28.11.04

LA STAMPA / TTL: recensione di NOI SAREMO TUTTO

C'E' UN GANGSTER D'ELITE
di Sergio Pent (da La Stampa TTL, 27 novembre 2004)



Noi saremo tutto, il "c'era una volta in America" di Evangelisti ha la connotazione della coralità epocale (gli anni d'oro del noir, le rivolte operaie, il maccartismo), attraverso un personaggio carismatico, seguito nella sua barbara evoluzione sociale agli alti livelli del crimine.

E’ sorprendente la capacità di Valerio Evangelisti nell'adattarsi con spirito camaleontico all' epoca e all'ambiente delle sue storie cupe. Lo scrittore diventa un tutt'uno con la materia narrativa, perde qualunque connotazione personale e si fa romanzo, per offrirsi a scatola chiusa al piacere sempre rinnovato della lettura. Evangelisti fa parte di quella schiera di narratori puri, che amano reinventare la Storia motivandone anche le ragioni critiche, o dare spazio alla fantasia con l'entusiasmo che da sempre invidiamo agli autori stranieri. Possiamo fare i nomi del capobranco Alberto Ongaro, o dei suoi più o meno consapevoli seguaci, Valerio Manfredi - ma anche il suo quasi omonimo Gianfranco -Sclavi, Pederiali,,Cacucci, i Wu Ming, anche se Evangelisti mostra una volontà di ricerca tutta egocentrica, frenetica, pronta sempre a mettersi in gioco, oltretutto a favore della qualità strutturale e delle tematiche, originali e intriganti.
L'autore magistrale del ciclo di Eymerjch, il professionista calcolatore della trilogia di Nostradamus, il rivisitatore di un western post-moderno nonché il cultore della letteratura banalmente definita pulp, trovano adesso un punto d'incontro in un Romanzo Americano che nessun scrittore americano riuscirebbe a concepire con lo stesso superiore distacco e la stessa passione narrativa. Il «c'era una volta in America» di Evangelisti ha la connotazione della coralità epocale - il gangsterismo, gli anni d'oro del noir, le rivolte operaie, il maccartismo - ma gestita attraverso un personaggio davvero carismatico, il gangster italo-americano Eddie Florio - qui rielaborato dalla .finzione ma realmente esistito - che nella sua barbara evoluzione sociale agli alti livelli del crimine può ricordare - con meno simpatia - il Tony Montana del grande Scarface di De Palma.
Eddie è infatti una figura viscida e ambigua, malsana, che si muove sullo sfondo di un periodo travagliato, partendo dal modesto ruolo di sindacalista tra i portuali di Seattle per arrivare a! prestigio - chiamiamolo così - dell'Anonima Assassini, al servizio di Cosa nostra, accanto a nomi come Anastasia e Costello. Il percorso di Eddie è in sé classico e convenzionale, ma trova in Evangelisti una dinamica esplosiva che fa crescere il personaggio in tutte le sue brutture, rendendolo odioso perché simbolo di un mondo alternativo alle regole sociali, dove a vincere è sempre e solo la violenza legata al malaffare. E' ammirevole, peraltro, la precisione documentale che ci offre il quadro di un'America turbolenta attraverso tutti i personaggi che ne fecero parte: mafiosi, sindacalisti, industriali, politici, raccolti in un mucchio selvaggio di ambizioni che da sempre rendono veloce e tentacolare il sogno americano.
Parte da Seattle, dunque, la carriera di Eddie Florio, che rinnega il passato comunista di famiglia e poi finge di ritornarvi per mettersi al servizio dell’Ila, il sindacato più potente di San Francisco, gestendo il tutto attraverso i contatti con i boss delle imprese portuali. L'escalation di Eddie si muove dagli Anni Trenta alla metà dei Cinquanta, con una dedizione tutta particolare alla delazione, all'omicidio, alla violenza perversa sulle donne. Tra lui e l'America che si veste di modernità c'è l'inferno della barbarie che miete vittime tra i disgraziati portuali di Seattle, San Francisco, New York. Eddie lavora sempre per il nemico delle giuste cause, appoggia i gangsters rampanti, elimina testimoni scomodi, fa a pezzi le donne che incontra - mogli, amanti - anche se saranno proprio le donne - la nipote seviziata Benedetta e l'ex cognata Amanda - a prendersi la giusta vendetta nel momento del suo tracollo.
L'amoralità di Florio rispecchia senza dubbio quella di un'America disposta a pagare qualunque prezzo per diventare la prima potenza mondiale. Incapace di sentimenti umani, il truce personaggio di Evangelisti si muove sullo sfondo di un'epoca ricreata alla perfezione in tutte le sue discordanze sociali, e la materia narrativa evita il rischio della pedanteria storiografica con un percorso corale magmatico e veloce, denso di avvenimenti, di episodi duri ed emblematici, di dialoghi ricreati con una precisione invidiabile. Chissà, se fosse ancora tra di noi il grande Sergio Leone...


IL MANIFESTO: recensione di NOI SAREMO TUTTO

SEATTLE, NUOVO FRONTE DEL PORTO
di Mauro Trotta (da il manifesto, 23 novembre 2004)



Noi saremo tutto, il nuovo romanzo di Valerio Evangelisti per Mondadori. Un noir per stile e ritmo che si rivela, a poco a poco, anche come un affresco di storia delle lotte operaie americane lungo un trentennio, ambientato nella città d'esordio del movimento dei movimenti.

