Su IL BECCO Dmitrij Palagi recensisce IL SOLE DELL'AVVENIRE

by Eymerich 31. dicembre 2013 21:58

(Da Il Becco, 6 dicembre 2013.)

Eppure pensavo di essere preparato.

Un romanzo di Valerio Evangelisti ambientato nell’italia post-risorgimentale, tra reduci garibaldini, repubblicani, anarchici e socialisti. Il racconto di braccianti, contadini e protagonisti della quotidianità (anche se compaiono i nomi studiati sui libri di  scuola).
Per nulla preparato, invece.
Ritrovarsi a bagnare l’e reader, appena finito di divorare il romanzo dopo una notte in bianco e una agognata pausa pranzo... ecco perché uno compra anche la versione elettronica, per non bagnare la carta e conservare la preziosa prima edizione. Da quando ho memoria non era mai capitato di commuovermi sul serio per un romanzo... Il soprannome di orso si conquista per meriti manifesti.
Decido quindi di rompere con lo stile abituale dei miei articoli. Voglio solo esortare. Leggetelo, compratelo, regalatelo, fatelo comprare. Devono uscire altri due libri e deve essere nelle librerie di chiunque si dichiara interessato delle cose del mondo. 

Un libro in grado di scuotere profondamente, trascinando senza sosta da un protagonista a un altro. Oltre all'indimenticabile Carl Max l’asino, c’è un’intera epopea in cui perdersi, con continui appunti e evidenziature da fare, che promettono lunghi approfondimenti al termine della prima lettura (per cui c'è l'indispensabile Storia del partito socialista rivoluzionario ripubblicato recentemente da Odoya, dello stesso Evangelisti). 
Non c’è nessun sensazionalismo o ostentazione di sentimentalismi.
A colpire non sono neanche i possibili parallalelismi col presente: l’immigrazione come questione sociale, la guerra tra poveri, il precariato, l’organizzazione dei lavoratori, la Grecia in bancarotta, la speculazione edilizia, l’arroganza del potere economico, l’asservimento di quello politico, ... .
C’è l’orgoglio dei “poveracci”, di quelli che riescono ad andare avanti e che con le loro lotte hanno permesso un secolo di emancipazione e di conquiste dei diritti.
Quel che resta della sinistra italiana è spesso tanto miserabile da portare ad un cinismo privo di speranza anche i più giovani. Tanto da dimenticare che è esistito un tempo in cui i socialisti non erano considerati dei ladri, ma anzi pericolosi rivoluzionari. 
Un’origine che non aveva bisogno del comunismo (come parola), quando un’amalgama di anarchici e marxisti prendeva vita nei cuori (e nei corpi) di quelle che poi sarebbero state chiamate “classi sociali di riferimento”. Perché ci si organizzava per lottare, perché nascevano le cooperative, le camere del lavoro, perché la solidarietà diventava una forma di resistenza... C’è un insieme di sensazioni che non ha senso provare a mettere per scritto. Si canta con i sonetti riportati da Evangelisti, si alza il pugno con le donne che incitano allo sciopero, si beve negli accesi confronti tra anime diverse della prima internazionale (poi della seconda).
Leggere, far leggere, regalare, far comprare Il sole dell’avvenire è un’azione politica, un piccolo gesto rivoluzionario, in un’Italia schiacciata dalla disillusione e dalla rabbia priva di progettualità.
Forse era un pianto di speranza, da troppo tempo assuefatta da interminabili riunioni consumate in quel che è il residuo della sinistra extraparlamentare. Forse è il freddo di una Firenze insolitamente gelida (e di una casa in cui non funziona il riscaldamento). Forse è la storia di socialisti che erano tali perché tra chi non ha niente bisogna aiutarsi. Ma mi piace pensare che sia la presunzione di appartenere a una storia fatta di “povera gente” a cui dobbiamo la “civiltà” che i padroni cercano di distruggere, ancora oggi, con determinazione e ostinazione. Il sole dell'avvenire ha il merito di far riemergere un orgoglio che a sinistra manca da troppo tempo, fatto di rabbia sociale, di dura realtà, di continui ostacoli e limiti. Di cieli da assaltare.

