbaglia, o meglio preferisce correggere a suo uso e consumo la verità dei fatti.

Di quelle fasce «plebee» che accolsero con entusiasmo l'arrivo dei francesi, che reclamavano e festeggiano rumorosamente l'erezione degli «alberi della libertà», scrive essere «feccia» prezzolata di nullafacenti e criminali, pronta a vendersi al miglior offerente, priva di giudizio e di aspirazioni proprie (antenati della racaille di Sarkozy?). E' precisamente questo stereotipo che lo scritto di Evangelisti convincentemente demolisce, a partire da un caso particolare, quello di Bologna tra il 1792 e il 1797. E lo fa con grande maestria narrativa e sostanziosa documentazione storica. Introducendoci allo svolgersi degli eventi attraverso una vivida descrizione della miseria, dell'esclusione, dei soprusi e dello sfascio economico che contraddistinguono la città papalina nel XVIII secolo.

Mendicanti, banditi, galeotti ed ex galeotti e una plebe urbana, servile, operaia e artigiana, sempre sul punto di precipitare in questa condizione di esclusi al minimo variare della congiuntura o della «fortuna» individuale. Non è un caso che fosse di indiscussa origine popolare il primo piano insurrezionale, scoperto e sventato nell'agosto del 1792, tanto inquietante da essere stato rapidamente coperto da una coltre di silenzio che, a tutt'oggi, rende impossibile ricostruire nel dettaglio gli eventi e i progettati sbocchi politici. In ogni modo, tra gli arrestati, si contavano due domestici, un falegname, un lardarolo e un lanternaio e tra i bersagli dell'insurrezione non figuravano solo gli esponenti del potere politico e la nobiltà, ma anche, e forse soprattutto, i cittadini più facoltosi di Bologna. E ancora la plebe bolognese, reclutata come più che altro come massa di manovra nel velleitario tentativo rivoluzionario, improntato al patriottismo comunale, del «borghese» Luigi Zamboni nel 1794 (patetico nella sua ingenua dinamica quanto tragico nei suoi esiti), rivelerà una soggettività propria, un proprio modo di agire e di valutare le circostanze.

La «Rivoluzione Madre» farà poi il suo ingresso armato in Bologna il 19 giugno 1796, ma con intenzioni tutt'altro che rivoluzionarie, limitandosi a sostenere l'autonomia della città felsinea dallo Stato pontificio, e contando sui settori dei ceti più elevati ma meno compromessi con l'antico regime per garantire, attraverso il Senato, una stabilità all'insegna della più guardinga prudenza istituzionale e la salvaguardia dei grandi patrimoni. Non sarà dunque la «pedagogia politica» della «Grande armata», ma il forte legame tra il partito giacobino di Gioannetti, Greppi, Pelagalli e dei fratelli Ceschi con la plebe bolognese e con i primi embrioni di classe operaia, a determinare la forza, il successo e la radicalità del giacobinismo felsineo, tanto quanto l'assenza di questo legame avrebbe causato la debolezza, quando non il tragico destino dei rivoluzionari in altre parti d'Italia. Tra l'autunno del 1796 e l'estate del 1797, grazie anche alla confusione «geopolitica» che si rifletteva sugli equilibri italiani, con la loro veemente oratoria sostenuta da una costante pressione popolare, punteggiata di scioperi, tumulti e rivolte come quella contro la svalutazione del carlino, Gioannetti e i suoi seppero tenere sotto scacco le istituzioni e i ceti più facoltosi, imporre leggi ed espropriazioni, revocare provvedimenti e ottenere il «rispetto della canaglia» e cioè della parte più misera della popolazione. Sembra una rivendicazione antica, ma c'è ancora oggi chi è costretto a riproporla.