Una caratteristica sembra accomunare tutte le opere narrative di Valerio Evangelisti: il tentativo di andare a indagare, utilizzando gli strumenti della letteratura di genere, le radici dei processi storici in atto nel presente. Questo appare evidente nel ciclo di Nicolas Eymerinch, dove accade sempre che un determinato evento, pur avendo luogo nel Medioevo, irradi i suoi effetti sino ai nostri giorni e, addirittura, si protenda verso il futuro. Lo stesso avviene nei western che vedono protagonista il palero Pantera, dove non è difficile rintracciare la genesi del capitalismo industriale statunitense dietro l'avanzata del metallo urlante o la sconfitta delle lotte di operai e minatori sul finire dell'Ottocento. E una disamina delle «radici cristiane dell'Europa» - già presente nei libri dedicati all'inquisitore domenicano - può essere rintracciata anche nel ciclo forse più «commerciale» di Evangelisti, i tre romanzi dedicati a Nostradamus. Proprio tra la biografia romanzata dedicata a Michel de Nostre-Dame e la narrazione delle lotte proletarie di Antracite (l'ultimo romanzo dedicato a Pantera), può essere collocato il nuovo libro di Evangelisti, Noi saremo tutto (Mondadori, pp. 430, € 15,50). Il filo conduttore di tutto il romanzo, infatti, consiste nella vita di Eddie Lombardo, spia e traditore all'interno del movimento di lotta dei lavoratori portuali, dirigente di sindacati «gialli», pesantemente colluso con il clan di Albert Anastasia, vigliacco e assassino. Figlio di immigrati calabresi, appartenente a una famiglia impegnata nelle lotte politiche e sindacali, Eddie, quasi a sottolineare la sua presa di distanza dalle origini familiari e in odio al suo essere italiano, cambierà il cognome in Florio. Reclutato giovanissimo come informatore per conto dei padroni, il protagonista attraverserà tutte le principali vicende del movimento sindacale legato ai portuali, con un percorso che lo porterà da Seattle a San Francisco e poi a New York, per concludersi, quasi a chiudere il cerchio, di nuovo a Seattle, nel 1999, al momento dell'esplosione del movimento dei movimenti.
Strutturato in un prologo e in un epilogo, entrambi ambientati a Seattle, e in tre parti, dedicate ognuna a un decennio (anni Trenta, anni Quaranta e anni Cinquanta), Noi saremo tutto riesce non soltanto a narrare con dovizia di particolari le varie vicende legate alle rivolte operaie sul fronte del porto, ma a renderle vive, palpitanti e appassionanti. A questo proposito non può non venire in mente Fronte del porto di Elia Kazan, stavolta, però, non c'è nessuna conversione, né alcuna possibilità di identificazione con il protagonista: Eddie non soltanto non è Marlon Brando, ma rappresenta davvero il male al livello più puro, senza alcuna grandezza, per quanto malvagia, ma soltanto meschinità e bassezza, vigliaccheria e furbizia al servizio dei propri interessi. E non c'è alcun antagonista che emerga con forza. Certo, ci sono personaggi positivi, ma nessuno riesce a conquistarsi la scena, sempre e comunque occupata da Eddie. O, forse, l'unico antagonista può essere identificato in una sorta di personaggio collettivo, ovvero le donne che attraversano la vita del protagonista. Stuprate, picchiate, spesso uccise, sembrano incarnare quel «femminile» di cui Florio ha paura - e che per questo rappresentano il bersaglio preferito della sua violenza - e che alla fine lo distruggerà.
Lo stile, il ritmo della narrazione, la scelta del punto di vista, tutto nel romanzo rimanda al noir. E sono tanti gli antecedenti e le suggestioni che può richiamare. Da Jean-Patrick Manchette, per la cristallina secchezza dello stile a James Ellroy per la sovrapposizione tra società civile e mondo criminale. O, ancora, a Jim Thompson di Colpo di spugna, per l'assoluta centralità del protagonista nell'economia della storia, per il suo cinismo, la sua indifferenza nel liberarsi delle donne che gli danno fastidio.
Evangelisti, poi - quasi a rimarcare il suo schierarsi in favore di un preciso genere letterario - si diverte anche ad attaccare, descrivendone le posizioni filo-padronali e ultra-reazionarie, uno dei maggiori esponenti del romanzo poliziesco classico, quel «giallo» che, da sempre, viene visto come contrapposto al genere nero. E per farlo non tralascia di prendersi una sorta di «licenza poetica», spostando da Los Angeles a San Francisco le gesta dello scrittore in questione. Si tratta di Willard Huntigton Wright che, con lo pseudonimo di S. S. Van Dine non soltanto ha creato il famoso detective Philo Vance, ma è stato anche l'estensore delle «20 regole del romanzo giallo», una sorta di «bibbia» del genere.
Scandito, dunque, dai ritmi e dai colori del noir, essenziale nel linguaggio, ma ricco di avvenimenti, Noi saremo tutto si rivela a poco, a poco anche come un imponente affresco di storia delle lotte operaie americane lungo un trentennio, attraversandone e narrandone tutte le fasi, anche quelle meno edificanti. Tanto più interessante perché prende in esame un settore molto particolare del movimento operaio, quello dei portuali, che non solo ha rappresentato per lungo tempo una delle punte più avanzate dell'intero movimento americano, ma soprattutto perché dotato di una serie di caratteristiche che sembrano attagliarsi in modo sorprendente all'attuale situazione. Questi lavoratori, infatti, non producevano materialmente delle merci ma ne rendevano possibile la circolazione. Non lavoravano all'interno di una fabbrica e le loro prestazioni erano, per usare un eufemismo, a tempo determinato: ogni giorno dovevano sperare di essere chiamati per lavorare. Insomma, pur svolgendo un lavoro estremamente manuale, si trovavano ad avere a che fare con i flussi di circolazione della merce e con i livelli più estremi di flessibilità. Trattando di loro, allora, si può parlare in realtà - come del resto fa Evangelisti - della situazione presente, caratterizzata, per l'appunto, dall'estrema precarizzazione del lavoro e dalla prevalenza della gestione dei flussi di dati e informazioni rispetto alla produzione materiale. Appare, così, assolutamente naturale che nelle ultime pagine del romanzo, ambientate durante gli scontri a Seattle del 1999, facciano irruzione al fianco dei manifestanti antiglobalizzazione proprio i portuali dell'International Longshoremen's and Warehousemen's Union - Local 19 - Seattle, cantando l'Internazionale versione IWW, i mitici Industrial Workers of the World, i temuti wobblies: «We have been naught - We shall be All», Noi non eravamo niente, Noi saremo tutto.


LIBERAZIONE: intervista a Valerio Evangelisti su NOI SAREMO TUTTO

VI RACCONTO L'AMERICA DELLE LOTTE SOCIALI
a cura di Domenico Gallo (da Liberazione del 17 novembre 2004)



Valerio Evangelisti è certamente il più importante scrittore del genere fantastico. Un'importanza che somma il successo della diffusione e della traduzione all'estero delle sue opere con l'impegno politico aperto. Il ciclo dell'inquisitore Eymerich e del pistolero Pantera sono l'occasione per leggere le contraddizioni dei giorni nostri attraverso la lente d'ingrandimento di vicende immaginarie. Il suo ultimo romanzo, Noi saremo tutto, trova il titolo in una strofa della versione statunitense de "L'Internazionale", ed è una durissima storia del sindacato dei portuali in perenne lotta con l'alleanza tra potere politico, imprenditori e criminalità organizzata. Dai moli di San Francisco e Seattle, a quelli di New York, la storia indomita dell'antagonismo statunitense.

Evangelisti, "Noi saremo tutto" sembra essere la tua prima storia che non appartiene compiutamente alla letteratura dell'immaginario. Perché questo cambiamento?

La storia che avevo in mente non si prestava a risvolti troppo fantastici. Del resto anche nel mio romanzo precedente, Antracite, gli elementi di quel tipo facevano da contorno e aiutavano a definire la figura del protagonista, ma avevano un ruolo effimero nello svolgimento della vicenda. Ciò non significa, da parte mia, un'abiura del genere fantastico. Semplicemente, scelgo ogni volta gli strumenti più idonei a ciò che intendo comunicare.

L'inquisitore Eymerich e il misterioso Pantera erano personaggi crudeli e scostanti, ma Eddie Florio, il protagonista di Noi saremo tutto, è veramente disgustoso. I tuoi protagonisti sfuggono ogni possibile identificazione con i lettori. Si tratta di una sorta di estraniamento brechtiano affinché il lettore si trovi, senza alibi, di fronte a immagini efficaci della realtà?