Una storia di compagni, che lascia la voglia di essere all’altezza dello loro dignità. Che sarà frutto di finzione narrativa, ma è capace di trasmettere più di qualsiasi corso di studi, più di qualsiasi manuale rivoluzionario.

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Zapata, su FILOSOFIPRECARI.IT, recensisce IL SOLE DELL’AVVENIRE

by Eymerich 30. dicembre 2013 17:00

Per una genealogia del proletariato italiano. Potrebbe essere questo un altro sottotitolo possibile per l’ultima produzione letteraria di Valerio Evangelisti “Il Sole dell’Avvenire”, edito dalla Casa Editrice milanese Mondadori. Certamente sarà nostra cura inserire il libro in una ipotetica vetrina di interventi letterari (senza necessariamente dover chiamare un “genere” per definirli) che da qualche anno indagano la genesi del nostro protagonismo rivoluzionario e le sue alterne vicende italiane. Nel progetto dell’autore il focus territoriale deve essere senza dubbio l’Emilia Romagna, per un periodo storico che dalla fine dell’Ottocento si inoltra fino alla metà degli anni Cinquanta del Novecento. Il libro racconta di Famiglia ed Amicizia, narrando le vicende pubbliche e private di una fitta rete comunitaria che attraversa la Storia e, soprattutto, le Storie di ogni Essere umano che la intreccia. Sullo sfondo l’arte della Vita, tra lavoro ed impegno sociale. Compassione e partecipazione. Dove l’impegno sociale non è solo un investimento del tempo libero, o peggio ancora una banale professione, ma una necessità per costruire sopravvivenza collettiva. Pane e Lavoro.

Vivere lavorando o morire combattendo, recita l’eco di copertina, evocando uno slogan politico che accompagnava alcuni sommovimenti dei lavoratori nella Francia di metà Ottocento, tradotto in Italia sulle bandiere rosse e nere del socialismo rivoluzionario prima della (ri)organizzazione a tappe forzate subita dalla galassia più o meno conflittuale del movimento proletario italiano (si fa riferimento ad anarchici, repubblicani, ex garibaldini e mazziniani, democratici radicali e socialisti) non solo romagnola ma nazionale. Vivere lavorando o morire combattendo è anche il fil rouge che attraversa tutte le circa cinquecento pagine del libro. Un libro che riprende lo stile allo stesso tempo narrativo e didattico di “One Big Union”, splendido affresco del sindacalismo rivoluzionario americano di inizio Novecento. Attilio detto “Tilio”, suo figlio Canzio, la moglie Rosa e la Famiglia Minguzzi tutta. Il maestro Romeo Mingozzi, Gaetano Zirardini anche detto “Tanino” e la sua Famiglia. Isa e Ricciotti Garibaldi. E tanti altri. Braccianti e Fattori. Padroni e lavoratori. Sfruttati e sfruttatori. Nomi e Cognomi. Tutti protagonisti di una rappresentazione che ha per soggetto principale le relazioni umane. La loro trasformazione continua sulle ondate violente della modernizzazione (tanto economica quanto politica) che stravolge totalmente i nuclei familiari ed una incredibile rete comunitaria di mutuo soccorso tra “poveri”. Il senso della povertà aveva una dimensione spirituale totalmente diversa. Eppure questa “modernizzazione” travolge non solo alcuni equilibri di proprietà (ad esempio la mezzadria) ma soprattutto annienta questo ricchissimo campo sociale di intervento collettivo che faceva da argine alle disgrazie della Vita privata, alla disoccupazione ed all’alcolismo diffuso. La “tecnica” spazza via quel socialismo “caldo” che si fondava principalmente sul mutualismo comunitario, sul collettivismo che facilmente si saldava con le istanze più avanzate dell’anarchismo e di un certo repubblicanesimo democratico e radicale. Vivere lavorando o morire combattendo è anche uno snodo schizofrenico della coscienza. Lavoro e Conflitto. Lavoro o Conflitto. Da ultimo, per questa prima parte de “Il Sole dell’Avvenire”, quel senso alto della compartecipazione alle sorti del Mondo porta questi ultimi socialisti “caldi” (contro la “freddezza” del socialismoscientifico) ad attraversare l’Adriatico per compiere l’ultima impresa, in Grecia, cercando di difendere la culla della Democrazia dal dominio ottomano. Torneranno a casa, sconfitti eppure acclamati.

