REX TREMENDAE MAIESTATIS recensito da MILITANT

by Eymerich 28. dicembre 2010 22:37

del Collettivo Militant di Roma

 

Nicolas Eymerich, l’inquisitore generale d’Aragona, il persecutore impietoso dell’errore eretico, cane di Dio e braccio armato della Chiesa, ritorna dopo un’assenza durata tre anni. La notte del 30 settembre del 1371 a Barcellona, nel monastero di Nostra Signora di Monte Sion, dov’era detenuto prima di suicidarsi, il corpo dell’ebreo convertito Ramòn de Tàrrega, alchimista e negromante, scompare misteriosamente. Al suo posto rimangono solo i resti grotteschi di un uomo dalle fattezze porcine e un libro di magia, il Liber Aneguemis. L’inquisitore ne seguirà le tracce lungo le rotte del Mediterraneo che lo porteranno prima in Sardegna, poi in Sicilia e quindi a Napoli armato solo della sua logica e della sua fede incrollabile. Nel frattempo, subito dopo il capodanno dell’anno 3000, la navetta spaziale Kraeplin III proveniente da Paradice sta riportando sulla Luna l’infermiera Lilith, pronta a fare strage dei membri della stazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità Mentale.

Inizia così il nuovo libro della saga di Eymerich. Con il suo nuovo lavoro Evangelisti dà ancora una volta prova di quanto siano effimeri e facilmente violabili i confini di quella che viene definita spesso con malcelato disprezzo letteratura di genere, dimostrandone invece tutte le enormi potenzialità narrative. Rex Tremendae Maiestatis spazia dal romanzo storico a quello fantascientifico e fantasy, fino a farsi in alcuni passaggi saggio antropologico, politico o di storia delle religioni. La capacità dimostrata da Evangelisti di essere estremamente attuale e contemporaneo pur narrando vicende così lontane sia nel tempo che nello spazio ci era nota da tempo, eppure ogni volta non riusciamo a non restarne sorpresi. Tanto per fare un esempio, alcune delle considerazioni sulle baronie che si spartivano la Sicilia nel medioevo potrebbero tranquillamente essere trasposte tal quali a qualche segreteria di partito.

<Quanto sono potenti questi Lanza?> chiese Eymerich. <Molto. Non vi saprei dire con precisione quanto. Hanno terre da qualche parte. Vaste estensioni> <Amici o nemici dei Chiaromonte? Catalani o Latini?> <Non lo so, e penso che non lo sappiano nemmeno loro. In quest’isola passare da un partito all’altro è un evento quotidiano>. E ancora: L’allusione ai suoi ripetuti cambiamenti di partito non turbò Giovanni Chiaromonte. <Noi facciamo solo i nostri affari, e questo può comportare scelte a volte divergenti. Che scopo ha la politica se non il guadagno?. Le libertà comunali che la plebe reclamava, dopo aver scacciato i francesi, ci avrebbero ridotti alla miseria. Ciò sarebbe stato di beneficio, a noi o al popolo che tuteliamo?>

E stessa cosa vale per le riflessioni sui dispositivi di controllo sociale e di massa, sul ruolo dei miti e sulla loro manipolazione oppure su quale importanza assuma oggi la battaglia che si sta combattendo (ma sarebbe più coretto scrivere che ci stanno facendo) nel campo dell’immaginario collettivo. Non si trattava né di un paradiso né di un inferno. Eymerich coglieva immagini fugaci di conflitti ferini, di schiavismi ispirati a a regole astratte di convenienza, di aggressioni tribali. Non sapeva quale epoca stesse osservando: aveva l’impressione di abbracciarle tutte quante. Il mosaico che stava contemplando pareva avesse un unico movente: fare proprie ricchezze comuni e piegare chi ne era espropriato. Magari ucciderlo. Una legge che aveva dominato sulla terra prima ancora che l’uomo assumesse la forma attuale.

Questo capitolo della saga ha però altre peculiarità legate forse al fatto che nell’intento dell’autore dovrebbe essere quello conclusivo. Evangelisti ci racconta dell’infanzia di Eymerich, ne tratteggia in maniera più nitida i risvolti psicologici che ne hanno forgiato il carattere e così facendo risponde a molti degli interrogativi che erano stati sollevati nei libri precedenti. L’inquisitore ha inoltre superato i 50 anni, un’età considerevole per l’epoca in cui vive, e inizia a dover fare i conti con la caducità del proprio corpo e con le debolezze, un tempo da lui aborrite, che in qualche modo ne derivano.

Un ulteriore motivo d’interesse è dato poi dal ritorno della figura femminile che già era stata al centro de Il castello di Eymerich e che ne aveva scalfito la misoginia. Insomma, senza andare oltre con le anticipazioni, secondo noi le ragioni per comprare e soprattutto leggersi questo libro ci sono tutte. Chiudiamo però con una chicca, a pagina 87 del libro Evangelisti fa dire a Eymerich: La Chiesa, epurandosi, si rafforza, attribuendo la citazione al vescovo Ippolito. Sinceramente ce la ricordavamo molto simile ma in bocca ad un altro personaggio; pelato, col pizzetto e sicuramente a noi molto più caro. A voi non ricorda proprio nessuno?