Io dubito che Eymerich e Pantera siano personaggi che vietano l'immedesimazione. La cupa grandezza del primo, l'opzione per la giustizia del secondo (pur scontrosa e quasi involontaria) dovrebbero, nelle mie intenzioni, portare il lettore a identificarsi in loro, almeno a tratti; salvo scoprire che hanno finito per parteggiare per degli assassini, soprattutto nel caso di Eymerich. Invece, con Noi saremo tutto, volevo impedire che ciò avvenisse. Volevo che si guardassero gli eventi con gli occhi di un miserabile e di un vigliacco, verso il quale l'unica forma di empatia possibile potesse essere una sorta di pena.

La tua opera può essere letta anche come estremamente politica. Come mai per rappresentare i conflitti sociali hai scelto un genere dell'immaginario come la fantascienza?

La fantascienza che leggevo da ragazzo, nei suoi esempi migliori, più che descrivere il futuro sembrava proiettarvi una visione disincantata e sarcastica del presente e delle sue possibili evoluzioni. Parlo ovviamente della fantascienza detta "sociologica", ma non solo di quella. Era piuttosto chiaro il coinvolgimento di tanti autori di science fiction nei fatti e nelle contraddizioni del tempo in cui vivevano. Per dirne una, il nesso Dick / rivolta di Berkeley era piuttosto palese, si conoscesse o no la biografia dell'autore. Io, quando nelle mie storie mi sono accostato alla fantascienza, ho cercato di ripetere quell'operazione, naturalmente con altro stile e con diverso approccio tematico. Penso che ciò sia evidente in Metallo urlante, in Black Flag e in altri racconti.

Con Antracite hai presentato al pubblico una storia complessa di immigrazione, lotte sindacali, criminalità, la stessa miscela che ritroviamo in Noi saremo tutto. Perché questo interesse a ricostruire e divulgare la storia del movimento operaio statunitense? Perché l'interesse verso la malavita organizzata?

Chiunque abbia occhi e orecchie aperti intuisce che ciò che accade negli Stati Uniti ci condiziona tutti, ci piaccia o meno. Il rischio è quello di cadere nella trappola che il governo Usa e i suoi media ci tendono: far credere che la società statunitense sia priva di tensioni interne, presenti o passate, e che l'ideologia detta "americanismo" si sia spalmata su quel paese senza incontrare ostacoli, tanto da dilagare per spontanea efficienza fuori dei confini e da proporsi quale valore universale. In Black Flag, in Antracite, in Noi saremo tutto cerco di dimostrare che quella visione idilliaca è pura propaganda, e che tutta la storia americana è sanguinosa e conflittuale.

Qualche critico superficiale ti ha accusato di maschilismo, ma le donne, specialmente in questo romanzo, sono certamente i personaggi più forti e migliori…

E' chiaro che personaggi come Eymerich e Pantera sono maschilisti, e non possono essere altro. Quale immagine delle donne potevano avere un inquisitore del Trecento o un pistolero messicano del XIX secolo? Le storie che li riguardano sono viste da quel punto di osservazione, per cui si ha Eymerich che odia e teme le donne, e Pantera che le vede anzitutto come oggetto sessuale, oltre che come cose delicate da proteggere. Diverso il caso di Eddie Florio. Per lui le donne sono incomprensibili quanto i comunisti, e vanno schiacciate o sottomesse allo stesso modo. Solo che le donne gli sfuggono sempre di mano, e quanto più le sottopone a violenze e cerca di renderle schiave, tanto meno riesce a dominarle. Le donne in cui si imbatte Florio appartengono a un mondo diverso dal suo. Continuare a bramarle sarà la sua quasi unica debolezza, che lo porterà alla rovina.

Cosa pensi della libertà di espressione in Italia?

E' sottoposta a un logorio continuo, abbastanza discreto da passare inavvertito. Non credo valga ancora per l'editoria, o almeno non ne ho esperienza diretta. Investe invece i media autenticamente di massa, e in primo luogo la televisione. Trovo abbastanza significativo che alla Rai vigano censure più forti di quelle dei canali Mediaset, in particolare Italia Uno. E' come se si volesse rinchiudere le espressioni di dissenso entro spazi circoscritti, controllati dagli stessi poteri che vengono attaccati. Però è molto più disgustoso che, di sua spontanea volontà, un canale nato come "alternativo", La 7, aderisca al Pensiero Unico dominante e se ne faccia propagandista. O che, col beneplacito dell'Unione Europea, tutto il sistema di comunicazione satellitare venga consegnato nelle mani di un gestore unico - il sinistro Murdoch - messo in grado di decidere quali canali guardare e quali no.

E negli Stati Uniti?

E' là che sono state inventate le nuove forme di manipolazione delle coscienze, tramite un'informazione selettiva. La lettura della guerra in Iraq è la stessa su Cnn, Abc, Nbc, Fox News ecc. Berlusconi, scandaloso per noi, ha semplicemente adottato un modello già collaudato e operante da decenni. Mi fa ridere chi, in contrapposizione a Berlusconi, esalta la supposta autonomia dal potere dei media americani.

Tornando al libro, nel finale sembri sostenere che, nonostante tutto, i tentativi di omologare questa metà resistente dell'America siano ogni volta falliti. E' così?

Sì, ed è consolante. Però un sistema politico bloccato e la svolta autoritaria che si nasconde dietro la "lotta al terrorismo" rendono difficile il percorso delle forze statunitensi di opposizione. Ogni fase della storia degli Usa vede attiva un'opposizione radicale, ma vede anche all'opera una variante del maccartismo, sia prima di McCarthy che dopo di lui. La forza dei movimenti di contestazione americani è legata alle spinte antagoniste presenti nel mondo e, come il Vietnam ha dimostrato, queste prevalgono e vincono solo quando l'opposizione all'interno degli Stati Uniti cresce e vibra colpi.


BLACKMAILMAG: recensione di NOI SAREMO TUTTO

di Nino G. D'Attis (da Blackmailmag)