Le masse e le avanguardie

Questo disprezzo, accompagnato da ogni sorta di vessazioni impunite, di soprusi, di maltrattamenti e arresti arbitrari, che segnavano la vita quotidiana della plebe bolognese si incarna immediatamente negli sbirri al servizio del Senato, contro i quali la «canaglia» e la guardia civica ingaggiano una lotta senza quartiere. «Gli sbirri alla lanterna» è il grido dei popolani bolognesi ed è anche il titolo della narrazione storica di Evangelisti. E il comportamento degli «sbirri», quelli di un tempo, così come quelli contemporanei nei ghetti metropolitani, è percepito come il segno tangibile di un assetto sociale iniquo, come un fatto politico. La storia della Bologna giacobina testimonia, sia pure in modo embrionale, di una soggettività popolare in formazione, sensibile ai fermenti che attraversano l'Europa del tempo e alle occasioni che la congiuntura politica apre, capace di condizionare in senso radicale fazioni e «avanguardie politiche», ben diversa dunque dalla «feccia prezzolata» al soldo dei francesi descritta dal chierico romano, e anche da una pura massa di manovra alla mercé di qualche scaltro demagogo. Ma, al tempo stesso questa storia svela la strumentalità, il cinismo, l'aspirazione al dominio che si celano dietro l'universalismo della République e la sua ragion di stato.

Gli oppressi, insomma, possono vestire tanto il berretto frigio dei sanculotti, quanto incolonnarsi dietro le croci sanfediste inalberate dal clero conservatore, in entrambi i casi con motivazioni comprensibili. Al tempo nostro sembra prevalere ahimé la seconda soluzione. Ma una alternativa è sempre possibile, la Bologna narrata da Evangelisti invece della Napoli commentata da Vincenzo Cuoco. Mai abusare dei paragoni storici, tuttavia dalla storia del triennio giacobino qualche insegnamento possiamo ancora trarre. E il libro di Evangelisti è un ottimo modo per cominciare.

12.12.05

LIBERAZIONE: Tonino Bucci recensisce IL COLLARE DI FUOCO (e intervista Evangelisti)

EVANGELISTI: "MAI GRINGOS. ECCO I MESSICANI CHE RESISTONO AGLI USA"
di Tonino Bucci
(da Liberazione del 22 novembre 2005)



L'ultimo romanzo conferma la tendenza già avviata nei lavori precedenti, dedicati perlopiù alla storia del continente nordamericano nell'ultimo secolo. Ma come nel caso di Antracite e Noi saremo tutto, anche ne Il collare di fuoco - questo il titolo del suo ultimo libro edito da Mondadori (pp. 444, euro 16,00) - Valerio Evangelisti preferisce raccontare una storia diversa, invisibile, sottaciuta dalle visioni abituali. Che si tratti dell'epopea della ferrovia e delle compagnie minerarie negli Stati Uniti dell'800 oppure della vicenda di un mafioso italo-americano negli anni Trenta o, ancora, della formazione dello stato nazionale in Messico, la scrittura di Evangelisti è sempre un lavoro di critica del potere, uno scavo nella memoria per demistificare la maschera di cui si copre e riportare alla luce le lotte di chi lo ha contrastato. Emerge un mondo popolato da eroi romantici e avventurieri, anarcoidi, disincantati, a volte persino privi di scrupolo ma tanto avversi per natura al potere da finire, prima o poi, per schierarsi con i deboli.
Con Il collare di fuoco l'attenzione si sposta alle vicende che accompagnano nella seconda metà dell'Ottocento la formazione dello stato nazionale messicano. La storia prende avvio da un episodio all'apparenza insignificante, la rivolta in Texas di un possidente messicano, Juan Nepomuceno Cortina, che nel 1859 si mette alla guida di un movimento contro le discriminazioni cui sono soggetti i propri connazionali. Nonostante sia proprietario di terre, Cortina è come tutti gli altri messicani vittima di vessazioni. La sua gente è oggetto di forti sentimenti xenofobi da parte dei gringos che abitano il Texas, terra fino a poco tempo prima appartenente al Messico e poi strappata dagli Usa. La rivolta che comanda sembra, agli inizi, un fenomeno passeggero. Gli anglos e il loro braccio armato - rangers, unità regolari e bande improvvisate - si illudono di poterla soffocare col minimo sforzo. E invece i disordini si estendono. Dopo il Texas anche il Messico ne viene sconvolto. I rivoltosi si uniscono a Benito Juárez e alla lotta contro Massimiliano d'Austria. Il romanzo segue le vicende successive, l'indipendenza, la dittatura di Porfirio Diaz, le tappe di una modernizzazione contraddittoria, le rivolte contadine.

