Su IL PRIMO AMORE Antonio Moresco recensisce IL SOLE DELL'AVVENIRE 2: CHI HA DEL FERRO HA DEL PANE

by Eymerich 20. dicembre 2014 03:26

di Antonio Moresco (da Il Primo amore, dicembre 2014)

 

E’ finalmente uscito il secondo volume del “Sole dell’avvenire” di Valerio Evangelisti. E’ anche questo costruito con la stessa bravura e la stessa fervida calma della prima parte. Folto di personaggi dagli incredibili nomi romagnoli ed emiliani, di canzoni, di storie drammatiche e comiche, di metamorfosi. Si ritrovano personaggi incontrati nella prima parte, in alcuni casi (Canzio) seguiti fino alla loro drammatica fine. 
In questa grande storia che Valerio si è messo a raccontare unendo la sapienza dello storico e la bravura del romanziere, c’è il germe di tutto quello che è successo dopo e che ancora sta succedendo. In quelle passioni e in quelle lacerazioni c’è già tutta l’Italia a venire. Socialisti, anarchici, repubblicani perennemente in lotta tra loro, il formarsi da una costola di questo mondo, in questo calderone politico-emozionale che sono state la Romagna e l’Emilia di fine Ottocento e primo Novecento, del germe del fascismo. Il discrimine della Prima Guerra Mondiale, la torsione politica di Mussolini, il cinismo della borghesia italiana (“la più cinica d’Europa”, come scrive Leopardi nel “Discorso sopra lo stato presente dei costumi degli italiani”), il formarsi delle prime squadre, l’indecisione e la mancanza di lucidità delle formazioni politiche della sinistra, che hanno permesso a piccoli gruppi determinati nell’uso della violenza e con forti appoggi e finanziamenti alle spalle di prendere via via il potere prima sul territorio e poi a livello nazionale (che credo sarà l’argomento della terza parte di questa opera). 
Il passo è anche qui disteso, tranquillo, solo apparentemente staccato, ma il libro cresce man mano che ci si avvicina alla fine. Sono presenti irresistibili scene comiche, ma non mancano momenti di commozione e abbandono, come ad esempio in questo finale di capitolo in cui si parla di un matrimonio ad alto tasso alcolico:

“L’automobile sbandava, scivolava sul ghiaccio, rasentava pericolosamente i filari d’alberi e i fossati. I passeggeri non se ne curavano troppo. Era un piccolo carico di felicità, quello che correva sulle cavedagne innevate di una regione benedetta.”

Oppure come le apparizioni di Cincin, personaggio toccato dalla grazia - il mio preferito - qui in una lunare scena di corteggiamento:

Quella volta il giovanotto le si fece incontro. Finse di togliersi un berretto che non aveva, pretesto per una specie di inchino. 
“Buongiorno! Signorina, da tanto volevo conoscervi. Vi ho notata, sapete? Però sono timido, anche se non sembra.” 
“Chi siete?” domandò Narda, un po’ spaventata. Era pronta a chiamare aiuto. 
“Il mio nome completo è Cincinnato Merighi, ma tutti mi chiamano Cincin. Disertore, dicono i parrucconi. Potrei offrirvi una anisette?” 
“Perché mai?” 
“Perché mi piacete molto.”

Oppure come certe inconfondibili conclusioni laconiche:

“La festa campestre di Mordano riuscì bene, tanto che Narda restò incinta.”

E’ il racconto di una drammatica epoca di sopraffazioni e di lotte, attraversata da momenti di crudeltà e inimicizia ma anche di fratellanza, su cui fa bene posare gli occhi oggi, gli occhi e anche il cuore e la mente. 
Siccome le cose che avevo scritto dopo l’uscita della prima parte valgono anche per la seconda, le ripubblico qui, seguite da un’esortazione finale all’autore.

«Quando ho ricevuto per posta l’ultimo libro di Valerio Evangelisti, in un angolino remoto del mio cervello un diavoletto mi ha sibilato: “Una saga famigliare ambientata nelle campagne romagnole dell’Ottocento… Chissà che palla!”