Eddie Florio: ecco un personaggio che non sfigurerebbe tra i maneggioni dell’attuale scena politica tricolore. Ogni forma di bassezza morale è parte di un bagaglio che nel nuovo, poderoso romanzo di Valerio Evangelisti, lo accompagnerà nella scalata al potere. Da Seattle a New York, passando per la San Francisco che nel 1934 vide la vittoria dei comunisti dopo un tenace testa a testa con i padroni. “La vita è una corsa, che vince il più abile. Chi non ce la fa si arrangi.” Per Florio, sindacalista corrotto, spia, magnaccia, la frase del giornalista Willard Huntington Wright (noto anche come giallista con lo pseudonimo di S.S. Van Dine) è puro vangelo. Tutto il resto muore come Anna, la sua prima vittima, la ragazza che a Seattle, nel 1919, il protagonista voleva spingere alla prostituzione. Scompare come il vero nome anagrafico Eduardo Cosimo Lombardo e le tracce di una famiglia di origini calabresi che gli è estranea: «Io non c’entro con i miei fratelli, Joe. Io mi faccio gli affari miei.»
Inventato dal vero: “Un Eddie Florio esistette veramente” assicura l’autore, “fu organizzatore dell’ILA a Hoboken, appartenne ai vertici del sindacato e, unico fra gli indagati, fu arrestato a seguito dell’inchiesta della Commissione Spruille Braden nel 1953. Dopo che ebbe scontato la prigionia, se ne persero le tracce.” Come l’inquisitore Nicolas Eymerich, viene da pensare. Stavolta però niente stregonerie, attacchi psichici, foreste inestricabili. Qui si parla di altri demoni (in completo grigio e cappello bianco a tese larghe), di altre discese all’inferno.
Benché annunciato da tempo come un’opera diversa da quelle legate ai cicli di Eymerich e del Metallo, Noi saremo tutto è un libro che chiede al lettore (in primis ai fans dello scrittore bolognese) un impegno non da poco. Non si tratta semplicemente di registrare l’assenza di un protagonista in grado di far scattare un pur labile meccanismo di immedesimazione, né di fare i conti con la vasta mole di materiale documentario “pesante” riassunta nell’appendice bibliografica. C’è una ripetuta sospensione dell’attimo (l’action) che viene a sottrarsi sistematicamente ai canoni di tutti i generi finora esplorati da un autore che fin dai suoi primi passi nella narrativa, nel 1994, ha parlato soprattutto della Storia umana attraverso i secoli. Se Antracite (2003) era un western ambientato tra gli scioperi minerari del 1877, Noi saremo tutto è il noir sprovvisto di detectives, donne fatali, delinquenti in qualche modo romantici. Tale rinuncia non è un difetto, poiché la tensione non viene mai meno, assistita da un’ormai rodatissima padronanza del ritmo. In tutta la prima parte del romanzo, gli omicidi, le atrocità che Eddie Florio compie o aiuta a compiere risultano fuori campo, eppure le pagine scorrono, il lettore entra (non senza sconcerto) nella vile esistenza di un essere gretto, ambizioso, incapace di provare sentimenti umani. La violenza esplode per gradi, man mano che Florio si prodiga a servire i burattinai che sfruttano i bisogni primari della working class. Deflagra quando negli anni Quaranta, quest’uomo senza volto arriva ai ritagliarsi una porzione di credibilità presso i pezzi grossi della mafia newyorkese.
Altri crimini. Altre occasioni. Dutch Schultz l’ebreo è morto, Albert Anastasia è sulla cresta dell’onda, il senatore Joseph McCarthy sta affilando le armi. In seconde nozze, Florio ha preso in moglie Lucy Flegenheimer, sorella di Dutch, ex militante rossa passata alla lotta anticomunista dopo i cambi di tattica del partito di Earl Browder all’indomani del patto Ribbentrop-Molotov. Le donne: ecco il grande problema di Eddie il trasformista. Può sfruttarle, frustarle a sangue sul culo, ucciderle: c’è sempre un “ma” a tormentarlo. Più vorrebbe avvilirle nell’anima, oltre che nel corpo, più il suo conflitto con la sfera del femminile aumenta pericolosamente. E intanto invecchia, gli passano accanto molti altri personaggi della Storia, arriva agli anni Cinquanta dei comunisti alla sbarra dell’american dream, si avvicina all’epilogo privato, all’ultima porzione di un libro ellroyano nell’anima, non nello stile. Dell’Ellroy storico di un’America assediata dai vermi. Più giusto dire di un Valerio Evangelisti in forma eccellente.


12.11.04

PULP: recensione di NOI SAREMO TUTTO

di Domenico Gallo (da Pulp n. 52, novembre-dicembre 2004)



Primo romanzo rigorosamente realista di Valerio Evangelisti, Noi saremo tutto è una storia americana con il respiro a cui ci aveva abituato Sergio Leone. Colpisce soprattutto la capacità di seguire la vicenda tormentata del movimento operaio statunitense attraverso la vita del protagonista, un sindacalista corrotto come Eddie Florio, un uomo cinico e violento, superficiale. Le azioni di Florio e le sue scelte esistenziali ci disgustano, ma davanti ai suoi occhi si spegne la grande utopia del sindacato rivoluzionario statunitense, con le sue grandi battaglie di civiltà e solidarietà, attaccato con ogni mezzo dal padronato, dalla criminalità e dallo stato. Raramente si parla dell'antagonismo statunitense (ma qui voglio ricordare Strìke!, il fantastico saggio storico di Jeremy Brecher) e l'America, purtroppo, viene semplicisticamente letta come un monolitico blocco conservatore e filocapitalista. La ricostruzione storica di Valerio Evangelisti è molto coerente e approfondita, districandosi tra i conflitti che ebbero realmente luogo sulle banchine portuali tra i vari sindacati, ed è l'occasione per valutare le potenzialità politiche di unire narrativa e storia sociale. Sfuggendo a ogni retorica e a intenti pedagogici, Evangelisti ci propone un romanzo in cui le contraddizioni di questo lungo e sanguinoso contrasto tra mafia e sindacato sono ricostruite narrativamente attraverso la vita di Eddie Florio.
In ogni opera di Valerio Evangelisti il protagonista sfugge ai processi di identificazione, è scostante e brutale, ma si tratta di una prospettiva quasi brechtiana che realizza lo scopo di non distrarre il lettore, di impedire ogni seduzione, per proporre un testo nudo, una tesi, una ricostruzione della storia. Il profondo disagio che attornia Eymerich si ritrova in ogni scelta incondivisibile di Eddie Florio ; uno straniamento efficace, forse una provocazione, ma qualcosa che attrae e respinge, che mostra il lato nascosto della natura umana, il suo compiacersi della perversione. "We shall be ali": una strofa della versione statunitense dell'Internazionale, un triste sguardo a una grande occasione perduta.



NICOLAS EYMERICH, INQUISITORE in edizione Euroclub


L' Euroclub (Mondolibri) propone per Natale agli abbonati una propria edizione (la prima rilegata) di Nicolas Eymerich, inquisitore. Ecco la presentazione del volume e un commento di Carlo Lucarelli:

Questo romanzo è il primo episodio di una delle saghe più amate della narrativa italiana contemporanea, tradotta e apprezzata in tutta Europa: quella creata da Valerio Evangelisti, studioso bolognese di storia passato con successo al mondo della letteratura. Basandosi sulle sue approfondite conoscenze del mondo dei “secoli bui”, lo scrittore ha dato vita a un personaggio inquieto e inquietante, che prende nome e mestiere da un frate domenicano realmente esistito nella Spagna del Trecento. Spirito intollerante, talora fino alla crudeltà, ma anche uomo intelligente e colto, Eymerich si impegna con dedizione inflessibile nella propria battaglia contro antichissimi culti pagani, misteriose sette demoniache, pericolosi gruppi di eretici, ma soprattutto contro oscure forze maligne il cui potere travalica i secoli per estendersi al nostro presente e al futuro più remoto. A metà tra romanzo storico, racconto di fantascienza e poliziesco dalle tinte decisamente noir, Nicolas Eymerich, inquisitore ha segnato una svolta epocale nel panorama culturale italiano, aprendo nuove frontiere alla letteratura “di genere” e conquistando il favore anche del pubblico più ampio ed esigente.