Il Messico ha avuto nella sua storia legami forti con gli Stati Uniti. Scambi economici, flussi d'emigrazione, soprattutto dalla frontiera messicana verso gli Usa. Ma è anche una storia di divisioni, conflitti, rivolte. C'è qualcosa d'irriducibile nella storia del Messico, qualcosa che affonda le radici nelle popolazioni indigene sterminate dal colonialismo e dallo sfruttamento economico? Di quelle origini cosa si è conservato nell'identità nazionale del Messico di oggi?

La storia del Messico è ricca e incredibilmente complessa, e tutti i tentativi per cancellarla dalla memoria sono risultati vani. Tra questi tentativi annovererei anche quelli dell'attuale presidente Vicente Fox, che tenta di imporre al Messico il modello statunitense e cerca di integrare il paese al suo potente vicino, sia sul piano economico che su quello culturale. Sebbene il rapporto dei messicani con gli Usa sia di amore-odio, la loro identità rimane ben distinta da quella "gringa". Lo si vede da un esempio: un italo-americano di seconda o terza generazione è di fatto uno statunitense a tutti gli effetti. Al contrario, la maggior parte dei messicani emigrati negli Usa resiste all'assimilazione, specie se sono di origine india. Va aggiunto un elemento che pochi conoscono. In Messico sono ancora ampiamente diffusi dialetti come lo zapoteco e altri che risalgono direttamente all'età preispanica. Non sono bastati secoli per riuscire a sradicarli.

Il collare di fuoco si svolge a cavallo della frontiera tra Usa e Messico. Alcuni personaggi, come la ricca vedova o il cinico ranger, esprimono un patriottismo americano costruito soprattutto sul razzismo contro i messicani. Questa cultura xenofoba c'è ancora? C'è una discriminazione contro le comunità d'origine messicana, i chicanos, che vivono all'interno degli Stati Uniti?

Per quanto ne so io, il razzismo contro i chicanos esiste ancora, anche se ha perso alcune delle sue espressioni più virulente. Oggi si manifesta soprattutto nella lotta contro l'immigrazione clandestina negli Stati Uniti, guidata da leggi che permettono ogni abuso e negano al clandestino anche i diritti più elementari. Tuttavia anche messicani che vivono negli Usa legalmente lamentano forme di discriminazione, credo legate a quella difficoltà di assimilazione di cui parlavo prima.

Una domanda che esula dal suo ultimo lavoro. Nei romanzi precedenti lei ha spesso raccontato in forma fantastica intrecci tra tecnologia e oscurantismo. Ha raccontato scenari di armi tecnologiche fantascientifiche, di regressione degli uomini alla barbarie, di universi ultramoderni e medievali al tempo stesso. Oggi sappiamo dell'uso di napalm e fosforo da parte dell'esercito americano in Iraq. Dobbiamo raccontare in chiave fantascientifica anche il nostro presente?

Credo che la fantascienza, più che prevedere scenari futuri, sia una lettura del presente in forma metaforica. Se spesso, in tanti suoi autori, ha descritto regresso invece che progresso, è perché quegli scrittori ne coglievano i segni attorno a loro.

