Fahrenheit, Weird Tales, Idra

by Eymerich 1. maggio 2011 23:01

Valerio Evangelisti, assieme a Claudio Gallo, è stato intervistato lunedì 25 aprile da Loredana Lipperini, per la nota trasmissione di Radio Rai 3Fahrenheit. Il tema era la narrativa di Emilio Salgari, scrittore di cui Gallo è biografo. L'intervista si può ascoltare 

L'edizione italiana della rivista Weird Tales, nel suo numero 1, ha pubblicato un'intervista a Evengelisti. Eccola:

L’ultimo romanzo del ciclo di Eymerich, Rex tremendae majestatis, chiude un’esperienza significativa, un percorso letterario notevole nell’ambito della letteratura di genere. Valerio Evangelisti che rapporto ha con la sua creatura letteraria? Quanto peso ha per te quello che ormai è diventato un personaggio con vita propria, l’inquisitore catalano Nicolas Eymerich?

- Nicolas Eymerich è la mia “anima nera”. L’ombra. Ho proiettato su lui tutti i miei difetti peggiori, trovandomi così migliore nella vita reale. Non potrei mai farlo scomparire in una cascata, come fece Conan Doyle con Sherlock Holmes. Essendo Eymerich la mia ombra, mi segue ovunque vada.

Dicevamo che è l’ultimo romanzo del ciclo di Eymerich (escludendo qualsiasi speculazione su eventuali tuoi ritorni sul personaggio): come hai caratterizzato il lavoro finale? Come è stato chiudere con un personaggio così importante? Qualche curiosità da condividere con i lettori?

 - Non è stato semplice chiudere con Eymerich, e dargli un destino degno di lui, oltre la morte. Mi ha “aiutato” una malattia seria che mi ha colpito, mentre scrivevo il romanzo (superata, ma non senza conseguenze). Gli ho attribuito molte delle sensazioni che provavo per davvero. Curiosità? Ne avrei mille. La principale la riassumo. E’ come se Eymerich si scrivesse da solo. Cerco un riferimento e lo trovo, quasi per miracolo. Non era troppo contento di scomparire, in Rex Tremendae Maiestatis. Mi ha lanciato degli avvertimenti minacciosi, in varie forme. Ma io sono scettico e non mi lascio impressionare.

Hai esordito ai tempi dell’Urania con storie di fantascienza, genere che non hai mai abbandonato. Tuttavia, il tuo nome è anche nella biblioteca dell’amante dell’horror. Un tuo focus sull’attuale situazione della letteratura horror italiana, commenti, critiche, previsioni e, magari, progetti.

- Non conosco a fondo la narrativa horror italiana. I nomi che mi sono familiari sono quelli di Danilo Arona, Andrea Colombo, Gianfranco Manfredi, Chiara Palazzolo, Claudio Vergnani e una decina d’altri. Sono opere eccellenti. Spero però che l’horror in Italia si affermi a livello di massa (come accade nel cinema), perché sarebbe ora. E’ un genere che ha molto a che fare con la psicologia del profondo. Temo che lo freni l’attuale voga della superficialità. E’ consolante, in questo quadro, vedere che una casa editrice specializzata come la Gargoyle resiste sul mercato e accetta dattiloscritti di esordienti. Per non dire, poi, dell’apparizione di Weird Tales

A che punto è la trasposizione cinematografica dei tuoi libri?

- A nessun punto. Continuano a comperare i diritti di trasposizione per poi non farne nulla. Sull’Italia non ho fiducia. I pochi produttori che hanno dei soldi devono appoggiarsi comunque alla Rai o Medusa, non molto interessate alle avventure di un prete cattivo. Se fosse buonissimo sarebbe un altro conto.

Tortuga. Ciò che contraddistingue questo libro è il crudo realismo e l’esattezza storica di un periodo ricco sia di profondi retroscena geopolitici che di esotiche avventure. Tutto è vero. Giungono così a fusione ultima il ricercatore e il romanziere?

- La fusione è di vecchia data. Nei miei romanzi ho sempre cercato, entro i limiti del possibile, di comporre un quadro storico e geopolitico plausibile. Questa mia ricerca si è affinata col tempo.

Oltre a essere cross-mediali, le tue opere escono spesso da un genere prestabilito e oltre a “Metallo urlante” sono frequenti le escursioni nella fantascienza e nel cyberpunk; e poi pirati, inquisitori, la nascita della nazione americana. Quali sono i tratti comuni e quali le nuove sfide?

- Il tratto comune, se ne esiste uno, è che tento, attraverso il passato, di parlare del presente. Non in forme invasive, però, stile predicozzo. Ci sarà un lettore che cercherà la semplice avventura, un altro che coglierà i nessi con quel che lo circonda… Intendo continuare sulla stessa strada.

