Su IL MANIFESTO Mauro Trotta recensisce IL SOLE DELL'AVVENIRE vol. 3: NELLA NOTTE CI GUIDANO LE STELLE

by Eymerich 21. marzo 2016 03:56

LA LUNGA EPOPEA DI UNA "CLASSE" CHE VOLEVA TUTTO

di Mauro Trotta (da il manifesto, 18 marzo 2016)

A un anno e un mese esatti dall’uscita del precedente romanzo, puntuale, è arrivata in libreria la terza e conclusiva parte della triliogia di Valerio Evangelisti intitolata Il sole dell’avvenire. Ancora una volta, così, in questo Nella notte ci guidano le stelle, verso di una delle più famose canzoni partigiane (Mondadori, pp. 512, euro 22) l’autore riprende le fila del racconto delle vicende che vedono protagonisti gli esponenti delle famiglie allargate dei Verardi e dei Minguzzi, gettando uno sguardo che dalla natìa Romagna si allarga all’intera Italia e all’Europa. 

Gli anni narrati questa volta spaziano dal novembre del 1920 al novembre del 1950 ed è significativo notare come la scena iniziale e la scena finale del libro si svolgano, quasi a sottolineare il carattere conchiuso e conclusivo dell’opera, sulla stessa scena: la tomba di Canzio Verardi. Qui, all’inizio, si riuniscono i parenti per il funerale e sempre qui, alla fine, i superstiti si riuniranno di nuovo per il trentesimo anniversario della sua morte, quasi a suggellare un patto di unità e di speranza per l’avvenire.

Anche questo libro, come i precedenti, ha una struttura tripartita: tre sezioni, ognuna dedicata a un esponente della «tribù» romagnola e a un determinato segmento temporale del periodo storico preso in considerazione. La prima, dedicata a Tito Verardi, vede l’imporsi del fascismo e arriva fino alla marcia su Roma e alla presa del potere da parte di Mussolini. La seconda, con Destino Minguzzi principale protagonista, narra del consolidamento del regime, delle resistenze che sopravvivono, della guerra di Spagna e arriva, attraversando la caduta di Mussolini, la nascita della repubblica di Salò e della Resistenza, fino al marzo del 1944. La terza, dedicata a Soviettina «Tina» Merighi affronta l’imporsi della lotta partigiana e il dopoguerra con le elezioni del 1948 fino, appunto, al novembre del 1950. 

Personalità eccentrica 

La narrazione nelle tre parti, pur mantenendosi in terza persona grazie all’utilizzo del narratore esterno, privilegia il punto di vista del personaggio a cui è intitolata la sezione. Questo non implica una parzialità intesa come il rinunciare a misurarsi con la storia, ma esprime anzi la scelta, ponderata ed efficace, di un punto di vista dal basso che, proprio perché in qualche modo parziale, riesce a restituire in maniera vivida e coinvolgente non soltanto il succedersi ma anche e soprattutto il senso degli accadimenti che compongono la Storia con la «S» maiuscola. Insomma, al di là del valore letterario dell’opera, comunque elevatissimo, l’intera saga di Evangelisti rappresenta appieno un tentativo riuscito di affrontare i grandi eventi storici attraverso il coagularsi, il sovrapporsi, armonizzandosi o confliggendo, di varie piccole storie che, nel succedersi delle loro dinamiche a prima vista periferiche o secondarie, riescono a comporre in maniera ineguagliabile il grande affresco storico. 

Anche i personaggi scelti per prestare il proprio punto di vista alla narrazione rispondono perfettamente e in modo originale a tale proposito. Non si tratta, infatti, di tipici esponenti del gruppo sociale di appartenenza. Appaiono innanzi tutto come persone con una propria personalità – esposta magistralmente dall’autore – pieni di contraddizioni e di dubbi, spesso eccentrici rispetto al «ruolo» che si trovano ad impersonare. Così Tito, lo squadrista fascista, violento, subdolo, infiltrato tra le fila degli oppositori, pronto a tradire tutti in nome del suo ideale, si scopre sempre più confuso rispetto proprio a quell’idea in nome della quale combatte.