8.12.05

IL MUCCHIO: Alessandro Besselva recensisce IL COLLARE DI FUOCO



Non c'è nulla di tanto pericoloso per un popolo d'America quanto l'amore disinteressato degli Stati Uniti. La loro protezione è un collare di fuoco. Ecco la citazione, datata 1905, autore tale Justo Sierra, che apre il nuovo romanzo di Valerio Evangelisti, ed ecco spiegato il titolo. Non mancherà, immaginiamo, qualche fan frustrato per la continuazione della saga di Eymerich rimandata a data da destinarsi per l'ennesima volta: anche in questo caso infatti, come accadeva nel precedente Noi saremo tutto, l'ambientazione del romanzo è di tipo puramente storico. Differente la modalità del racconto: se in quel romanzo eravamo costretti a seguire le vicende dell'abbietto e sanguinario Eddie Florio attraverso sguardo e pensieri del personaggio, questa volta le voci che ricordano le intricate vicende messicane tra il 1859 e il 1890 sono più d'una, inscindibilmente intrecciate agli eventi.
Particolarmente azzeccato il ritmo dei capitoli, che procedono per lievi scarti temporali, mentre la scrittura è quella che conosciamo, affilata, acuta, pignola ma sempre scorrevole. Gli intrighi, i cambi di fronte e il destino che perseguita un paese da sempre oggetto di sciacallaggio si susseguono fino ad un finale disilluso ma in fin dei conti aperto, che immaginiamo fornirà lo spunto per allacciarsi ad un seguito già annunciato, Il collare spezzato, ambientato nel secolo successivo.
Quello che resta al termine della lettura è ancora una volta - ci rendiamo conto di averlo ripetuto fino allo sfinimento, di romanzo in romanzo, ma così è - una analisi lucida che tira fuori da una accuratissima ricerca storiografica sangue, nervi e una crudezza mai superflua, che sarebbe piaciuta a Sergio Leone. Evangelisti rappresenta uno di quei rari casi, almeno dalle nostre parti, di scrittori di genere che fanno letteratura, senza snobismi ma con un senso narrativo d'eccezione, che li colloca al di fuori del loro stesso ambito, un discorso vero per la saga di Eymerich come per Il collare di fuoco. Anche noi abbiamo il nostro James Ellroy, che come il suo collega ama scavare e riportare alla luce i retroscena della Storia, infilando la lama in ferite mai cicatrizzate. E non ha ancora perso un colpo.

5.12.05

CARTA: Daniele Barbieri recensisce IL COLLARE DI FUOCO

RIVOLUZIONE IN CORSO
(da Carta n. 44, 28 novembre 2005)



Fra gli spari che risuonano alle quattro di mattina del 16 settembre 1859 e l’ingenuo volantinaggio anti-governo del maggio 1890 sia il Texas (Téjas, lo chiamavano prima dell’annessione agli Usa) che il Messico si infiammano più volte. Si lotti per la difesa de los hermanos mexicanos contro i gringos o ci si perda nei labirinti delle guerre fra il presidente Benito Juarez e l’improbabile Massimiliano d’Austria; ci si ritrovi alle prese con gli sbandati (senza però essere sconfitti sul campo) sudisti della «brigata Shelby» o con i primi passi dei Knights of Labor, organizzazione dei lavoratori semi-clandestina, sempre bisogna fare i conti con la constatazione e insieme profezia scritta nel 1905 da Justo Sierra: «Non c’è nulla di tanto pericoloso per un popolo d’America quanto l’amore disinteressato degli Stati Uniti. La loro protezione è un collare di fuoco». Ed è qui ovviamente uno dei motivi d’interesse nel romanzo storico di Valerio Evangelisti che prevede un seguito (Il collare spezzato) con il quale arriveremo fino agli anni Trenta del ‘900.