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Su IL MANIFESTO Mauro Trotta recensisce REX TREMENDAE MAIESTATIS

by Eymerich 26. dicembre 2010 23:11

L'ULTIMA ALCHIMIA DELL'INVESTIGATORE NICOLAS EYMERICH
di Mauro Trotta (da il manifesto, 24 dicembre 2010)

 

Era il 2 ottobre 1994 quando apparve il primo romanzo, intitolato Nicolas Eymerich, inquisitore, di una serie destinata a sconvolgere l'idea stessa di fantascienza. Nessuno all'epoca immaginava che quel numero 1241 di Urania non solo avrebbe rappresentato il vero atto di nascita di una science fiction italiana, ma che a partire da quel momento i confini di quel genere letterario si sarebbero allargati fino quasi a diluirsi, inglobando - o essendo inglobati da - romanzo storico, psicologia del profondo, esoterismo e alchimia, oltre a fattori già utilizzati come critica sociale, politica, attualità. Con Valerio Evangelisti, insomma, e con il suo inquisitore generale d'Aragona, vissuto nel XIV secolo, non soltanto nasceva la fantascienza italiana, ma nasceva già adulta e, forse, si prefigurava il crepuscolo di tutto il genere.

Ora, a distanza di sedici anni, esce in libreria quello che dovrebbe essere il capitolo finale della saga, Rex tremendae maiestatis. Il primo piacere nel leggerlo sta nello scoprire che gli elementi e alcuni personaggi caratterizzanti la serie ci sono tutti. Ancora una volta la vicenda si svolge su piani temporali diversi, l'epoca di Eymerich e un lontanissimo futuro, l'anno 3000. Di nuovo al centro della trama c'è un libro di magia, il Liber Vaccae. Ritorna, ma con una funzione in qualche modo differente rispetto agli episodi precedenti, quello che rappresenta l'unico punto debole, e il più grande terrore dell'inquisitore, la donna, o meglio l'eterno femminino. Compaiono mostri e fenomeni inspiegabili su cui il domenicano dovrà indagare. Nuove teorie scientifiche si intrecciano con antiche concezioni alchemiche. Ci sono, poi, novità davvero «stuzzicanti». Si assiste per la prima volta ad episodi dell'infanzia dell'inquisitore, fatti che ne hanno profondamente influenzato il carattere e la visione del mondo. E, soprattutto, diversamente dai libri precedenti, Eymerich si troverà a intraprendere un percorso che in qualche maniera lo modificherà, conducendolo al suo destino, a essere, ietzscheanamente, quello che è.

Il tutto narrato con la consueta maestria da Valerio Evangelisti. Maestria nella scrittura, agile e tagliente quasi come il protagonista. Maestria nella caratterizzazione dei personaggi. Maestria nella costruzione dell'intreccio e nella gestione della suspence. E così tra riferimenti nemmeno troppo nascosti al nostro presente - la Sicilia dominata dai baroni, avidi e stupidi, con Palermo sepolta dall'immondizia, ad esempio - e richiami ad antiche leggende, come quella di Castel dell'Ovo a Napoli, la storia conduce il lettore attraverso i luoghi forse più densi di fascino e significato del Mediterraneo: Palermo e Napoli, appunto, ma anche la Sardegna e Barcellona. Il tutto arricchito da echi della narrativa di Philip K. Dick, ma pure rinvii alla teoria della curvatura spazio-temporale o agli archetipi junghiani o ancora all'utilizzo dell'elettroshock di massa. Senza trascurare vere e proprie citazioni più «popolari», per esempio del Gesù bambino di Dario Fo o della famosa massima di Sherlock Holmes secondo la quale «scartato l'impossibile, l'improbabile può racchiudere la verità» e che lo stesso Eymerich si incarica di rivoltare nel suo esatto opposto. E forse, il riferimento all'investigatore per antonomasia può autorizzare a sperare che anche Evangelisti, come avvenuto in precedenza ad Arthur Conan Doyle, richiamerà dall'oblio a cui è destinato, il proprio personaggio, riportando ancora una volta sulla pagina scritta l'inquisitore Nicolas Eymerich.