La sfida era così difficile che, nonostante abbia molto affetto e stima per Valerio, ho cominciato a leggere con questa intima preoccupazione. Invece, dopo un po’, il libro mi ha preso completamente. Mi sono appassionato alle vicende narrate, ho ammirato la solida costruzione romanzesca della vicenda, il suo passo costante, il suo essere riuscito ad amalgamare in modo vivo e non libresco la cornice storica con le drammatiche vite dei suoi personaggi. Mi sono commosso in alcuni punti, ho riso in altri. Il durissimo lavoro nelle campagne, nelle risaie e nelle fabbriche della seta, la precarietà, i primi moti di protesta, le persecuzioni dei ribelli, i traslochi sui carri, l’attenzione ai mille dettagli che fanno rivivere tutto un mondo fin nei minimi particolari, la miseria, la disperazione, l’alcolismo, la sfortunata spedizione in Grecia, la crescita dell’antagonismo sociale e le sue molte anime (anarchica, socialista, repubblicana) perennemente in lotta tra loro, la persecuzione da parte di capi di governo che erano stati a suo tempo garibaldini, la disperata condizione di contadini e mezzadri, e poi le nuove e ancora più devastanti innovazioni portate dal “progresso” in versione liberistica. Questo è un libro che si legge come una storia di ieri, ma che ci dice molte cose anche sull’oggi.

La sfida era difficile perché si poteva cadere nell’agiografia da “Quarto stato”, o in una sorta di “realismo socialista” rivisitato, oppure in un pastiche storico postmodernistico. Valerio riesce a evitare tutto questo, sa solo lui come. Forse perché non nasconde le miserie e i limiti dei personaggi della sua saga, che pure segue con sguardo amorevole e a volte commosso, forse perché è uno che ci crede, che crede che si possa narrare ancora così, in modo semplice e diretto, forse per l’irruzione dell’elemento comico e del dialetto - qui particolarmente presenti - che avvicinano personaggi lontani nel tempo e tolgono alla narrazione ogni postura.

Il fatto che questa sfida così difficile sia stata sostenuta giorno dopo giorno da un uomo reduce da una grave malattia - di cui porta ancora i segni - rende ancora più onore alla serietà, alla laboriosità e alla bravura romanzesca di Evangelisti.

Questo è solo il primo di tre romanzi che copriranno un arco storico che va dagli ultimi decenni dell’Ottocento al dopoguerra. Aspetto con grande curiosità il prossimo volume, perché immagino che lì si vedrà in modo ravvicinato il fascismo nascere da una costola del socialismo e da tutto questo ribollente brodo di coltura, per successivi trasformismi e mutazioni virali (Alessandro Mussolini e il piccolo Benito fanno già capolino in queste pagine), e perché è da tutto questo che è nata l’Italia di oggi. E poi voglio sapere come va a finire la storia di Canzio e della sua piccola moglie, che scrive al marito lettere così ridicole e così irresistibili, e poi quella degli altri personaggi maggiori e minori. Insomma, Valerio, non farmi aspettare troppo!

Un’ultima cosa. Questo è un vero “romanzo popolare”, che insegna e appassiona, ed è così ben congegnato e ricco di personaggi e di scene che se ne potrebbe trarre una serie di film televisivi che ci raccontano la storia di chi siamo e da dove veniamo, con alle spalle la sapienza dello storico e la ricchezza narrativa del romanziere. È così ben fatto, segue così attentamente i suoi molti fili, le scene sono così ben tagliate che sarebbe già tutto pronto, basterebbe solo girarlo e ne potrebbe venire fuori uno di quegli indimenticabili serial televisivi che magari qualcuno di noi ha visto in anni lontani ma che si vendono ancora oggi negli scaffali di librerie e negozi di dvd. Una vicenda forte, originale, corale, molto italiana ma che forse parlerebbe anche a spettatori di altri paesi e altri continenti, che forse sarebbe persino più esportabile di certe nostre scimmiottature televisive di ciò che viene fatto molto meglio altrove.»