A dominare la scena è la rivolta prima e la leggenda poi della «guerra di Cortina» ovvero di Juan Nepomuceno Cortina detto Cheno, possidente messicano che si ribella all’arroganza degli anglos nel Texas annesso agli Stati Uniti. Rivoluzionari veri e più ambigui banditi, generali coraggiosi e altri felloni (come il dittatore Porfirio Diaz Mori) ma anche Margarita Magon, una ragazzina destinata a diventare dirigente sindacale, sono alcuni dei personaggi che si muovono sul versante messicano o sul confine del Rio Grande (o Bravo, a seconda se a parlarne sono gringos o «greasers bastardi»). Al centro del Collare di fuoco sono però anche statunitensi. Qui soprattutto tre: l’avventuriero, pronto a tutto, quasi un demonio, William Robertson Henry detto «Big Bill»; l’ambiziosa Marion Saltstreet, sempre a caccia di mariti o di amanti potenti; infine un uomo dai mille volti (c’è un colpo di scena che ovviamente non si può anticipare), William Augustus Nichols. In quel periodo storico il Messico è «la scacchiera su cui si combatte una partita fra Washington e le capitali europee» ma è anche laboratorio di un sedicente progresso che in teoria si incammina su ferrovie e istruzione ma nella pratica si affida «a binari segreti, non tanto facili da confessare».

Chi già conosce Valerio Evangelisti sa che il rigoroso storico si affida a personaggi realmente vissuti mentre il romanziere li adatta e li trasforma: ammesso che esista una sola verità (con la maiuscola o con la minuscola) non gli interessa troppo. Questo Messico come gli Usa del bellissimo Noi saremo tutto (uscito un anno fa, sempre da Mondadori) incrociano immaginario e vicende realmente accadute, svelano le infamie del potere e i disperati tentativi degli oppressi di rovesciare l’ordine costituito… contro di loro. Le etichette fantascienza o fantastico – come per il lungo ciclo di Eymerich – di noir o di romanzo «storico» affascinano i pedanti; non interessano affatto chi si lascia trascinare nel gorgo di oltre 400 pagine e alla fine si arrabbia perché “il seguito” non è ancora disponibile.

Verso la fine del libro (appunto nel maggio 1890) incontriamo il giovane Ricardo Flores Magon e i suoi fratelli. Probabilmente ripartirà da qui Il collare spezzato. Chi non s’accontenta di leggere ma dal Messico - di ieri e di oggi - pensa di poter imparare qualcosa forse già sa che Flores Magon è il nome di un progetto solidale sostenuto dai libertari anche italiani (02 2551994 per chi vuole dare una mano).

Di sfuggita incrociamo due volte il nome di Pantera, il pistolero-stregone messicano incontrato in Metallo urlante, Black Flag e Antracite. Chissà se in questo modo Evangelisti preannuncia un qualche romanzo-ponte fra tutti i suoi cicli, come già fece Isaac Asimov; come ricordano gli appassionati, le terribili vicende dell’inquisitore Eymerick sconfinavano su altri piani temporali, fino al passato prossimo (Wilhelm Reich vi compare più volte), al presente o a qualcuno dei «possibili» futuri. Vedremo.

Deportazioni, razzismo, il lavoro come schiavitù (le ferrovie, le miniere), il vomito negro cioè la febbre gialla, l’inno nazionale messicano che perde per strada le strofe scomode, chi indossa divise per un ideale e chi invece è un killer a pagamento, straccioni che si organizzano in posse o in eserciti… c’è tutto questo: come sempre in Evangelisti mescolato in modo sapiente a personaggi difficili da dimenticare. Il potere è senza veli. «Donne, bambini e negri li si doma tramite punizioni giuste e severe. Con il messicano, come con l’indiano, si dialoga bene solo se è morto» spiega Big Bill. Mentre la bella Marion sogna che «un giorno l’intero Texas sarebbe stato un Paese civile, di soli bianchi, educati e gentili». Nel frattempo gli educati bianchi e qualche messicano asservito («Una scimmia nera che ci ama») organizzano torture e linciaggi, condannano a morte senza aspettare il processo perché «la democrazia è la nostra forza»; non manca, è ovvio, qualche prete come Pariot pronto a benedire gesti risoluti (l’impiccagione e lo scempio del ribelle Cabrera) perché «non vedo peccato se qualcuno cerca di uscire da tanta angoscia dando un esempio ai malvagi». Per gli statunitensi, del Nord anti-schiavista o del Sud secessionista, c’è comunque un «destino manifesto» che li costringe a comandare anche in casa d’altri.

