27.12.03

Valerio Evangelisti fotografato da Francesco Gattoni


Il fotografo Francesco Gattoni (italiano, ma residente a Parigi) è noto per le sue immagini di scrittori, apparse su Le Monde e su molte altre testate. A una galleria di sue foto è dedicato 'ultimo numero della rivista elettronica Via Libre 5.
Tra gli scrittori fotografati figura anche Valerio Evangelisti, che dedica a Gattoni un breve commento entusiastico. La foto in questione può essere vista cliccando qua.
Tra breve, una mostra dell'opera di Francesco Gattoni aprirà i battenti a Roma e, nei prossimi mesi, circolerà in altre città italiane.
(A sinistra, Gattoni, fotografato, questa volta, da Evangelisti)



26.12.03

EYMERICH IN SERBO!


La casa editrice di Belgrado Narodna Knjiga ha appena pubblicato il romanzo Inkvizitor, versione serba di Nicolas Eymerich, inquisitore.
La copertina è di Francesco Mattioli, il disegnatore del fumetto La Furia di Eymerich.
La traduzione in serbo è di Ana Lončar, a cui Valerio Evangelisti ha dedicato il suo ultimo romanzo uscito in Italia, Antracite, anche per ringraziarla del suo ottimo lavoro di traduttrice.
Inkvizitor è stato presentato alla Fiera del Libro di Belgrado, svoltasi in novembre.






A Valerio Evangelisti il Premio Gianluigi Bonelli 2003

Questo il comunicato ufficiale che annuncia l'importante riconoscimento, tratto da afNEWS:

"L'edizione 2003 del Premio Gianluigi Bonelli per la narrativa popolare andrà nelle mani dell'inquisitore Eymerich. La giuria del prestigioso premio, ideato tre anni fa da Roberto Genovesi e Bepi Vigna con il patrocinio di Sergio Bonelli Editore, ha infatti deciso di premiare quest'anno Valerio Evangelisti `'per la sua capacità di esaltare al massimo tutti gli strumenti espressivi della cultura popolare, dal fumetto al romanzo, grazie ad un personaggio di grande impatto come l'ormai celebre internazionalmente ma italianissimo Inquisitore Eymerich''.
Evangelisti riceverà il Premio Gianluigi Bonelli nel corso della kermesse fantasy Aspettando il Ritorno del Re che si aprirà a Roma il 22 dicembre prossimo a Villa Celimontana e durerà fino al 25 gennaio 2004. Nelle precendenti due edizioni il premio Gianluigi Bonelli è stato assegnato nel 2001 a Vincenzo Cerami e nel 2002 a Valerio Massimo Manfredi.

20.12.03

Recensione di ANTRACITE di Wu Ming 4 (da L'Unità)

UNA PANTERA NERA NEL WEST
La parabola di un topos letterario nel romanzo di Valerio Evangelisti “Antracite”