“Il Sole dell’Avvenire” racconta una trasformazione profonda non solo delle attività produttive (la decadenza di alcune professioni a favore di altre e la ricaduta sociale di questi eventi) ma soprattutto nelle modalità di organizzazione del Lavoro per far fronte a queste trasformazioni. Così narra l’approdo del socialismo “caldo” nel recinto del socialismo scientifico che dal “milanese” innervava tutto il movimento operaio provocando innanzitutto scissioni. Divisioni (e poi eventualmente alleanze) con le altre aree dell’antagonismo. In questo modo un immaginario costruito sul mito garibaldino, sulle avventure mazziniane e sul mutualismo anarchico andava piano piano scomparendo per far posto ai dogmi “forti” della nuova Verità rivoluzionaria. Al “gradualismo” del Partito Socialista, all’evoluzionismo della dottrina scientifica di Carlo Marx. La trasformazione è stata tanto pesante da cancellare totalmente questa galassia di slogan, immagini e parole. Il lavoro di Valerio Evangelisti ha il merito di recuperare questo rimosso, per regalarlo al presente come testamento critico di un’attualità che deve essere ancora costruita.

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Su IL GIORNALE DI BRESCIA Enrico Mirani recensisce IL SOLE DELL'AVVENIRE

by Eymerich 29. dicembre 2013 20:51

Quando la Romagna sognava il sol dell’avvenire
di Enrico Mirani (da Il Giornale di Brescia, 20 dicembre 2013)

C’era una volta il sol dell’avvenire. La certezza di un futuro migliore per le plebi sottomesse nei campi e nelle fabbriche. Un’epoca d’oro senza più Stato e padroni in cui vivere del proprio lavoro, abitare in case decorose, poter istruire i figli. I braccianti della Romagna cominciarono a sentirne parlare nei primi anni dopo l’Unità, ad opera di alcuni apostoli dell’anarchia e del socialismo, ideali ancora confusi e mischiati.
Una terra dura quella Romagna, di contraddizioni e contrapposizioni fra gli stessi ultimi che aspiravano a migliorare la loro condizione sociale. Socialisti rivoluzionari (a loro volta separati dagli anarchici) da una parte, repubblicani dall’altra, garibaldini da un’altra ancora, raramente insieme contro i conservatori monarchici.
Una terra di coltelli, di sudore e fatica nella campagne, in buona parte ancora da bonificare, dissodata da braccianti, mezzadri e terziari.
Valerio Evangelisti, con capacità narrativa e accuratezza da storico, innesta un romanzo in quel clima e in quella terra. Il sole dell’avvenire è il primo libro di una trilogia che coprirà settant’anni. Parte dai primi anni Settanta dell’Ottocento e si ferma al maggio 1898, alla sanguinosa repressione contro le manifestazioni per il pane. Valerio Evangelisti racconta quel periodo attraverso le vicende di una famiglia, quella del bracciante Attilio Verardi di Ravenna, della moglia Rosa e del figlio Canzio; dei parenti di lei, i Minguzzi.
Storie di miserie, alcol, soprusi subiti, giustizie negate, speranze di riscatto alimentate dall’esordiente propaganda socialista e dalla nascita delle prime cooperative fra lavoratori, sogni di emancipazione delusi e mortificati dalla reazione e dalle divisioni. Storie che portano i protagonisti nelle campagne tra Ravenna, Imola e Forlì, ma anche nell’agro romano, in Argentina e in Grecia.
Nel romanzo ci sono personalità realmente esistite del movimento rivoluzionario, in un libro che muove gli individui nel mare della grande Storia.

