Su IL SOLE 24 ORE Filippo La Porta recensisce DAY HOSPITAL

by Eymerich 27. giugno 2013 13:04

MALATTIA COME ESPERIENZA LAICA
di Filippo La Porta (da Il Sole 24 Ore del 2 giugno 2013) 

Valerio Evangelisti, il nostro migliore autore di fantascienza, ha scritto un diario della sua malattia – Day Hospital, Giunti – che somiglia a un esercizio spirituale dell’antichità. Almeno nel senso, ricordato da Pierre Hadot, che l'uomo antico, benché angosciato come l'uomo moderno, ci appare molto più sano: non si compiace nell'angoscia, ha fiducia in se stesso e vive interamente nel presente. Così Evangelisti nella premessa: «Non credo che l'esperienza del cancro vada nascosta... Personalmente l'ho vissuta con una certa serenità. Per via di un certo modo di affrontare la vita, ed eventualmente la morte». E più in là si definisce neoplatonico, con la fede nell'anima mundi.Nel suo caso la tradizione plotiniana, e poi stoico-epicurea, è come strappata a filologi e studiosi: piuttosto viene "eseguita" dentro l'esistenza stessa.
Per la mentalità borghese la malattia è solo una "fregatura" (qualcosa di accidentale, di esterno, che nulla ha a che fare con la condizione umana). Ora, certamente nessuna malattia rappresenta un evento augurabile ma in questo modo ci si preclude la possibilità di farne esperienza. Anche perché la cultura attuale della pubblicità può essere spiazzante e trasgressiva ma espelle da sé il tragico dell'esistenza, il suo fondo buio: malattia, invecchiamento, morte, sofferenza (a meno che queste cose non vengano spettacolarizzate). Day Hospital è il diario di una malattia come esperienza e come strumento di una possibile rivelazione. Si comincia con la diagnosi, nel maggio 2009, di un linfoma non Hodgkin, un cancro del sistema linfatico. Dì lì il libro si snoda come resoconto meticoloso di esami, visite mediche, terapie, protocolli seguiti (e loro conseguenze), cicli di massaggi - punteggiato da riflessioni in corsivo – fino al settembre 2011, quando Evangelisti è dimesso dal Day Hospital dell'ospedale Sant'Orsola di Bologna con la sconfitta della malattia, ma con una neuropatologia derivante da un farmaco legato alla chemio, che dà torpore agli arti. L'autore ha un atteggiamento totalmente laico né intende presentarsi come guru spirituale: «non ho consigli da dare... penso che lo stato d'animo migliore sia quello dello stoico. Essere pronti a morire e, nello stesso tempo, a cercare di evitarlo». Eppure il suo libro, scarno, privo dei vezzi letterari dell'autofiction, è un esempio di forte spiritualità, e cioè una meditazione sulla propria morte che tenta continuamente di assumerla in una prospettiva più ampia dell'io e del corpo individuale. Così immagina le particelle del suo corpo che si spargeranno nel cosmo andando a formare esseri senzienti, creature vegetali ed entità minerali: «assisteranno, separate, alla fine del Tutto, o vivranno forme sconosciute...un'avventura inedita, forse la più bella».
All'inizio la malattia - la traumatica consapevolezza della precarietà, la improvvisa contrazione del tempo - riduce all'essenziale il mondo esterno, e serve a capire meglio le persone che ci stanno intorno: alcuni reagiscono con imbarazzo, chiedono ossessivamente e forse ipocritamente cosa possono fare per te (l'autore risponde beffardo: «inviarmi un assegno in segno di solidarietà»), altri svaniscono nel nulla considerandoti quasi infettivo. Se poi volete avere una percezione del fascismo quotidiano, pervasivo della nostra società, leggete la pagina in cui una dottoressa, approfittando del potere che le dà il proprio ruolo, infierisce con "malgarbo" su un paziente stremato e claudicante. Poi Evangelisti ci aggiorna sui rapporti tra lui e l'inquisitore Eymerich. Sapendosi affetto dal tumore si affretta a scrivere l'ultimo capitolo della celebre saga e decide di farlo morire, per non rischiare di lasciare il ciclo incompleto.
Nessun finale trionfalistico: «ho avuto salva la vita, ma non la qualità della vita». Né sono prevedibili gli effetti dei farmaci adoperati nella terapia, molti dei quali sperimentali perché «della genesi del cancro nessuno ha una teoria precisa». La malattia in questo libro viene rappresentata con realismo. Eppure non si rinuncia mai a "usarla", per modificare se stessi, per apprendere una verità preziosa sull'esistenza, per capire ciò che resta di noi e che merita di durare, per sentire di più il nostro legame con l'anima del mondo e il ritmo imperscrutabile di tutte le cose. Anche perché il linfoma può danneggiare tutto tranne la facoltà umana - unica virtù autocurativa - di inventare storie e mondi paralleli, di creare personaggi che ci sopravvivono, di viaggiare con la fantasia ovunque ci pare.

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