WU MING 4



Uno straniero senza nome giunge in una città contesa tra gang rivali e si ritrova al centro di complessi intrighi di potere e di morte dai quali uscirà con coraggio e astuzia. Uno di quei canoni narrativi a cui ci si affeziona fin da bambini, e che è stato raccontato da illustri nomi della letteratura e del cinema di genere. Quando nel 1929 Dashiell Hammett scrisse “Red Harvest” non poteva immaginare che la sua storia sarebbe diventata un archetipo dell’immaginario pop. Siamo negli anni ruggenti che precedono la Grande Depressione. Lo straniero senza nome di Hammett è un investigatore privato spedito in una città corrotta per risolvere un caso. Il padrone delle ferriere, vecchio capitalista esangue proprietario di fabbriche e miniere, ha affrontato il conflitto sindacale con il pugno di ferro e i metodi sporchi, assoldando gangster e mafiosi per fare piazza pulita di sindacalisti e teste calde. Ma una volta stroncati gli scioperi, i gangster hanno preteso una fetta della torta e si sono rivoltati contro il loro stesso mandante, diventandone concorrenti per il controllo degli affari cittadini. Il nostro anonimo agente si ritrova in mezzo a un’intricata guerra tra cosche che vede coinvolti sindacalisti, malavitosi e imprenditori proprietari di testate giornalistiche, dove è impossibile definire un confine netto tra buoni e cattivi e niente è ciò che sembra. Dovrà risolvere un caso d’omicidio, salvare la pelle e fare piazza pulita dei parassiti. Impresa degna di un antieroe di genere che muove i suoi primi passi.
Nel 1961 Akira Kurosawa trasferisce il topos sul grande schermo. Scarnifica la storia, riduce all’osso il modello e ne indaga le linee narrative e i caratteri, trasformandolo quasi in un dramma shakespeariano. L’ambientazione è quella del Giappone ottocentesco e lo straniero senza nome è un samurai, mercenario senza scrupoli in vendita al miglior offerente. “Yojimbo”, che in giapponese significa “uomo di trent’anni”, è un Toshiro Mifune coriaceo e violento, ma con un fondo d’umanità nel cuore, proprio come l’agente speciale di Hammett. La città in cui giunge è divisa tra due famiglie in lotta tra loro, una produce sake, l’altra seta. Lo straniero sviluppa una complessa strategia del doppiogioco per fregare tutti e fare molti soldi. Ma sarà proprio il principio etico che non riesce ad abbandonare a impedirgli di lucrare davvero sulla situazione, e a spingerlo a fare fuori tutti i cattivi, prima di riprendere la strada, più povero di quando è arrivato.
Quattro anni dopo, Sergio Leone riadatta la storia al selvaggio West americano, girando “Per un pugno di dollari”. La vicenda è identica, i personaggi gli stessi, ma tutto il film è ammantato di un alone crepuscolare e accompagnato dalle musiche di Morricone, che rendono l’atmosfera romantica e quasi omerica. Clint Eastwood è lo straniero che chiamano “Joe”, forte come Achille, furbo come Odisseo.
A metà degli anni novanta un altro regista, Walter Hill, si cimenta nella rilettura dell’archetipo. Hill compie un mixaggio azzardato: recupera l’epoca originaria dal modello letterario, gli anni venti del novecento, e la trapianta sull’ambientazione leoniana della frontiera tra Stati Uniti e Messico. Il protagonista è un goffo e tarchiato Bruce Willis, che si fa chiamare Joe Smith, e che alla fine rimarrà “L’ultimo uomo in piedi” (Last man standing) o, nel titolo italiano, “Ancora vivo”.
Ci piace leggere “Antracite”, il terzo episodio narrativo della trilogia di “Metallo urlante” (Mondadori, Strade Blu, 2003) come un’ulteriore tappa di quella che potremmo ormai definire una saga.
Siamo di nuovo in uno scenario western, ma nello stato industriale e minerario della Pennsylvania, East Coast. Soprattutto siamo a un passaggio epocale, quello dello scontro tra due Americhe, all’indomani della Guerra Civile, abilmente tratteggiato da uno dei personaggi: il capitale industriale alleato dei grandi allevatori e sostenuto dal partito repubblicano, contro il capitale latifondista alleato della piccola proprietà agricola e appoggiato dal partito democratico. Il Nord-Est che “colonizza” il Sud-Ovest al ritmo di avanzamento della ferrovia.
La città in cui giunge lo straniero senza nome è divisa da un conflitto di classe: il capitale WASP da una parte, la manodopera immigrata, soprattutto irlandese, dall’altra. Evangelisti recupera l’aspetto “sindacale” e sociale del conflitto e delle trame nelle quali il protagonista si trova coinvolto. Ma anche qui è difficile distinguere i buoni dai cattivi, gli onesti dagli infiltrati. La vera impresa, la vera detection, è ricostruire il quadro, capire chi sta con chi, dove sta il bene, e quello che è meglio fare. Rispetto ai precedenti cinematografici si riprende la complessità della trama e il gusto “noir” del colpo di scena.
C’è poi un inserimento ex novo molto interessante. Lo straniero in questo caso ha un nome, per quanto nome “d’arte”: Pantera (già protagonista delle due puntate precedenti della trilogia). E’ un personaggio che mantiene le caratteristiche dei suoi predecessori: cinico, ma con un senso etico; mercenario, ma di se stesso. In più però è un meticcio. Pantera è etnicamente e culturalmente un incrocio, allusione effettiva al mondo nuovo nascente, catapultato a sua volta e suo malgrado in una guerra che vede mescolate identità di classe e identità etniche, rivoluzione e tradizione. Di fronte al sangue e all’orrore del Vecchio Mondo, importati e perpetrati in quello Nuovo, è proprio lui la figura più rivoluzionaria. Pantera è mezzo nero e mezzo messicano, sacerdote sui generis di una religione afrocaraibica giunta fino al continente. E’ il punto d’arrivo di un percorso che parte dall’Africa e approda nell’America “dei liberi e dei coraggiosi” con il suo bagaglio davvero straniero e che poco o nulla ha a che spartire con gli odi religiosi ed etnici dei bianchi. Solo così può diventare l’unico vero paladino dei paria, di coloro che scavano in fondo alle miniere, negli strati più profondi della terra, secondo una suddivisione verticale che ricalca quella sociale. Laggiù in fondo, dove quasi non arriva la luce, non ci sono più gli uomini, ma i bambini, gli ultimi per davvero, gli ultimi arrivati in un mondo che di “nuovo” ha davvero poco. E’ con questi che il reietto Pantera, discendente di schiavi e indios, sancisce la sua implicita alleanza. Con la prostituta bambina che di giorno si spacca le mani in miniera e di notte soddisfa le più sordide voglie di uomini bestiali; con i piccoli minatori cresciuti troppo in fretta, i polmoni già marci di carbonchio; e con le donne, invecchiate prima del tempo e ormai “fuori mercato” anche per i papponi.
Ci sono pagine commoventi in Antracite, che ci restituiscono il senso di un oscuro punto d’origine delle lotte, secondo la celeberrima suggestione di Benjamin: non si lotta per i posteri, ma per gli antenati. Per conservare il senso di un’impresa titanica, quella dell’anonima moltitudine di esseri umani che ha sputato sangue per uscire dalle viscere della terra e aspirare a una vita dignitosa.
Ma il romanzo di Evangelisti ci regala anche un’imprescindibile riflessione sulla modernità. Il carbone, la ferrovia, la trasformazione del paesaggio e del mondo abitato, coincidono con un cambiamento antropologico: creano esseri contaminati dal minerale e dal metallo, che portano sulla pelle e fin nei recessi dell’organismo il marchio mortale del lavoro e dello “sviluppo”. L’idea che la terra sia fatta per essere erosa, scavata, triturata dalle macchine, fino a ridurla in cenere; l’idea che la locomotiva (“mito di progresso”) e la scavatrice esistano per abolire il concetto stesso di limite alla potenzialità trasformatrice dell’uomo; questa idea nasconde la storia sociale dei fatti ed è intrinsecamente connessa con l’inumanità capitalistica. L’abolizione del limite dello sfruttamento del mondo non può prescindere dallo sfruttamento della specie. Di conseguenza non è possibile limitare l’arbitrio dell’uomo sull’uomo senza limitare quello dell’uomo su ciò che lo circonda. E’ chiaro che non c’è alcuna fascinazione passatista o pre-moderna nel romanzo di Evangelisti, bensì uno sguardo in avanti, una constatazione indotta fin troppo attuale, anche se colta in un momento originario. Qualcosa che proietta direttamente nel presente l’ultima cavalcata di Pantera.