“Immaginatevi un frate impegnato a far trionfare la giustizia nel cuore convulso del Trecento. Ma scordatevi Il nome della rosa e i suoi bonari monaci-detective. Qui troverete un inquisitore spietato intento a dipanare il filo rosso che congiunge riti ancestrali e culti diabolici, monasteri medievali e astronavi alimentate con la forza del pensiero, paure di oggi e incubi di domani. Qui troverete la sagacia di Arthur Conan Doyle, la fantasia di Jules Verne e le visioni di Isaac Asimov tutte all’opera in un unico romanzo.
Benvenuti nel mondo di Nicolas Eymerich.” - Carlo Lucarelli


10.11.04

L'ESPRESSO: recensione di NOI SAREMO TUTTO

FRONTE DEL PORTO MODELLO SEATTLE
di Antonella Fiori (da L'Espresso, 11 novembre 2004)



Anarchici e comunisti. Mafiosi e faccendieri. Valerio Evangelisti, maestro italiano del fantasy, abbandona il genere. E propone un noir socio-politico cupo e feroce.

Fronte del porto. Lo scenario è quello da cinema dell'America degli anni 1920-30. Però non è l'America raccontata nei film. Nel porto di Seattle è lotta dura e con molta paura. I sindacati dei comunisti filo-sovietici sono in rivolta. È sciopero. Lo slogan sindacale "Noi saremo tutto!" lo pronuncia un italo-americano, Eddie Florio, che si spaccia come militante dell'Ila, il sindacato più potente, ma anche più esposto alla corruzione, che recluta italo-americani che hanno contatti con la malavita. E infatti Florio è un assassino, una spia. Un personaggio realmente esistito è il protagonista di Noi saremo tutto di Valerio Evangelisti, in uscita da Mondadori. Un noir social-politico dove il re della fantascienza italiana abbandona l'interrogazione metafisica dell'inquisitore Eymerich, protagonista della sua saga più famosa, per tuffarsi in una vicenda che ci illumina sul nostro presente.
Come già nel suo western anarchico, Antracite, i riflettori sono puntati su un pezzo di storia americana sommersa: quella delle lotte sindacali sulle due coste: con una radicalizzazione politica sul Pacifico, mentre sulla costa Orientale proliferava l'intreccio tra sindacati e malavita. Una vicenda rimossa che svela un'America senza morale dove la barbarie avanza man mano che si procede verso la modernizzazione. Ma svela anche l'esistenza di un pensiero con un'anima libertaria più che marxista, un pensiero radicale vastissimo, «soffocato in un sistema impossibile da scardinare», che dal movimentismo degli anni Sessanta arriva fino a Michael Moore. Tra scontri violenti e rivolte represse nel sangue.
La storia che Evangelisti ha romanzato in più di 400 pagine è cupissima, con particolari tratti dalle cronache di livello molto più feroce dei vari massacri mafiosi (vedi il boss che faceva abortire le mogli sul tavolo di cucina). Emblema di questo male senza redenzione è Florio. Rispetto allo "sgradevole idealista" Eymerich, un traditore che attraversa, galleggiando come un tappo di sughero, la storia di un intero secolo. Un solitario senza nazione e famiglia (si libera di mogli, amanti e parenti che gli sono d'intralcio come nei peggiori racconti sull'impero romano) che ha successo proprio per l'amoralità delle sue azioni. Un uomo funzionale al sistema, che vivacchia e prospera nella sporcizia.
Lontanissimo dalla visione romantica del Padrino, il Florio di Evangelisti sembra il prototipo dei moderni faccendieri, i liberi professionisti-piazzisti della politica e del giornalismo, voltagabbana e informatori pronti a vendere di tutto. Spia, non a caso, di quell'Anonima omicidi che vuole controllare i porti americani. Unico punto debole: le donne, che insegue per tutta la vita tentando di schiavizzarle e che, come i comunisti, non capisce. Donne che uccide o violenta, eccitandosi attraverso le peggiori perversioni. Dalle due mogli, fino ad Amanda, prostituta allevata dal sindacato, finita in un bordello a Cuba, che Evangelisti sceglie per rappresentare la figura simbolo dell'emarginato americano: il proletario. Donne che sono le uniche scintille di vita di questo noir acceso da un finale epico per le strade del porto di Seattle durante i disordini del 1999. Con due no global inseguiti dalla polizia, un ragazzo e una ragazza, discendenti della famiglia di Eddie, che saranno salvati da una folla di sindacalisti: età, tra i 20 e i 70 anni. Una storia soffocata, rimossa, ma che continua.



STILOS / LA SICILIA: recensione di NOI SAREMO TUTTO

L'AMERICAN DREAM DELLA "COMBINATION"
di Gianni Bonina
(da Stilos, suppl. letterario a La Sicilia del 9 novembre 2004)