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REPUBBLICA intervista Evangelisti su IL SOLE DELL'AVVENIRE

by Eymerich 23. dicembre 2013 23:13

LA NOTTE DELL’AVVENIRE. Evangelisti: “Le piazze non sono più piazze”
di Giuliano Aluffi (da La Repubblica, 2 dicembre 2013)

(Nella foto Gaetano Zirardini, leader socialista a Ravenna, uno dei protagonisti del romanzo).

Lo scrittore autore di un romanzo sui socialisti romagnoli di fine Ottocento: “Un tempo si discuteva del domani e maturavano le idee collettive, oggi sono solo contenitori”

Se un bracciante socialista della Romagna di fine Ottocento si materializzasse in mezzo a noi oggi, e, notato un movimento di piazza, per istinto si mischiasse ai manifestanti, avrebbe una sorpresa fatale nel trovarsi in mezzo ad una protesta di ultras di qualche squadra di calcio, o in un sit-in che attacca i giudici per difendere un magnate, o in un comizio-spettacolo di comici prestati alla politica, o in un tumulto di piccoli imprenditori e camioneros in protesta antifiscale.
"La piazza non è più la piazza", dice Valerio Evangelisti, che è tra i nostri narratori più seguiti in Italia e all'estero, dove è tradotto in decine di lingue. "La piazza è diventata mimetica e può contenere di tutto: è un semplice collettore separato dall'anima cittadina e non ha più alcuna funzione nella gestazione delle idee. Un tempo invece era luogo di socializzazione, ospitava capannelli in cui si discuteva animatamente del domani, era veramente il cuore della città, e lì maturavano anche le idee collettive". 
Evangelisti ricostruisce nel suo nuovo romanzo Il sole dell'avvenire (Mondadori) quell'epoca in cui, proprio dai movimenti di piazza, nacque l'Italia moderna: l'ultimo quarto dell'Ottocento e le prometeiche scintille di progresso civile scaturite dall'agire dei movimenti di ispirazione garibaldina, socialista e internazionalista.

Cosa rimane oggi delle lotte e dei sacrifici dei socialisti italiani, romagnoli soprattutto, tra il 1875 e il 1900?

"C'è un'eredità materiale evidente che è la trasformazione economica di questa regione. Però nell'indole della gente tutto quel patrimonio è svanito. Il sole dell'avvenire presuppone che si creda in un futuro diverso dalla realtà odierna, ma se ciò non succede finisce la spinta ideale. Il romagnolo di oggi non ha più molto in comune con quello di allora, salvo forse una certa concretezza. Ma è tutto lì".

Cosa ha cambiato gli italiani?

"L'idea pasoliniana del consumismo corruttore di anime scopre un nervo, ma non spiega tutto. Non è vero che uno, solo perché povero, sia anche automaticamente idealista. Piuttosto, viviamo tra le macerie di un crollo culturale mondiale che ci impedisce di pensare a un avvenire diverso, per cui ci si rassegna a quello che si è. Nessuno vede più la storia come un insieme di grandi forze che confliggono. Il nostro sguardo si ferma all'epifenomeno: la tale strage, il tale episodio, il tale misfatto. Ma ridotta così, la storia diventa impugnabile da chiunque per legittimare qualsiasi discorso di qualunque colore. Si è persa la capacità di vedere oltre non solo in senso storico ma anche sociale: è venuto meno lo humus dato dalla mentalità collettiva".

Eppure anche oggi ci sono lotte e rivendicazioni. Che differenze ci sono?

"Nessuno si sente più parte di un tutto, cosa che invece riusciva a gente che viveva in condizioni molto difficili. Guardi cosa è accaduto in certe zone d'Italia, ad esempio a Cerignola: Di Vittorio nel dopoguerra riuscì a fare sentire i braccianti pugliesi come parte di un tutto e spingerli a lottare per sé e per gli altri. Oggi invece in quello e in altri luoghi è tornato il caporalato: si sono fatti molti passi indietro".

