Su IL MANIFESTO Mauro Trotta recensisce IL SOLE DELL'AVVENIRE 2: CHI HA DEL FERRO HA DEL PANE

by Eymerich 7. gennaio 2015 04:00

LO SCIAME CHE METTEVA IN FUGA I POTENTI DELLA TERRA
di Mauro Trotta (da il manifesto, 17 gennaio 2015)

 

Una frase di Louis-Auguste Blan­qui fa da sot­to­ti­tolo al secondo volume di Il sole dell’avvenire (Mon­da­dori, pp. 536, euro 18), la saga di Vale­rio Evan­ge­li­sti dedi­cata alle pro­fonde tra­sfor­ma­zioni che hanno attra­ver­sato l’Italia e non solo a par­tire dalla seconda metà dell’Ottocento. La frase in que­stione è «Chi ha del ferro ha del pane». E, se da un lato sem­bra rife­rirsi alla dimen­sione più stret­ta­mente poli­tica dei con­flitti di classe e sociali, richia­mando que­stioni quale la neces­sità di orga­niz­zarsi e l’utilizzo della vio­lenza rivo­lu­zio­na­ria, dall’altro, per l’uso che ne è stato fatto molti anni dopo che il rivo­lu­zio­na­rio fran­cese l’aveva pro­nun­ciata, ha acqui­stato, suo mal­grado, un carat­tere quanto meno ambi­guo. Le parole di Blan­qui, infatti, cam­peg­gia­vano sulla testata del «Popolo d’Italia», il gior­nale fon­dato da Benito Mus­so­lini, dap­prima per dif­fon­dere le idee inter­ven­ti­ste e dive­nuto poi, dal 1922, l’organo del par­tito nazio­nale fascista.

E il periodo sto­rico in cui sono ambien­tate le vicende nar­rate nel libro sem­bra carat­te­riz­zato pro­prio dal cre­scere, radi­carsi delle lotte di brac­cianti, con­ta­dini e pro­le­tari e dall’emergere poi della minac­cia fasci­sta. Tutto si svolge nei primi vent’anni del Nove­cento. Sono gli anni della Set­ti­mana rossa, della Prima guerra mon­diale, della Rivo­lu­zione russa, del Bien­nio rosso. Ma sono al con­tempo anche gli anni del nazio­na­li­smo e della nascita delle squa­dracce fasci­ste. E sono inol­tre anche gli anni in cui il par­tito socia­li­sta rag­giunse a livello elet­to­rale i suoi più ampi suc­cessi, ma, nello stesso tempo, mostrò quanto fosse diviso al suo interno tra rifor­mi­sti, sin­da­ca­li­sti rivo­lu­zio­nari, intran­si­genti, inte­gra­li­sti. Insomma, come dice Evan­ge­li­sti: «una geo­gra­fia com­plessa, che la base degli iscritti non afferrò bene». Una base che invece «badava al con­creto: le lotte, il sala­rio, l’orario di lavoro» e che inven­tava e met­teva in opera nuove forme di lotta come il sabo­tag­gio e riu­sciva a creare reti di rela­zioni e di soli­da­rietà che non limi­ta­vano al solo livello locale i momenti di ribellione.

Tra passato e presente

Il tutto nar­rato, come nel volume pre­ce­dente, dal punto di vista delle classi basse, brac­cianti, ope­rai agri­coli, pro­le­tari. La nar­ra­zione segue le vicende dei figli e dei nipoti dei pro­ta­go­ni­sti del pre­ce­dente volume. Ritro­viamo ancora una volta, dun­que, gli espo­nenti delle fami­glie Men­guzzi e Verardi. E attra­verso di loro diventa pos­si­bile seguire, prin­ci­pal­mente dal ter­ri­to­rio emiliano-romagnolo, il sus­se­guirsi degli avve­ni­menti che hanno carat­te­riz­zato quel periodo sto­rico. Ed è una let­tura viva e appas­sio­nante gra­zie soprat­tutto alla mae­stria della scrit­tura di Vale­rio Evan­ge­li­sti e alla sua per­fetta padro­nanza delle tec­ni­che romanzesche.