Sostenuto dal frutto di un imponente apparato di ricerche d’archivio e seguendo il metodo di lavoro che distingue Evangelisti, un appassionato di storia arrivato al romanzo per la vocazione all’ipotiposi, Noi saremo tutto rifà la storia del sindacalismo americano tra le due guerre, dagli scioperi dei portuali alla “caccia alle streghe” comuniste. Ed è una storia svolta tanto sulla cresta degli eventi quanto sulle vicende dei protagonisti del tempo, tutti figure realmente esistite: dal giornalista mestatore Huntington Wright (che scriverà gialli con lo pseudonimo di Van Dine) al sindacalista Harry Bridges al capomafia Albert Anastasia al leader dei comunisti Earl Browder al parlamentare “rosso” Vito Marcantonio e altri ancora come Fiorello La Guardia e Costello. Con mano disposta a un trattamento storico che risveglia l’ambiente e il clima del momento, e ricostruendo i meccanismi del complicato fronte del porto - le regole, i contratti, le consuetudini, persino l’argot e le canzoni - Evangelisti non ripete fatti noti, già tema di un’abbondante letteratura, ma offre in soggettiva lo scenario profondo e panoramico di un mondo colto in senso olistico, in una veduta d’insieme cui risponde l’atout dello storico che padroneggia la conoscenza dei fatti e che non si mette a scrivere se prima non ha acquisito ogni elemento pur’anche circostanziale. La fiamma degli scaricatori portuali, accesa a Seattle, divampata a San Francisco e spenta a New York, unisce le cime con la fiaccola dei wobblies, gli operai ispirati al vecchio sindacalismo rivoluzionario anni Dieci, e si lascia alimentare dalla miccia comunista rinunciando alla propria istanza pragmatica per aderire a sollecitazioni ideologiche che segneranno il tramonto di aspirazioni cui farà soprattutto torto la concomitanza con le tensioni della guerra fredda e i primi spettri sovietici. Evangelisti è impassibile nel disegnare gli scenari storici che spostano le quinte da Frisco a New York dove si ribalta l’esito della partita e si determina la vittoria delle ragioni maccartiste su quelle del sindacalismo operaio che pure nell’Ovest ha piantato ben salde le proprie bandiere. Alla fine, volendo capirci, a Frisco vince il comunismo mentre a New York vince la mafia - per stare a una efficace sintesi proposta dalla nota di accompagnamento al libro della Mondadori. Impassibile Evangelisti perché osserva e srotola i fatti senza concessioni né tentazioni a qualificarli e, con un significativo scioglimento finale, abbassa il sipario sulla lunga stagione di lotte sociali solo nel momento in cui in un’altra scena americana si alza quello sulle dimostrazioni dei no global, agli inizi degli anni Novanta. E, per un gioco fatalistico e deterministico della storia, il teatro iniziale è ancora Seattle.
Sul processo storico di un movimento operaio la cui anima comunista è stata esorcizzata più dalla mafia italo-americana che dallo Stato, troviamo spalmato il romanzo: retto sulla parabola di un uomo la cui vita copre esattamente l’arco di estensione dell’esperienza contestataria, andando dagli anni Venti alle prime prove dei black bloc. Eddie Lombardo, personaggio degno di stare al fianco di Eymerich, il primo della galleria di Evangelisti, vive in totale pienezza il Novecento, incarnandolo in ciò che è il sentimento del male di cui si fa untore: personaggio talmente riuscito e verosimile nella sua resa da apparire anch’egli figura autentica accanto a quelle storiche in una catafratta compenetrazione di invenzione e realtà, di individui e società. Il mondo attorno a Eddie si popola di personaggi veri e falsi in un concerto di suggestioni e implicazioni che è forse il risultato più maturo sortito da Evangelisti, cui è inutile chiedere se in questo pleroma sia Eddie a entrare nel quadro sociale oppure è il suo tempo a essergli stato cucito addosso.
Eddie Lombardo, calabrese di origini, figlio e fratello di coscienze ribelli, è l’immigrato reietto che ha una concezione distorta e tralignata dell’american dream. “Noi saremo tutto” si ripete a mo’ di un mantra per incitarsi a rimuovere scrupoli e colpe dalla strada del successo, facendo della sconfessione di ogni risipiscenza e di ogni precetto morale un accanito codice di vita, mai mostrando pena o cura per un essere umano e riducendo l’affetto all’ordine di un banausico ed eudemonistico interesse, tra utilità e piacere. Un piacere che è di natura esclusivamente sessuale, meglio ancora bestiale, entro i cui eccessi la perversione nella sua maggiore efferatezza è il modello elementare di espressione. Eddie gode nell’infliggere dolore fisico ed è insensibile a quello psichico che determina negli altri. Coltiva sentimenti di morte e non riconosce né fratelli né mogli né amici: uccide non per odio ma per tornaconto e trova conducente stuprare adolescenti, anche se una di esse è sua nipote. Ma non è un mostro. Non ha tare mentali apparenti, non tradendo in pubblico nessuno dei suoi vizi. A modo suo è un uomo generoso: mantiene una ragazza agli studi e le paga l’alloggio, è attento al futuro dei figli, è condiscendente con i sodali. Ma i vizi trascendono le virtù, che gli sono riconosciute nel solo ambito della Combination, quella consorteria costituita come comitato d’affari che non è ancora mafia ma non è più sfera legale, la zona d’ombra dove sindacati, malaffare, lavoratori e politica intessono nell’America del New Deal le trame di un controstato la cui forza non tarderà a imporsi. Eddie gode di larga reputazione nel waterfront e fa carriera accumulando denaro, sia pure in gran parte illecito, beneplaciti e benemerenze. Ma quanto più sale nella scala sociale tanto più discende in quella umana fino a quando è il fondo dell’abiezione privata a venire alla luce cancellando ogni merito pubblico e rovesciandogli addosso il peso di una vita vissuta nell’abominio. Ecco la grande America nel suo splendore e nella sua miseria, il Paese dove il più lercio degli individui può apparire il più composto dei manager, salvo il giorno in cui la coscienza puritana, il richiamo del perbenismo, il senso dell’onore e il complesso dei valori condivisi non mettano fine all’abuso di una libertà che è diventata ormai licenza.
Eddie è il portatore malato del germe nicodemico e fariseo di un’America nella quale il trasformismo e l’ipocrisia sono modelli accettati di comportamento, in forza dei quali il tradimento e la spregiudicatezza valgono come credenziali o grimaldelli. Eddie sopravvive a tutti gli altri comprimari e, quasi centenario, gli è ancora consentito sputare da una finestra a due no global che non riconosce nei suoi nipoti. E’ il male che alla fine prevale sul bene, il male indomito e invincibile anche quando sia svuotato di ogni risorsa, il male che non si manifesta né si ostenta ma che agisce a ridosso: “Eddie non amava né la luce piena né l’oscurità totale: l’ideale era la penombra”. E non a caso detesta “le cose grandi” come il Ponte di Brooklyn e il Bay Bridge di Frisco. Il suo elemento naturale è il retroscena, dove ci si cambia rapidamente d’abito e si assume una nuova identità tornando sulla ribalta. Nell’esercizio di questo stile di vita Eddie Lombardo (che cambia pure il nome in Florio) è un campione, il vessillifero di una pletora sempre in marcia alla conquista del mondo con l’uso che fa dello spirito del voltagabbana. Eddie guadagna meriti agli occhi di Anastasia traducendo in progetto la sua condotta privata, sicché per fronteggiare uno sciopero comunista l’arma che propone è proprio il comunismo: “Basta far credere ai giudici che uno sciopero selvaggio è ispirato dai comunisti e quelli emettono tutte le ingiunzioni di cui si ha bisogno”. Conosce dunque benissimo i processi mentali americani, l’anima di un Paese fermamente legato al suo retaggio capitalista, e offre alla mafia il destro per primeggiare. Questa visione è tutta in quanto Evangelisti fa dire a Huntington Wright, uno dei tanti persuasori di Eddie: “La vita è una corsa: mette sullo stesso piano chi ha in tasca un portafogli gonfio e chi una pistola. Un’occasione data ai poveri sufficientemente aggressivi”. Ed Eddie fa tesoro di questa regola tanto da dire: “Da quando in qua il lavoro è un diritto? Per ogni buon americano è una conquista. Altrimenti un ronzino e un cavallo di razza potrebbero accampare le stesse pretese”. Si tratta di un sentire ormai mafioso, che però è anche molto americano. Evangelisti ne ha colto l’umore e ha scritto un romanzo “americano” anche e soprattutto nel gusto di un pubblico che di un personaggio ama conoscere gli atti scellerati non meno dei gesti privati com’è nel caso di un Tony Soprano. E della tecnica narrativa anglosassone Evangelisti, il meno italiano dei nostri scrittori, ha preso in prestito il dromo della circolarità che è propria per esempio di un Follett: tutti i personaggi ritornano lungo il romanzo ricoprendo nuovi ruoli e occupando una scena sulla quale si ritrovano in ripetute mire e riciclati aspetti, nella insistita scala di una ridondante versicolarità. E’ a questa altezza che il romanzo prende le maggiori distanze dalla storia, romanzo e storia pur combinandosi in un mirabile gioco di innesti.