Nei ringraziamenti finali, col suo solito tocco distaccato e caustico, Valerio dice: “Quanto è risultato da questa colossale trasformazione dal basso è soddisfacente oggi? Non sono problemi miei. Io scrivo romanzi.” 
Qualche riga prima c’è scritto: “Se ci sarà un terzo volume….” Se? Non fare scherzi, Valerio!

Tags:

Su LIBERATION Frédérique Roussel intervista Valerio Evangelisti

by Eymerich 19. dicembre 2014 04:13

Sul quotidiano francese Libération del 18 dicembre 2014, Frédérique Roussel dedica due pagine a un'intervista a Valerio Evangelisti, realizzata a Bologna alcuni giorni prima.

La foto è di Martino Lombezzi. Occasione dell'incontro, l'uscita in Francia de La lumière d'Orion, presso le edizioni La Volte.

Tags:

Su MICROMEGA Luca Cangianti recensisce IL SOLE DELL'AVVENIRE 2: CHI HA DEL FERRO HA DEL PANE

by Eymerich 9. dicembre 2014 13:27

Un romanzo storico per capire il presente
di Luca Cangianti (da Micromega, dicembre 2014)

 

La nuova opera di Valerio Evangelisti, "Chi ha del ferro ha del pane", è il secondo, autonomo volume del Sole dell'Avvenire, il ciclo di romanzi che lo scrittore sta dedicando alle lotte contadine e operaie dell'Emilia Romagna. Mentre il primo volume era ambientato negli ultimi venticinque anni del XIX secolo le vicende narrate in questo romanzo coprono il ventennio dal 1900 agli albori dello squadrismo fascista.

Ci sono interrogativi così complessi che necessitano della letteratura, oltre che delle scienze storiche e sociali, per esser affrontati con successo. Una questione oggi ineludibile è come sia stato possibile che la speranza di un mondo migliore tramontasse, in Italia e in generale in Europa, nell'oscuro presente della precarietà e della crisi, dove il disagio e la sofferenza non sembrano più trovare prospettive diverse dalla guerra tra poveri.

Chi ha del ferro ha del pane (Mondadori Strade Blu, pp. 550, € 18,00) è il secondo, autonomo volume del Sole dell'Avvenire, il ciclo di romanzi che Valerio Evangelisti sta dedicando allo sviluppo del movimento operaio in Emilia Romagna. Il libro è una ricostruzione storica attenta ai minimi dettagli, perfino topografici (le vie, le piazze) e merceologici (il liquore Strega, la vettura Fiat 24-32 HP, gli aratri Acme) e offre, accanto al fondamentale piacere della narrazione, un sottotesto ben congegnato di spunti teorici. Nel seguire le vicende di alcune famiglie emiliano-romagnole dal 1900 al 1920 riviviamo gli scioperi generali d'inizio secolo, la Settimana rossa del 1914, la carneficina della Prima guerra mondiale, il biennio insurrezionale del 1919-20 e gli albori dello squadrismo fascista.

Pur in un'ambientazione rigorosamente storica, i riferimenti al presente sono molti: la disoccupazione, il lavoro precario, le alluvioni (il fiume Idice che straripa il 29 marzo 1902), le delocalizzazioni produttive, lo sventagliamento contrattuale per indebolire la conflittualità del lavoro dipendente, la colonizzazione del partito socialista da parte di un ceto politico di avvocati, giornalisti, letterati e politicanti di mestiere che hanno interessi diversi da chi dovrebbe rappresentare. Troviamo perfino il finto lavoro autonomo dei mezzadri e dei terzadri indotto per rompere le dinamiche di solidarietà e far sentir piccoli proprietari quelli che in realtà sono meri salariati.