Ancora una volta, insomma, le idee dell’autore sulla let­te­ra­tura di genere e su quella main­stream – e sui loro rap­porti – espresse in tante pagine di rifles­sione let­te­ra­ria, tro­vano una per­fetta appli­ca­zione in un romanzo appas­sio­nante e ricco di suspence come i migliori noir o la fan­ta­scienza più inno­va­tiva e, allo stesso tempo, gli argo­menti trat­tati e il modo in cui sono affron­tati spinge i let­tore ad inter­ro­garsi, a riflet­tere su tema­ti­che che non sem­brano asso­lu­ta­mente con­fi­nate al periodo sto­rico trat­tato. Già per­ché pro­blemi come la disoc­cu­pa­zione, la pre­ca­rietà, l’attacco a diritti che pare­vano acqui­siti gra­zie a lotte anche dure non sono sol­tanto eventi di un pas­sato lon­tano, ma si ripro­pon­gono con tutta la loro viru­lenza nel nostro pre­sente che pro­prio per que­sto non può essere un pre­sente senza storia.

Non solo, anche le inde­ci­sioni, i ten­ten­na­menti, le divi­sioni del par­tito che rap­pre­sen­tava gli inte­ressi dei lavo­ra­tori sem­brano par­larci diret­ta­mente. Ed appa­iono ancora più dram­ma­ti­che a con­fronto con i livelli di azione e di con­sa­pe­vo­lezza rag­giunti da ope­rai e con­ta­dini che erano capaci, con i cosid­detti «cicloni», di calare in sciami «in bici­cletta sui poderi esi­gendo imme­diati aumenti di sala­rio. Non erano sin­da­ca­li­sti rivo­lu­zio­nari e nem­meno anar­chici o socia­li­sti di qual­che scuola più o meno estrema. Somi­glia­vano a un feno­meno natu­rale». E uno dei per­so­naggi, Can­zio, all’inizio del libro, quasi pre­sa­gendo quello che acca­drà in seguito, afferma: «Noi stiamo buoni e quelli ci ammaz­zano. Se non rice­vono una sana lezione fanno quello che vogliono. Non avete notato che da quando Bre­sci ha spa­rato al re, di stragi non ce ne sono più state? Quando hanno paura loro, abbiamo meno paura noi».

Libro impor­tante, spesso duro e dram­ma­tico, Chi ha del ferro ha del pane rifugge, come nello stile dell’autore, da qua­lun­que pate­ti­smo e anzi appare spesso attra­ver­sato da vena­ture comi­che, nelle situa­zioni, nei per­so­naggi, nelle rea­zioni agli eventi. Evan­ge­li­sti, inol­tre, rie­sce a ren­dere dav­vero tutta la com­ples­sità dei fatti mostrando anche le con­trad­di­zioni, i cam­bia­menti, le ambi­guità che deter­mi­nano i com­por­ta­menti dei vari per­so­naggi cau­sando muta­menti pro­fondi nell’animo, nell’ideologia, nelle azioni, nello schie­ra­mento poli­tico di vari personaggi.

Il libro è asso­lu­ta­mente con­chiuso e può essere letto da solo senza biso­gno di cono­scere il pre­ce­dente. Anche que­sta volta, inol­tre, è sud­di­viso in tre parti, ognuna dedi­cata a un per­so­nag­gio. Que­sta volta si tratta di Eleu­te­ria, Aure­lio e Narda. Due donne e un uomo, come si vede, e, occorre sot­to­li­nearlo, sono pro­prio le donne a svol­gere un ruolo cen­trale nello svi­luppo della sto­ria. Tanto che sarà pro­prio quella a prima vista più fra­gile, Narda, a rive­lare nei fatti un carat­tere eroico.

Nodi irrisolti

Tra i tanti per­so­naggi dav­vero molto riu­sciti, occorre almeno sot­to­li­neare la figura di Cin­cin, comico, pica­re­sco, in grado di caver­sela in qua­lun­que situa­zione, altrui­sta, deter­mi­nato, affi­da­bile, insomma dalle mille sfac­cet­ta­ture. Così come, augu­ran­dosi che ci sia e arrivi pre­sto la terza parte della saga, sem­bra addi­rit­tura dove­roso – dato che paiono con­den­sare man­zo­nia­na­mente il «sugo di tutta la sto­ria» – ripor­tare le ultime parole della nota finale di Vale­rio Evan­ge­li­sti: «Parlo di con­ta­dini e di brac­cianti, di povera gente che ha dato alla Roma­gna e all’Emilia la pro­pria impronta. Senza curarsi troppo di chi, a livello poli­tico, pre­ten­deva di averne la guida. L’unico lin­guag­gio per me ade­guato era quello bru­sco, essen­ziale, a volte sar­ca­stico o umo­ri­stico delle cam­pa­gne. Quanto è risul­tato da que­sta colos­sale tra­sfor­ma­zione dal basso è sod­di­sfa­cente, oggi? Non sono pro­blemi miei. Io scrivo romanzi».

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