IL MUCCHIO SELVAGGIO: recensione di NOI SAREMO TUTTO

di Alessandro Besselva Averame (da Il Mucchio Selvaggio n. 598)



Invece di assecondare le richieste dei fan, che attendono dal 2002 una nuova avventura del ciclo di Eymerich, Evangelisti ha preferito completare la propria storia alternativa (e nera) degli Stati Uniti.
Se nei due precedenti romanzi sull'argomento, Black Flag e Antracite, spiccava una figura come Pantera, difficilmente reclutabile sia dai buoni che dai cattivi, il protagonista di Noi saremo tutto, l'italoamericano Eddie Florio, è forse il più spregevole dei personaggi finora escogitati dallo scrittore bolognese. Privo della pur contorta statura morale dì Eymerich, il protagonista di questo romanzo costringe il lettore, volente o nolente, ad accettarlo, visto che le vicende raccontate nel libro sono quasi interamente filtrate dal suo sguardo.
L'ascesa di Florio, personaggio che si fa strada nell'ambiente sindacale dei portuali a partire dagli anni '30, per poi raggiungere una posizione di contorno, comunque privilegiata, nel mondo del crimine organizzato degli anni '50, è costellata di eventi sui quali ovviamente non ci soffermeremo in questa sede, limitandoci a dire che contribuiscono a smantellare quell'alone romantico che negli anni si è sedimentato sulla figura del gangster.
Da questo punto di vista, Noi saremo tutto è una variante particolare di noir, che visita i topoi del genere e le intersezioni tra potere, legalità e crimine in un modo magari non del tutto inedito, ma che segue in ogni caso una prospettiva poco frequentata. I gangster descritti in queste pagine non possiedono il fascino anni '30 che iconograficamente ci è stato tramandato dalla tradizione hollywoodiana, ma sono piuttosto vincolati alla cultura arcaica dalla quale provengono, cultura che spesso cela residui ancestrali: lo stesso accadeva con la comunità irlandese di Antracite.
Noi saremo tutto è anche il primo romanzo di Evangelisti in cui la componente soprannaturale è del tutto assente, un elemento che già negli episodi precedenti era via via sfumato fino a diventare un sottofondo. Viceversa, la riflessione politica, pur vista attraverso una prospettiva deformante (anzi, proprio per questo più interessante) continua a essere al centro dell'opera di Evangelisti. Questo romanzo rappresenta probabilmente una deviazione dai percorsi principali, e immaginiamo resterà un episodio isolato: possiamo però affermare che l'immagine di versatilità che associavamo al suo autore esce ulteriormente rafforzata dalla lettura di queste pagine.



L'UNITA': Wu Ming 1 recensisce NOI SAREMO TUTTO

QUANDO I SOVIET PRESERO SEATTLE
di Wu Ming 1 (da L'Unità, 5 novembre 2004)



Fa digrignare i denti e scartavetra le gengive, il nuovo romanzo di Valerio Evangelisti, Noi saremo tutto (Strade Blu Mondadori, pp.430, € 15). Ti ci avventi sopra, impasto di carne e piombo e frammenti d'ossa, e lo finisci con la bocca piena di sangue.
Noi saremo tutto racconta la vita e la sopravvivenza, l'orgoglio di intere comunità ma anche l'abiezione, il tradimento, la Cartagine distrutta del movimento operaio americano.
Dopo aver spento ogni fuoco di rivolta, gli States brancolano nel buio della loro storia, sotto un cielo di novilunio, in una piana circondata di nulla. Nell'esplorare quelle tenebre è utile fischiettare un ritornello. Per farsi coraggio, ma anche per usarlo a mo' di sonar. Tornano così alle labbra i canti dei wobblies, gli Industrial Workers of the World. Salgono, da pagine ingiallite di libri trovati chissà dove, gli inni del sindacalismo rivoluzionario e le strofe del poeta operaio Joe Hill. Rimbomba, oltre le nebbie del presente, la versione wobbly dell'Internazionale, che culmina nella citazione marxiana: We have been naught, we shall be all. Non eravamo nulla, saremo tutto.
Evangelisti si è spinto nelle lande della damnatio memoriae, seguendo il persistere e periodico riemergere del mito IWW. Da Seattle a San Francisco a New York e di nuovo a Seattle. Dagli anni Venti agli anni Cinquanta fino agli ultimi giorni del secolo. L'epopea dei sindacati statunitensi, le grandi battaglie per il loro controllo ingaggiate su entrambe le coste da alleanze fluide, reversibili, un "tutti contro tutti" fra stalinisti, sindacati gialli, fascisti, gangster e governo federale.
La ricostruzione di quei conflitti assume una consistenza colloidale, si nuota nella poltiglia di vite triturate.
Evangelisti, prima di fare il romanziere, era uno storico del movimento operaio e socialista. Nei "titoli di coda" sciorina la più esoterica delle bibliografie, ma a colpire il lettore "sprovveduto" è soprattutto la non-chalance, l'apparente facilità con cui ricostruisce episodi dimenticati, riportando sul proscenio movimenti sradicati, spazzati via, annichiliti. In Antracite (2003) c'era il grande sciopero dei cow-boys del 1877. Qui c'è Seattle in mano ai soviet (come altro chiamarli?) durante il grande sciopero del '19, e c'è il blocco del porto di San Francisco nel '34, braccio di ferro coi padroni che i comunisti stravinsero (tanto da controllare il porto persino in epoca maccartista) e che cambiò il volto di quella città, ancora oggi la più progressista degli States, coi Verdi al 40%!
Con la medesima disinvoltura, Evangelisti descrive i numerosi, improvvisi cambi di strategia del Partito Comunista di Earl Browder, sezione americana del Komintern: dalla fase estremista della "lotta al socialfascismo" alla politica dei fronti popolari, a cui seguì un mezzo rovesciamento di fronte per via del patto Molotov-Ribbentropp (1939), linea che però, dopo Pearl Harbor e l'invasione tedesca dell'Urss, lasciò il posto a una sorta di "patriottismo americano" interclassista.
Dall'altra parte della barricata c'è gente loschissima, come il giornalista Willard Huntington Wright, meglio noto come S.S. Van Dine, celebre autore di gialli. Evangelisti lo restituisce alla sua figura storica di aristocratico ultra-reazionario, quasi nazistoide.
E che dire dei capi e capetti della mafia newyorkese, dei quali ci vengono offerte esilarate descrizioni? Su tutti resta impresso Willie Moretti, scimunito e sbavante per via della sifilide mal curata.
Anche in Noi saremo tutto c'è il "metallo urlante", come nell'eponima trilogia: grandi ponti d'acciaio ancora in costruzione, mostri sospesi a mezz'aria, cigolanti e fischianti al vento, annunciano una nuova era.
Ma la vera trovata di Evangelisti è stata la scelta del protagonista, Eddie Florio, personaggio laidissimo la cui folle, trentennale avventura si regge su due grandi intuizioni.
La prima è la totale assenza di sim-patia. Eddie (spia e voltagabbana, traditore di tutto e di tutti a cominciare dalla propria famiglia) è privo di qualunque fascino, si muove in uno spazio "inaccessibile" al lettore, che trova tutte le vie sbarrate all'immedesimazione.
La seconda è - come direbbe Eddie - il "potere della figa", il "campo di forza" del femminino. Florio assale e cerca di dominare l'altra metà del cielo, ma un'invisibile barriera lo respinge, e più ci prova più viene respinto, finché l'impatto non lo annienta.
E' una tematica già presente nelle precedenti opere di Evangelisti, ma in questo libro trova pieno sviluppo. Il trasformismo di Florio sarebbe perfettamente calibrato, le sue scelte di campo avverrebbero con un tempismo invidiabile, se egli non fosse ossessionato dalla "figa". L'irriducibile alterità di quest'ultima mette in crisi le sue strategie, e proprio lui, carnefice, stupratore, magnaccia e riduttore in schiavitù, si ritrova vittima, stuprato, sfruttato e schiavo del proprio desiderio. "Più cercava libertà, più trovava nuove schiavitù". Più si affida al celodurismo (in una scena imita i gesti del Duce visti nei cinegiornali), più si sente umiliato. Per tutto il libro è perseguitato da "spiriti", proiezioni del suo desiderio, come Amanda, Benedetta, Lucy... L'arrapamento sconfina in una sorta di "possessione", nell'alienazione da un corpo che pare abitato da spettri.
Impegnato com'è ad affrontare questa condizione, Eddie non può comprendere ciò che accade nel Paese. Certo, partecipa alla lotta contro il comunismo, ma lo fa per tornaconto personale, non perché gli importi davvero.
I "rossi", proprio come il femminino, non li capisce, gli sono radicalmente estranei. Ci è cresciuto in mezzo ma non ne afferra l'etica, e continuerà fino all'ultimo a non coglierne la filosofia.
Filosofia che, a conti fatti, si riduce a un solo monito: "Se te ne stai da solo, sei un povero stronzo e basta".
E' in questa doppia natura il segreto del funzionamento di Noi saremo tutto. E' un grande romanzo epico, ed è la storia di un povero stronzo.