Ex-legionario fiumano, dannunziano convinto rimane sorpreso non soltanto dalla reazione praticamente nulla delle strutture organizzate del movimento operaio e contadino, ma dall’evoluzione che sta prendendo il movimento fascista che via via rinuncia all’ideale repubblicano originario, accetta i finanziamenti da quei «signori», agrari e industriali, che dichiarava di voler combattere, arrivando alla conclusione che «il fascismo era cosa fumosa senza lame, randelli e pistole».

Questo non lo rende assolutamente un personaggio positivo ma lo rende una sorta di catalizzatore perfetto per far emergere elementi quali la strategia della violenza adottata dai fascisti, le varie anime del movimento mussoliniano, la collusione di magistratura e forze dell’ordine, le divisioni della sinistra e la sua incapacità a valutare gli eventi in atto, i tentativi di resistenza significativi come quelli attuati dagli Arditi del popolo. Allo stesso modo, le figure di Destino e Tina appaiono non convenzionali. Anche in questo caso, infatti, non si tratta di militanti da sempre convinti e consapevoli, anzi.

Il primo si troverà quasi per caso a combattere in Spagna dalla parte degli anarchici, la seconda diventerà staffetta partigiana quasi soltanto per amore. Eppure, seguendo i loro percorsi e le loro scelte emergeranno in maniera davvero appassionante e vivida tutti gli eventi e le situazioni di quel periodo.

Dagli ambienti e dall’attività della rete clandestina in Italia e dei rifugiati in Francia, alla cupezza e alla corruzione imperante nel regime fascista: «Se a livello nazionale il fascismo aveva un suo profilo politico, piacesse o no, su scala locale vedeva un proliferare di caporioni famelici, interessati solo a riempirsi le tasche, ad accaparrarsi incarichi ben retribuiti e a sistemare amici e parenti». E ancora dalle divisioni e dalle contrapposizioni che vedranno confliggere anarchici e comunisti e socialisti e poi stalinisti e trotzkisti al peso che le scelte politiche possono avere su tutto, anche sull’amore. E poi dall’entusiasmo che si può provare all’interno di un momento rivoluzionario come quello spagnolo o all’interno di una lotta di liberazione alla paura, ai massacri e alle crudeltà di nazisti e fascisti. Fino alle speranze di un cambiamento davvero radicale e all’amaro rendersi conto che, dopo la vittoria, non si è tornati, per braccianti e operai, alle condizioni strappate nel corso del biennio rosso.

La speranza che non muore

Tanti sono gli spunti e le riflessioni che terzo volume de Il sole dell’avvenire suscita, come del resto gli altri della trilogia, rispetto all’attualità. E il problema atavico delle divisioni della sinistra – divisioni che spesso sembrano attraversare più i gruppi dirigenti che la base – è quello che emerge con più forza. Eppure al di là di questo e della dichiarazione dello stesso Evangelisti a conclusione della sua nota finale in cui il magister afferma di non voler scrivere seguiti dell’opera perché: «La cupezza ha un limite e io, malgrado la foto della quarta di copertina, sono di indole allegra», il romanzo si chiude con una forte scena di speranza. 21 novembre 1950, i sopravvissuti si riuniscono davanti alla tomba di Canzio Verardi, parte un canto rivoluzionario, tutti alzano il pugno chiuso, anche la più piccola, Stella, tra le braccia della madre lo fa. Il padre lo nota. «Il sole dell’avvenire non si vede ancora, commentò. Chissà che non sia una stella a guidarlo fuori dalla nebbia. Tutto è rimandato di una generazione. O di due, a essere pessimisti».

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Valerio Evangelisti presenta al centro sociale VAG 61 di Bologna IL SOLE DELL'AVVENIRE vol. 3: NELLA NOTTE CI GUIDANO LE STELLE

by Eymerich 6. marzo 2016 03:18

Il 28 febbraio 2016 Valerio Evangelisti, introdotto da Giorgio Cremaschi, nome storico del sindacalismo italiano, ha presentato al centro sociale Vag 61 il vol. 3 de Il sole dell'avvenire. La presentazione era intervallata da canzoni citate nel libro, eseguite dal fisarmonicista David Sarnelli e dalla cantante Margherita. Nel video, gli ultimi 12 minuti dell'evento, durato circa due ore.