I protagonisti che accompagnano questo viaggio sono ancora una volta donne e uomini di umili origini, rappresentati senza enfasi e retorica vittimistica. Sono persone che acquisiscono coscienza della realtà, direttamente sulla loro pelle. Eleuteria sembra una ragazza fragile, "delicata come un passerotto"; Aurelio si concepisce all'inizio "come il motore nel camion", cioè come mero e irresponsabile meccanismo di trasmissione di volontà altrui. Narda infine parte da una condizione d'inferiorità, enfatizzata anche nella minutezza del fisico, per arrivare, spinta da eventi drammatici, all'eroismo più nobile e spontaneo.

Attraverso questi occhi semplici, spesso stupiti, ma acutissimi, il lettore fa esperienza delle istituzioni proletarie d'inizio secolo. Per esempio le Camere del Lavoro e le leghe di resistenza, che si battevano per ottenere tavoli di trattativa con i datori di lavoro, i contratti scritti e le otto ore, ma che "erano anche, in parte, circoli ricreativi. Vi si giocava a carte, si beveva vino genuino a buon prezzo, si cantava, si rideva e si litigava". Oppure le cooperative di produzione e di consumo che in un primo momento avevano contribuito a migliorare le condizioni di vita popolari, tanto che alcuni socialisti sostenevano che la cooperazione fosse già il socialismo e che bastasse estenderla all'intera società. Altri socialisti, invece, invitavano a vigilare affinché non si degenerasse in una nuova forma d'impresa borghese (e qui viene in mente il dibattito sul terzo settore che ha attraversato l'Italia negli anni Novanta del XX secolo).

Nelle prime decadi d'inizio Novecento, le forme di lotta andavano dallo sciopero al boicottaggio, a metodi meno convenzionali e controllabili quali il sabotaggio, il "gallo rosso" (l'incendio dei pagliai diffusosi nella rivoluzione russa del 1905) e i "cicloni". Questi ultimi erano delle squadre di operai agricoli che "in sciami, calavano in bicicletta sui poderi esigendo immediati aumenti di salario. Non erano sindacalisti rivoluzionari e nemmeno anarchici o socialisti di qualche scuola più o meno estrema. Somigliavano a un fenomeno naturale." Nel 1919, infine, si diffusero anche gli espropri di automobili, che venivano utilizzate per andare a chiedere la solidarietà degli operai e dei braccianti di altre città.

A fronte di tanta effervescenza rivoluzionaria dal basso, i vertici erano divisi e inconcludenti: "perché ogni socialista ha un'idea diversa su come arrivare al risultato?" si chiede un personaggio del libro, mentre un altro afferma: "La Settimana rossa sembra avere spaventato più i socialisti che i borghesi". Il panorama delle correnti includeva i socialisti intransigenti di Enrico Ferri, i riformisti (un "socialismo piccolo piccolo... più utile a chi comanda che a chi vorrebbe e dovrebbe ribellarsi"), i massimalisti spesso dogmatici e impermeabili alla realtà e i sindacalisti rivoluzionari come Arturo Labriola secondo il quale, potendo nascere il socialismo solo dal capitalismo, bisognava auspicarsi la totale libertà di mercato, senza alcun ostacolo per i capitalisti. Altri sindacalisti rivoluzionari dalle posizioni meno paradossali, invece, teorizzavano uno sciopero generale a oltranza che paralizzasse l'intera società permettendo alle Camere del Lavoro di sostituirsi ai municipi, e agli scioperanti di assumere il controllo delle fabbriche.

E così mentre il lettore è ormai avvolto dalla simulazione storica del romanzo e segue le vicende dei protagonisti tra Rimini, Molinella, Bologna, Ferrara e molte altre città emiliano-romagnole, cominciano a emergere molti interrogativi che mantengono ancora oggi, pur in condizioni diverse, una forte attualità: perché alla potente conflittualità sociale non fanno seguito organizzazioni e istituzioni antagoniste all'altezza della situazione? Come mai la storia del socialismo è così profondamente attraversata da attori nati su posizioni radicalmente di sinistra e finiti nelle fila dell'interventismo bellico, del nazionalismo e del fascismo (come del resto Arturo Labriola e Benito Mussolini)?