9.11.04

AVVENIRE presenta NOI SAREMO TUTTO



Nota preliminare: Nell'articolo di Alessandro Zaccuri qui riportato, alcune affermazioni di Valerio Evangelisti, frutto di una conversazione telefonica, rischiano di essere male interpretate. Dove si parla di "movimento per i diritti civili" americano, bisogna intendere il più generale movimento di contestazione degli anni '60 e dei primi anni '70, incluse le sue componenti più radicali (SDS, Pantere Nere, White Panthers, Weathermen, ecc.). Inoltre Evangelisti non ritiene affatto gli Stati Uniti odierni più "maturi" che in passato: semmai è vero il contrario. Quanto al comunismo che non avrebbe attecchito negli Usa, il riferimento era al solo modello burocratico imposto dal Komintern (come dimostra, nel romanzo, la valutazione tutta diversa riservata al sindacalista comunista Harry Bridges).
Simili fraintendimenti non sono attribuibili all'ottimo Alessandro Zaccuri, ma piuttosto al mezzo imperfetto dell'intervista via telefono.


EVANGELISTI: ASSOMIGLIA A UN NOIR LA STORIA DEGLI STATI UNITI
La controversa epopea del sindacalismo Usa al centro del nuovo romanzo dell’autore reso celebre dall’inquisitore Eymerich

di Alessandro Zaccuri
(da Avvenire del 9 novembre 2004)

Eymerich può attendere. E non è detto che gli dispiaccia. Se non altro perché, a confronto del nuovo personaggio ideato da Valerio Evangelisti, l'inquisitore del regno d'Aragona rischia di risultare addirittura simpatico. Eddie Florio, anima nera del corposo Noi saremo tutto che arriva oggi in libreria (Mondadori, pagine 430, euro 15,50), è un piccolo gangster mimetizzato nel sistema, tutt'altro che trasparente, delle associazioni sindacali americane in un arco di tempo che va dagli anni Trenta alla soglia dei Sessanta. Dalla depressione al maccartismo, insomma. Un contesto che permette a Eddie di dare il peggio di sé, rivelandosi a più riprese violento, avido, perverso, traditore di tutto e di tutti... «Purtroppo però - puntualizza lo scrittore - ho inventato molto poco: la cronaca dell'epoca è piena di episodi simili a quelli che descrivo. Anche per questo Noi saremo tutto non è semplicemente un noir, ma un romanzo storico in forma di noir».
A voler essere ancora più precisi, si potrebbe parlare di controstoria. Quella degli Usa, ai quali Evangelisti ha già dedicato, un anno fa, il controverso western politico Antracite. «Ma non mi considero antiamericano - ribatte l'autore -. Piuttosto, mi interessa comprendere meglio il passato degli Stati Uniti, perché sono convinto che si tratti di una realtà che riguarda direttamente il nostro presente». Nel senso che siamo tutti americani, cittadini della nuova Europa compresi? «Nel senso che potremmo diventarlo - replica Evangelisti -. E, più che altro, nel senso che ci sono alcuni errori che gli Usa hanno già commesso e l'Europa, forse, potrebbe ancora evitare. Il fascino dell'America, oltretutto, sta proprio nella sua unicità. Le faccio un esempio: si dice spesso che la "caccia alle streghe" del senatore McCarthy ha sradicato per sempre il comunismo dagli Usa. Ecco, in Noi saremo tutto cerco di dimostrare che non è del tutto esatto. Il comunismo, in realtà, non ha mai fatto parte del tessuto sociale e culturale degli Stati Uniti. In definitiva, è stata proprio questa estraneità a decretarne l'estinzione».
Sì, ma dove risiede allora l'unicità americana? «Nella tradizione dei diritti civili - risponde Evangelisti -, che personalmente ho sempre trovato molto più interessante delle infatuazioni, tutte europee, per il maoismo o per la rivoluzione cubana. A sua volta, però, il movimento dei diritti civili affonda le radici in una molteplicità di esperienze poco conosciute, come quella dei wobblies, i sindacalisti libertari d'inizio Novecento. Sono loro i primi a cantare quel ritornello, "Noi saremo tutto", che nel corso del romanzo viene ripetuto da diversi personaggi, appartenenti a schieramenti contrapposti».
E il legame fra sindacalismo Usa e malavita? Storia antica o attualità? «Il mio racconto si arresta alle soglie degli anni Sessanta - precisa Evangelisti - nel momento in cui autorità e forze di polizia, prima fra tutte l'Fbi, smettono di contrastare nemici sempre più ovvi e si sbarazzano di alleati diventati ormai impresentabili. In altri termini: il comunismo cessa di essere l'unico spauracchio dell'opinione pubblica e si prende atto dell'esistenza di una malavita organizzata che, ormai, minaccia la società dall'interno. La caduta di Eddie e dei tanti gangster che gli somigliano è dovuta proprio a un simile cambio di strategia».
Anche per questo, forse, gli Usa di oggi sono più maturi di quelli del passato? «Può essere - ammette Evangelisti -, ma rimangono pur sempre un Paese molto complesso, che è impossibile ridurre a un'unica interpretazione politica o ideologica. L'America profonda ha rieletto Bush, è vero, ma l'America originaria, quella dei padri fondatori, ha votato compatta per Kerry. Credo che dovremmo tenerne conto».



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