Cosa contraddistingueva quella Romagna che lei racconta attraverso le vicende di un bracciante ex garibaldino e di sua moglie, figlia di mezzadri?

"Un'umanità molto forte e una rissosità di fondo. I socialisti rivoluzionari romagnoli si chiamavano rivoluzionari, ma poi non attuavano nulla del genere: parlavano di insurrezioni, magari si lasciavano scappare un "Tajem la testa ai sciur!", ma nel frattempo si facevano in quattro per procurare lavoro ai disperati. Erano un po' gli antesignani del massimalismo, che sarebbe venuto dopo. Resta il fatto che la Romagna, è stata la vera culla del socialismo italiano. E non c'è mai stata in nessun'altra parte di Europa una partecipazione così compatta alla vita politica. A vantaggio innanzitutto del partito repubblicano, ma poi anche dei socialisti. E da ultimo devo dire anche i peggiori fascisti".

Partecipazione e sacrificio. È questo che la politica oggi non riesce più a chiedere?

"In quel periodo c'era anche una spinta che veniva da uomini disposti a sacrificare tutto per le loro convinzioni. Non a caso alcuni dei miei personaggi, come Canzio, il figlio di Attilio, vanno a combattere per la libertà dei greci, proprio come fecero molti italiani. Pensi alla differenza con oggi. Chi andrebbe oggi a combattere come volontario in Darfur o altrove? È molto più facile che qualcuno vada a fare il mercenario in qualche guerra d'oppressione!"

La parola socialista in Italia ha avuto alterne fortune e soprattutto dopo Craxi e Tangentopoli è quasi scomparsa.

"Per dare un'idea di come ormai il cinismo sia merce comune: conosco dei socialisti di una certa età che mi hanno raccontato che una volta tra di loro erano soliti battersi sulla giacca per saggiare la grossezza del portafoglio e smascherare i traditori della causa: il socialista, infatti, doveva essere anche povero! Oggi un gesto come quello sarebbe considerato folle".

Ma non erano solo idealisti, era gente molto pratica. Come riuscivano a conciliare questi due aspetti della politica?

"C'era una spinta al fare che coinvolgeva gente semplice, portandola a vivere grandi avventure di cui magari nessuno comprendeva interamente la portata. Come la straordinaria bonifica delle paludi di Ostia iniziata nel 1884, a cui dedico vari capitoli del mio libro. A proposito, mi permetto di rimproverare ad Antonio Pennacchi di aver parlato, nel suo Canale Mussolini, di quelle bonifiche senza citare ciò che era avvenuto 50 anni prima. Fu un'operazione gigantesca, che però i miei protagonisti non vivono come se fossero dei titani, ma come gente che aveva bisogno di lavorare e lo faceva a costo di tantissime fatiche e sofferenze, e a volte pagando anche con la morte  -  perché erano bonifiche fatte a mano. La mia gente le affrontava con uno spirito che non era né di rassegnazione né di esaltazione, ma uno spirito da gente che vuole darsi da fare".

Braccianti e contadini sono classi che storicamente sono state più "narrate" che "narranti". Che tipo di responsabilità si è sentito addosso, nel dar loro voce?

"Di farli apparire il più umani possibile. Si trattava chiaramente di gente ignorante e poveri diavoli, che però avevano una gran voglia di istruirsi. Del resto quando questa gente cominciò a organizzarsi, in Romagna, le sedi delle loro organizzazioni non erano solo circoli politici o sindacali: spesso c'era una biblioteca, e maestri elementari  -  che ebbero una funzione fondamentale, e ne parlerò nel romanzo successivo. Socialisti e repubblicani hanno avuto un ruolo decisivo nell'emancipazione di masse analfabete che vivevano in un universo a sé, interamente confinato nel dialetto".

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