1.12.03

Recensione di ANTRACITE di Mauro Gervasini (Film TV, 30 novembre 2003)

UNA NUVOLA DI POLVERE... UN GRIDO DI MORTE... ARRIVA PANTERA!

MAURO GERVASINI


C’è in Italia uno scrittore coi fiocchi che riscuote successo anche all’estero, specie in Francia. Saranno più d’uno, direte voi, ma questo è speciale perché scrive libri particolari, di quelli che non si ama leggere o recensire nei salotti buoni. Si chiama Valerio Evangelisti, è di Bologna, è diventato famoso “inventandosi” una sorta di fantascienza cyberpunk che fa avanti e indietro tra passato e futuro, ed è sovrastata da un personaggio, l’inquisitore Nicolas Eymerich, protagonista di un ciclo di cupissimi romanzi divenuti ormai di culto.
Non è di Eymerich che vogliamo parlare ma di Pantera, lo stregone del secondo ciclo di Evangelisti, quello del “metallo urlante”. L’ultima avventura di Pantera, messicano meticcio un po’ Sartana e un po’ El Morisco, è raccontata in Antracite (Strade Blu Mondadori, pp. 370, € 15) ed è la prima ambientata interamente nel passato, precisamente in Pennsylvania, subito dopo la Guerra civile americana.
Al di là della trama appassionante (Pantera viene assoldato come bounty killer dai minatori irlandesi tiranneggiati dagli angloamericani e dai gallesi, poi si ritrova invischiato in complotti più grandi di lui), Antracite dimostra come attraverso gli artifizi della finzione e del genere (il western con venature horror/magiche) sia possibile veicolare un’interpretazione della Storia supportata, questo è il bello, da un lavoro di ricerca documentale impressionante.
Pantera agisce come un fantasma “senza causa” (rigorosamente ribelle ma non rivoluzionario) in un tempo di mutamenti epocali (la modernità aggressiva e de-regolata che corre per il paese sui binari della ferrovia); è uno stregone il cui mondo parallelo-fantastico fatto di amuleti e riti arcani incute meno inquietudine della realtà o di un’idea di “progresso” ebbra di sangue e di crudeltà.



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