Nell'odierno panorama europeo in cui destra e sinistra sembrano implementare le stesse politiche economiche, tali questioni sono cruciali. Da questo punto di vista il titolo del romanzo di Evangelisti sintetizza molti paradossi. "Chi ha del ferro ha del pane", infatti, è una frase tratta da un "brindisi" del rivoluzionario francese Auguste Blanqui che fu affiancata alla testata del Popolo d'Italia, il giornale interventista fondato da Benito Mussolini. Nelle intenzioni di Blanqui, quella frase, pur nella sua estetica barricadiera, alludeva alla necessità di dotarsi di strumenti adeguati agli obiettivi da conseguire. In questo senso nella storia dei movimenti sociali è un monito spesso disatteso. Tuttavia il fatto che uno slogan socialista riappaia su un giornale che diventerà organo del partito fascista, ci insegna che, laddove la rivoluzione si palesi senza vincere, si producono mutazioni sugli stessi strati sociali popolari. Tale dinamica è esemplificata nel romanzo dalla trasformazione psicologica e perfino fisica di un personaggio, da socialista ad aiutante di possidenti agrari, a organizzatore di crumiri e picchiatore nazionalista.

Ovviamente un romanzo, anche se storico, non è deputato a fornire risposte a interrogativi epocali, e tuttavia ricostruendo un mondo passato, i suoi abitanti e i relativi stati emotivi, ci può aiutare a osservare quasi in vitro alcuni snodi fondamentali. A volte, infatti, gli strumenti della standardizzazione scientifica vanno accompagnati con la creazione di modelli artificiali e finanche immaginari con i quali sia possibile condurre delle simulazioni. È per questo che Chi ha del ferro ha del pane è un'opera che, oltre a esaltare il piacere della lettura, si rivela molto utile alla comprensione del presente.

Tags:

MILITANT recensisce IL SOLE DELL'AVVENIRE 2: CHI HA DEL FERRO HA DEL PANE

by Eymerich 4. dicembre 2014 13:51

Da Militant blog, dicembre 2014:

 

Sebbene conosciuto principalmente per l’epopea medievale dell’inquisitore Eymerich, Evangelisti sembra giunto all’approdo massimo della sua attività letteraria con questa trilogia sulle lotte di classe in Romagna tra ’800 e ‘900. Il secondo volume conferma il tentativo, quello di creare un grande romanzo popolare delle classi subalterne, ed è sicuramente la scommessa poetica più difficile affrontata dall’autore. Difficile perché Evangelisti sceglie di raccontare la vicenda storica degli sfruttati in tutta la sua interezza, sfruttando però la sineddoche contadino-romagnola. Una chiave di lettura particolare, che impone un punto di vista, quello contadino-proletario, che esce fuori dalle storie dei personaggi, dai loro linguaggi, dalle loro piccole e grandi vicende quotidiane, di un’umanità inserita nel grande processo di emancipazione avviato nell’800 e oggi purtroppo arrestato, almeno in Europa.

La storia segue l’intreccio di vicende di alcune famiglie romagnole, che tra sfruttamento, lotte sindacali, contraddizioni familiari, descrivono la più generale condizione delle classi subalterne italiane d’inizio secolo. Il periodo è il ventennio tra il 1900 e il 1920, che vide lo sviluppo decisivo delle forze politiche socialiste, la quotidiana battaglia contro il padronato agrario e l’emergere del nuovo nemico fascista. Una storia raccontata sempre dal punto di vista degli ultimi, che tra incerti riferimenti politici sentono di far parte di un insieme umano collettivo e solidale. Il principale merito del romanzo è esattamente quello di “dare voce ai poveri”. Il racconto dei diversi avvenimenti politici è sempre visto con gli occhi di un mondo contadino in fase di trasformazione. Non sono le linee politiche, i grandi avvenimenti o le sintesi intellettuali, ma gli occhi e i pensieri dei contadini a far emergere il quadro complessivo e il significato di quelle specifiche lotte di classe.