Tutti i tuoi personaggi sono dotati di una moralità ambigua, o quantomeno “flessibile”; spesso è il bene che causano a essere involontario. Perché preferisci esaltare questo tratto?

- I personaggi ambigui mi paiono più interessanti di quelli puramente eroici, o solamente cattivi. E’ un’ambivalenza che constato nella vita di ogni giorno, e anche in me stesso. Su questo piano, voglio essere totalmente realistico. Sembra che ci riesca: i lettori amano e odiano i miei protagonisti. A volte si identificano in loro con una specie di raccapriccio.

Weird Tales è diventata famosa per aver pubblicato anche i racconti di H.P. Lovecraft. Quanto hanno influito le storie del solitario di Provvidenza sulla tua carriera di scrittore?

 - Lovecraft è stato fondamentale per me. Credo che in certi miei romanzi la sua impronta sia evidente. Faccio un esempio: Il mistero dell’inquisitore Eymerich. Soprattutto il capitolo finale, modellato, quanto ad andamento, su una trasposizione musicale dei Metallica ispirata al racconto Il richiamo di Cthulhu, ma i riferimenti a HPL sono innumerevoli, in tutta la mia narrativa.

Cosa ci stai riservando per il futuro? Che cosa dobbiamo aspettarci “dall’inquisitore Evangelisti”?

- Prima un romanzo del “ciclo americano”, che fungerà da saldatura fra Antracite e Noi saremo tutto. Lo definirei un noir, molto brutale e spietato.  Poi Cartagena, che concluderà il ciclo dei pirati. E qui siamo dalle parti dell’avventura sfrenata.


Un'altra intervista può essere letta sulla pregevole e-zine letteraria IDRA. Eccola:

Nel 1994 Valerio Evangelisti (Bologna, 1952) vince il premio Urania con Nicholas Eymerich, inquisitore, un romanzo a metà tra storia e fantascienza. Dopo diciassette anni, dieci libri dedicati a Eymerich, tre cicli narrativi che spaziano dal West ai Caraibi e molti altri titoli, tra saggistica letteraria e rivisitazione storica, Evangelisti è diventato un vero e proprio maestro del fantastico. Non solo per la ricchezza e la precisione della sua vena, che mescola reale e invenzione, ma anche per la qualità del suo impegno, teso a diffondere e a nobilitare un genere spesso considerato minore. I personaggi di Evangelisti sono molto ambiziosi, non si accontentano delle pagine dei libri. Conquistano la radio, gli spazi illustrati, quelli virtuali del videogame. Si esportano (massicciamente) all’estero.  Provano la grandezza di una letteratura che non rimane ferma al cosiddetto intrattenimento, ma propone delle sfide attualissime. Come l’arte difficile di conciliare l’“eversione” fantastica alla riflessione sul presente.

Dopo la conclusione della saga di Eymerich si può affermare con facilità che Valerio Evangelisti sia il maggior scrittore fantastico della scena italiana. Nel ’94, l’anno del primo romanzo, avrebbe mai immaginato di videogiocare col suo inquisitore?

- Ovviamente no. L’avventura era cominciata quasi per scherzo, e io non avevo pretese. Non sospettavo nemmeno che sarei diventato, un giorno, uno scrittore professionista. Figuriamoci le trasposizioni multimediali. Se me l’avessero pronosticato, a quel tempo, non ci avrei creduto.

La sua pagina combina l’immaginazione creativa all’asciuttezza della cronaca. Pensa che una tale ricerca stilistica derivi dalla sua formazione di storico?

- Sì, non ho dubbi in merito. In qualche misura mi sono mantenuto fedele ai miei interessi iniziali, adattati alla forma letteraria.

Nella struttura dei suoi libri si nota una grande attenzione per i tempi narrativi. Nel genere fantasy e fantascientifico (non solo letterario) il ritmo è una componente quasi più importante del soggetto della trama. Qual è il segreto di una narrazione calcolata? Esiste una regola aurea per ottenere quello che in gergo musicale si chiama “il tiro”?

- Non credo che esista una regola vera e propria. Per restare alla musica, è questione di “orecchio”. Nel mio caso, una grande influenza ha avuto il cinema, di cui sono da sempre un appassionato (non un esperto). Lì i tempi hanno un’importanza basilare, specie se si tratta di film fondati sulla suspense.

Si dice che gli italiani siano tradizionalmente poco avvezzi al genere fantastico. Il “nerd” nostrano vive perlopiù di prodotti d’importazione (penso al grande fantasy anglo-americano, alla fantascienza classica del Novecento, ai cosiddetti b-movie d’oltreoceano, ai manga…). Crede che questo sia in qualche modo riconducibile a una nostra carenza fisiologica? Siamo un popolo di poca fantasia? O è un problema dell’industria culturale, che preferisce investire su generi consolidati con un mercato più sicuro?