Poco spazio per l’amore, molto per il sesso come tassello e strumento del potere. Persino quando i sensi finalmente travolgono Christine e Juan il risultato principale è negli infami articoli che titolano «Proprietaria americana si lascia sedurre da un mestatore messicano: passione o complicità?». Occhio all’uso di “americani” per indicare solo gli statunitensi: come ricorda Evangelisti, se pure i messicani abitano lo stesso continente non hanno diritto a quel nome in quanto pezzenti, selvaggi, feccia. «Da quando la canaglia si occupa di economia?» chiede il generale e presidente Porfirio Diaz quando la protesta popolare dilaga. Più o meno quello che hanno commentato o pensato i potenti del mondo un secolo dopo allorché, contro la nuova schiavitù imposta dagli Usa al Centro-America, hanno fatto irruzione sulla scena del mondo – e lì sono rimasti – altri ribelli, nel nome di Zapata e dei popoli indigeni, massacrati eppure mai domati.

L’ultimo e ironico capitolo, «Le barbe dei cospiratori», annuncia che, come sempre in Messico, la rivoluzione è rimandata (del resto è l’unico Paese al mondo dove ci si imbatte in un Partito Rivoluzionario Istituzionale, ossimoro all’ennesima potenza) ma, come sempre in Messico, la rivoluzione è in corso.

(Nell'illustrazione, Ricardo Flores Magon)

4.12.05

L'UNITA': Wu Ming 1 recensisce IL COLLARE DI FUOCO



PISTOLE & MEZCAL: L'AMERICA RACCONTATA DAL MESSICO
(da L'Unità del 25 novembre 2005)