Quasi tutti i protagonisti del romanzo sono donne, in lotta contro lo sfruttamento tanto lavorativo quanto familiare e culturale. Donne inserite in un paesaggio, quello romagnolo, descritto con grande efficacia. Il libro è anche, e non per caso, una articolata descrizione di un territorio e della sua gente, dei mille paesi agricoli e delle consuetudini umane di una popolazione solidale, una guida della Romagna che cambia, un racconto affascinante di un contesto ancora oggi particolare, nonostante tutte le trasformazioni a cui è andato incontro. E se c’è una sintesi possibile, questa è racchiusa nel sottotitolo del libro: chi ha del ferro ha del pane, che di per sé ci sembra essere l’unico segno dato dall’autore alle vicende narrate. La via pacifica e parlamentare al socialismo, le riforme progressive, gli accordi elettorali, vengono subiti dal popolo contadino e sempre giustificati dalle organizzazioni politiche come passaggi necessari alla loro emancipazione. Una distanza sempre più incolmabile, e che si farà netta quando alla violenza del fascismo si risponderà con l’inerzia pacifica di chi non saprà leggere la situazione generale in cui di lì a poco precipiterà l’Italia e l’Europa intera. Al contrario, ogni qual volta il popolo contadino e l’embrione proletario in fase di formazione nel contesto romagnolo risponderà con la lotta e con la forza alla repressione padronale, i risultati divengono allora tangibili, i rapporti di forza si riequilibrano e le piccole conquiste lavorative appaiono concrete. Il libro è allora anche una riflessione importante sull’uso della forza, una riflessione non banale e non relegata a disputa tra accademici o avanguardie, ma sempre nella comprensione di questa tra le classi popolari. Classi mai conquistate alla violenza spregiudicata – come dice De Andrè il senso non dev’essere rischiare, ma non voler più sopportare – ma strette tra due tenaglie: da una parte la violenza padronale, dall’altra i tentennamenti politici dei partiti riformisti. Una tenaglia che lascerà nei fatti disorganizzata e impotente la classe operaia alla vigilia del fascismo, così come lo fu nell’entrata in guerra, sia per l’avventura libica che quella europea del 1915.

Ma il libro è anche un grande parallelo tra le trasformazioni sociali dell’Italia dei primi anni del Novecento e quelle attuali. La scomparsa dell’Italia contadina moltiplica le forme di precariato lavorativo, di incertezza sul futuro, di perdita di riferimenti sociali e politici. Una fase simile a quella odierna, in cui la scomparsa dell’Italia industriale e della crescita economica spezzano i riferimenti politici e ideali delle classi subalterne, strette anche stavolta tra improbabili riedizioni di un passato ormai passato e incerte visioni politiche del futuro. Una linea di continuità che spezza le retoriche “nuoviste” odierne, che descrive un processo storico in divenire, simile oggi quanto per i nostri nonni e bisnonni.

L’obiettivo del romanzo, raccontare delle storie che diano autonomia culturale alle classi subalterne, è nei fatti pienamente raggiunto. Il problema rimangono i proletari di oggi, afoni di una visione interna e autonoma dei propri bisogni, le proprie necessità, i propri istinti collettivi. Il romanzo di Evangelisti indica una strada possibile per riscoprire un certo tipo di letteratura di classe. Una strada che andrebbe intrapresa alla volta della ricostruzione di quell’immaginario proletario oggi decisamente in mano alla mediazione mainstream.

Tags:

Powered by BlogEngine.NET 3.1.0.1
Theme by MoonEclypse

Calendar
<<  febbraio 2017  >>
lunmarmergiovensabdom
303112345
6789101112
13141516171819
20212223242526
272812345
6789101112

Vedi i post nel calendario più grande
Month List