- L’ultima risposta è forse quella giusta, anche se il successo non solo mio, ma anche di altri autori e autrici italiani dediti al fantastico e all’avventura, dimostra che non tutta l’editoria è chiusa su quel fronte. La mia infanzia è trascorsa negli anni Sessanta, quando in Italia fioriva un cinema “di genere” dal successo mondiale. Le sale erano affollate. Si vedevano peplum, western casalinghi, horror made in Italy. Dunque non esisteva un’ostilità nazionale  preconcetta al fantastico, quale teorizzata da Croce, Prezzolini e altri. Diciamo piuttosto che la nostra gente rifuggiva dal prodotto letterario d’immaginazione scritto da italiani, perché temeva di trovarlo ingenuo o noioso. Spesso era entrambe le cose.

I suoi libri non possono essere confinati nello stereotipo dell’intrattenimento puro. La fantasia si mescola spesso alla riflessione storica, filosofica e “sociologica”. Si riconosce in una lettura “a strati” dei suoi lavori? Pensa che il genere fantastico sia più qualificato di altri per stimolare una reazione critica verso il presente?

- Tento di scrivere libri a loro modo “intelligenti”, che divertano ma che, al tempo stesso, stimolino la riflessione. La lettura “a strati” è appunto la chiave. Chi cerca il puro intreccio lo trova, chi ambisce a qualcosa di più trova anche quello. Non è un’operazione nuova. Certi romanzi d’appendice ottocenteschi, come quelli di Eugène Sue (I misteri di Parigi, L’ebreo errante), esercitarono ampia influenza sulla vita politica e sociale del loro tempo. In epoca meno remota, la fantascienza detta “sociologica” – da me divorata da ragazzo – tratteggiò, sotto l’apparenza dell’avventura, una critica spietata dei modelli di vita americani e occidentali in genere. La narrativa fantastica si presta a tutto. Occorre solo servirsene a fini precisi.

Nei suoi libri sui Fratelli della Costa, i leggendari pirati caraibici, dipinge con accenti iper-realistici (e a volte splatter) un’affascinante società primitiva, in cui un vero senso di equità democratica convive con la più spietata disuguaglianza. Il classico homo homini lupus, ma in un mondo ancora giovane, in cui il pensiero non ha troppo bisogno di nascondere la sua violenza, al pari della spada. Ha scelto quest’ambientazione per passione o perché la sentiva particolarmente adatta “ai tempi”?

- Tutte e due le cose. Da un lato l’epopea dei pirati mi attraeva, per i suoi contenuti romantici e  trasgressivi. D’altro lato, la libertà di sopraffazione che regnava in quella società fuorilegge, con un amore smodato per i facili guadagni, mi pareva un’anticipazione del presente.

I pirati non vivono però in una dimensione immaginaria, ma sono in diversi sensi (geografico, cronologico, ideologico) l’avanguardia del capitalismo occidentale. Il mito dei pirati rappresenta una paradossale utopia? O svela attraverso la finzione “storica” il caos che domina (anche) la società odierna?

- I “miei” pirati sono una chiara anticipazione di un mondo a venire, rispetto al loro, in cui il profitto sia l’unica legge, e si traffichi liberamente non solo in merci, ma anche in uomini. Utopia sì, per il loro tempo. Realtà fin troppo concreta, per il nostro.

Pensa che potremo leggere presto Cartagena, la conclusione della “trilogia piratesca”?

- Solo nel 2012. Adesso sono alle prese con un altro romanzo.

I suoi personaggi sono lontani dal tipo dell’eroe tradizionale. Cosa pensa che accada nell’animo di un lettore che si immedesima nel “glaciale” Nicolas Eymerich o nell’“inetto” Hubert Macary?

- Con Eymerich dovrebbe provare, nelle mie intenzioni, sentimenti contraddittori. Repulsione e al tempo stesso ammirazione. E’ crudele, ma anche nobile e intelligente. Hubert Macary è invece un “non-personaggio”. Un semplice occhio attraverso il quale vedere gli autentici protagonisti della storia, in diversa maniera giganteschi: il cavaliere De Grammont e Lorencillo. Nessuno si identificherebbe in Macary.

Da tempo si ripete senza mai stancarsi che la critica è morta. Pensa che sia vero? Se sì, per quale motivo? È colpa della sclerosi accademica o della servitù verso le major del libro? O è piuttosto una mancanza cronica di eros, andatosene (quando c’era) con l’ultima sbornia novecentesca?

- Sono argomenti sui quali non entro. Un critico fa il suo mestiere, io faccio il mio. Talora ci si incrocia e ci si guarda da lontano. Due terzi dei critici non mi notano nemmeno. Io non noto due terzi di loro.

Un’ultima domanda, da scrittore engagé: cosa farebbe Eymerich di fronte allo sfacelo odierno?

- Cercherebbe di dimenticarlo scrivendo romanzi su Eymerich o sui pirati...

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