Valerio Evangelisti pensa che raccontare l'America non sia impresa da lasciare in esclusiva agli americani. Gli americani sono troppo dentro l'America e i suoi confini immediati, difetta loro la capacità di vedersi da fuori, il distacco parziale, l'empatia con altri mondi e culture. Impero coloniale sui generis, l'America nulla sa di come la vedano i colonizzati. Non a caso nel post-11 Settembre sono usciti saggi con titoli interrogativi come Perché il mondo detesta l'America? o Perché ci odiano?
Lo sguardo dei narratori europei è invece prezioso. Dopo sessant'anni di rapporto con la cultura a stelle e strisce, noi siamo anche americani. I baby boomers, fin dall'appellativo, sono stati la prima generazione euro-americanizzata, ed Evangelisti (classe 1952) ne fa parte a pieno titolo. Al contempo, però, l'Europa rimane altro: noi vediamo l'America da fuori, anche quella che è dentro di noi. Guardiamo l'America, ma i piedi sono saldi sul limine, la soglia del nostro retroterra. “Doppia coscienza”, se si vuole: partecipazione e distacco. Parlando dell'America, in realtà parliamo di noi, noi Italia, noi Europa, noi stessi, visti alla luce del rapporto con l'America.
Tuttavia, se un italiano ambienta un romanzo in America, subito se ne critica l'“esterofilia”, la presunta subalternità. Parole d'ignoranza. Non furono degli italiani, quarant'anni fa, a rivitalizzare il western, genere quintessenziale dell'autorappresentazione americana? Quando il western d'oltreoceano cominciò a imbolsirsi, a farsi manierato e fumettoso (cfr. I magnifici sette), alcuni italiani (in primis Sergio Leone) decisero di non lasciare il genere in cattive mani, si appropriarono di quel materiale e ne trassero qualcosa di nuovo e diverso, influenzando a loro volta i cineasti americani.
In letteratura, il western è morto e sepolto da tempo: Louis L'Amour non c'è più, Elmore Leonard scrive altro, nuove leve non ne esistono. Dal primo romanzo del ciclo del Metallo urlante (1998), Evangelisti ha scelto di riprendere il genere e trasformarlo. Nel farlo, l'autore bolognese ci racconta le altre Americhe. Gli USA del movimento operaio dagli albori (Antracite) alla decadenza (Noi saremo tutto) lascia ora il posto all'América che esiste appena sotto il Rio Grande e continuamente sfora, sconfina, si vendica, “contro-invade” gli invasori. L'America dei latinos che tanto spaventa i reazionari alla Huntington.
Il collare di fuoco (Strade blu Mondadori, pagg. 440, € 16) è l'inizio di una nuova saga. Come in molti spaghetti-western, anche qui ci si inoltra nel Messico rivoluzionario. Non la rivoluzione di Villa e Zapata, bensì quella repubblicana e “juarista” di cinquant'anni prima, coi suoi strascichi pluridecennali (le vicende vanno dal 1859 al 1890). Il “collare” che dà il titolo al romanzo è il rapporto conflittuale tra Messico e Stati Uniti, “annosa questione” che non perde d'attualità. Il lettore si perde e ritrova in un meta-western corale e pieno di sorprese, senza un protagonista ma con una continua staffetta tra i personaggi, che sono una miriade. Ogni capitolo è un quadro a sé stante, spostato nel tempo di qualche mese, di un anno, di un lustro, ed è impossibile riassumere la trama (le trame) in poche righe. C'è una proliferazione inaudita di nomi (almeno un nome nuovo ad ogni pagina), e appositi microsegnali dicono al lettore quando tenerli a mente e quando no. La scrittura è accordata su un finto “registro medio”, in realtà eccedente, sovvertito sin dalle prime pagine.
Non solo western: a essere scavato dall'interno è tutto il romanzo popolare otto-novecentesco, dal feuilleton in poi, da Dumas padre a Eugène Sue a Salgari, passando per Verne, Ponson du Terrail e Maurice Le Blanc. Colpi di scena, dialoghi, rallentamenti, accelerazioni... Viene tutto da lì, e quando arriva è diverso, è una mutazione.
A un certo punto, Evangelisti allude all'attualità in modo più scherzoso ed esplicito: "I texani, innamorati della democrazia, votavano sempre su tutto; poi non importava che elettori balordi esprimessero preferenze balorde." Il riferimento al governatore Bush non è casuale, è anzi una micro-dichiarazione di poetica: Il collare di fuoco è un romanzo antimperialista, com'era antimperialista il ciclo malese di Salgari. Mompracem resiste ancora.
L'elemento di critica più potente è la descrizione del mito americano come costruzione eretta sul razzismo, l'ossessione per la razza, la fobia razziale. Del resto, senza il genocidio dei nativi, la schiavitù dei neri e il furto delle terre al Messico ("terra di meticci negroidi") - insomma, senza la “questione razziale” - l'America non esisterebbe. In questo romanzo, gli anglos sono tutti figli di una cultura fortemente razzista. Il linciaggio è il loro sport preferito. Le cose che fanno e dicono erano normali, all'epoca. Moneta corrente, e lo è rimasta fino a pochi decenni fa. Oggi quelle frasi ci fanno schifo, con la loro presenza sembrano infangare la pagina. Segno che i tempi cambiano. Ma... ne siamo proprio sicuri? E' impossibile leggere questo romanzo senza pensare all'europarlamentare Borghezio. In fondo, certa moneta non va mai fuori corso da sola, occorre mandarcela a forza. Ma guarda te cosa vado a pensare... E bravo Evangelisti! Ti mette la mano dietro la nuca e ti affonda il muso giù nella merda. La migliore pedagogia possibile, e di questo lo rinrazio.

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