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Su IL PRIMO AMORE Antonio Moresco recensisce IL SOLE DELL'AVVENIRE vol. 3: NELLA NOTTE CI GUIDANO LE STELLE

by Eymerich 4. marzo 2016 04:17

CE L'HAI FATTA, VALERIO di Antonio Moresco (da Il Primo Amore, 3 marzo 2016)


È finalmente uscito il terzo volume del Sole dell’avvenire di Valerio Evangelisti. Titolo di quest’ultima parte: Nella notte ci guidano le stelle. L’ho letto d’un fiato, anche perché volevo conoscere le vicende dei diversi personaggi che avevo lasciato alla fine della seconda parte. Perché quest’opera monumentale è uscita in tempi rapidi sì, ma pur sempre a una certa distanza un volume dall’altro, e il lettore contemporaneo alla sua stesura è stato inevitabilmente costretto a due coitus interruptus prima di arrivare alla fine della vicenda. Spero che questo romanzo venga presto pubblicato tutto insieme e invidio chi potrà leggerlo così. 
La prima cosa che ho pensato alla fine è stata: “Ce l’hai fatta, Valerio”. 
Non era un’impresa facile mettere mano a una narrazione così vasta e così felicemente inattuale, dove avviene una moltiplicazione di forze tra lo storico e il romanziere, che fa emergere passo dopo passo le nostre radici e tutto il dolore e il sogno in cui affondano. L’enclave di questo libro, la ribollente Romagna dell’Ottocento e del Novecento, diventa qui il microcosmo attraverso cui si può leggere con emozione e partecipazione la storia d’Italia e non solo. 
Quest’ultimo romanzo è diviso in tre parti, che prendono il nome di tre personaggi del libro e di tre “figli”: il primo Tito, il secondo Destino, il terzo Soviettina. La prima parte è tragica, la seconda picaresca, la terza epica. 
Quest’ultimo volume, che narra del fascismo divenuto regime, è ancora più drammatico degli altri, anche se la mano dell’autore è come sempre leggera e riesce a coniugare la tragedia con la spinta narrativa incessante, la commozione con il riso, l’epica con la mancanza di retorica e trombonaggine, il tutto con un passo elementare e costante. Il quadro è cupo e a volte disperato, ma Valerio ci tira su ogni tanto il morale con Cincin. 
Attraversiamo nella prima parte, seguendo la vicenda di Tito, la tragedia di una vita contrassegnata da un’inestricabile schizofrenia, che mostra bene, dall’interno e con la seconda vista del romanziere, la doppia anima del fascismo, nato da una costola del socialismo e divenuto braccio armato di agrari e di industriali e, alla fine, dell’invasore nazista. Nella seconda parte troviamo l’emigrazione antifascista e la guerra di Spagna, con le sue lotte suicide tra comunisti, anarchici e socialisti delle varie fazioni, male endemico, inguaribile e permanente della sinistra. Nella terza viene narrata, tra le tante altre cose, la tragedia dell’8 settembre, la caduta del regime fascista, la Repubblica di Salò, gli eccidi e la pratica della tortura, il lavoro delle staffette e la lotta partigiana, nella sue forme più ideologiche e organizzate e in quelle più fantasiose e guascone, insieme alle vicende personali e amorose, che sono il filo conduttore di tutte le parti di questo libro e degli altri due che l’hanno preceduto. 
Il libro non delude le aspettative, tiene fino alla fine e anzi cresce. E’ frutto di anni di lavoro, portati avanti e a termine con la caparbietà e la ricchezza di mezzi del narratore di razza d’altri tempi. Il fatto che la sua stesura sia stata attraversata anche da una durissima malattia (raccontata con la consueta eleganza da Valerio in Day Hospital) rende questo libro, oltre a tutto il resto, anche una lezione di coraggio e di nobiltà. 
Ripeto qui quello che ho già scritto in una delle due segnalazioni precedenti (
qui e qui): quest’opera è così ben articolata e scandita, i suoi dialoghi sono così efficaci e precisi che potrebbe essere presa così com’è e dare vita a un’impresa cinematografica o televisiva memorabile. 
Nelle ultime righe dei ringraziamenti Valerio scrive: “Questo è veramente l’ultimo volume de Il sole dell’avvenire. Va considerato, nelle sue tre parti, un unico romanzo. Non ci saranno seguiti che arrivino al presente, come alcuni mi chiedono.” Sono d’accordo, la storia deve finire qui, a questo punto drammatico e alto. E poi l’autore conclude, con un guizzo finale: “La cupezza ha un limite e io, malgrado la foto della quarta di copertina, sono di indole allegra.”

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