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Su THRILLER MAGAZINE Marilù Oliva recensisce REX TREMENDAE MAIESTATIS

by Eymerich 23. dicembre 2010 23:11

di Marilù Oliva

 

Romanzo di chiusura della saga nata quando nel 1994 Valerio Evangelisti pubblicò, sempre per Mondadori, Nicolas Eymerich, inquisitore (col quale ottenne il Premio Urania), Rex tremendae maiestatis ripropone uno dei personaggi più riusciti della letteratura contemporanea, l’inquisitore generale del regno d’Aragona nonché magister di filosofia e teologia Nicolas Eymerich. Acuto servitore-padrone del Sant’Uffizio, implacabile, duro, certissimo della sua scienza, spietato e dotto, l’inquisitore si muove tra il 1372, anno della narrazione, e la sua condizione di bambino, che molto deve al maestro Dalmau Moner.
Presente e passato si intersecano, a grandi distanze, a un futuro proiettato nel quarto millennio: e allora sarà Lilith a portarsi dietro il suo segreto di morte, dopo un difficile allunaggio. Diverse età, diversi spazi: dal nostro satellite a Barcellona a una Sicilia, dove agirà Eymerich, infestata da smisurate creature antropofaghe e contesa da fazioni baronali. Si avverte una spina nel fianco di questo uomo non più giovane, una spina che riguarda il suo rapporto con la fisicità e la dimensione terrena legata al corpo: qualche acciacco, qualche tradimento del corpo, la stanchezza, la denuncia della transitorietà e del tempo che passa.
Oltre la magia dell’inventio, l’autore ricuce con maestria e precisione da erudito una storia oggi trascurata, con i suoi affreschi epocali e le sue gallerie di personaggi, come Pietro IV il Cerimonioso. Sarà lui a rivelare le anomalie nei cieli e nelle terre trinacrie: «Da tempo, nel cielo di Sicilia, i contadini scorgevano oggetti singolari, di forma discoidale. Ogni tanto apparivano luminosi, mentre in altri momenti avevano l’aspetto di manufatti metallici. Velocissimi e con orbite anomale. [...] Improvvisamente sono emersi, da dietro una collina, dei giganti di una statura doppia rispetto alla norma. [...] Pare che i titani emanassero luce. Si dimenavano e urlavano come ossessi».
Ingabbiare l’opera in un genere fantastorico sarebbe riduttivo: il romanzo − in parte storico, ma intrecciato a elementi fantasy e fantascientifici − si sottrae alle etichette o ne comprende diverse. I luoghi sono ricostruiti con acribia, basti pensare alla città di Palermo, con le sue piazze spaziose stridenti rispetto ai tortuosi vicoli, città ventosa e profumata, città poliglotta: quasi cinquantamila abitanti coi loro idiomi che vanno dal volgare siciliano, al volgare toscano, al genovese, all’arabo, al catalano e al greco
L’ignoto, il diabolico, l’alchemico e il misterioso concorrono verso la stessa conclusione, che il lettore non può prevedere. Una cosa è certa. Quando Evangelisti ha dichiarato, a proposito di questo romanzo conclusivo, che «ciò che è complicato è trovare una fine degna di Eymerich», forse ancora non sapeva che sarebbe riuscito nel suo intento. Oggi possiamo dire a gran voce che sì, se voleva un finale stupefacente e degno del grandissimo inquisitore, lo scrittore ha centrato il bersaglio.

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Emanuele Manco recensisce REX TREMENDAE MAIESTATIS su FANTASY MAGAZINE

by Eymerich 20. dicembre 2010 23:30

di Emanuele Manco, da Fantasy Magazine

 

E' molto difficile iniziare la recensione di un volume di questa importanza.

Il decimo e ultimo capitolo delle avventure di Nicolas Eymerich, un personaggio la cui vita editoriale è cominciata nel 1994, con il romanzo Nicolas Eymerich, Inquisitore, scritto da Valerio Evangelisti, come tutti i libri del Ciclo dell'Inquisitore Eymerich.

E' già l'idea che sia chiuso un ciclo che fa tremare i polsi. Come scorporare il giudizio sul romanzo da quello sull'intero corpus narrativo di dieci volumi più vari racconti? Difficile farlo, considerato come quest'ultimo tassello s'incastra nella intera produzione narrativa di Evangelisti, e non parlo solo del ciclo dell'Inquisitore.

Comincio con il parlarvi di questo romanzo.

E' il 1372, la vicenda comincia a Barcellona, dove Eymerich si trova a constatare la morte per suicidio, in carcere, del suo più diabolico avversario, Ramón de Tárrega. Eymerich però non è convinto sin da subito della tesi del suicidio. Seguirà pertanto le tracce del suo nemico verso la Sicilia, passando brevemente prima per la Sardegna, per poi affrontarlo definitivamente a Napoli.

La vicenda si svolge su tre diversi piani temporali: il "presente" del 1372, con gran parte della vicenda ambientata in Sicilia, tra Palermo e il Castello di Mussomeli; il "passato" che mostra sprazzi dell'infanzia di Nicolas Eymerich a Gerona; il "futuro", dove Evangelisti riprende le vicende di Lilith, protagonista di Black Flag, che arriva al confronto finale con le sue nemesi sulla Luna. 

Tutti i piani della vicenda sembrano distinti, in realtà la narrazione è concettualmente trasversale a tutti e tre. Come nei vari romanzi del ciclo, se le vicende sembrano in apparenza slegate, in realtà è leggendole incastrate l'una nell'altra che il lettore comincia a sedimentare i concetti e perviene piano piano alla consapevolezza del quadro narrativo.

La struttura del romanzo è divisa in cinque parti, che sono le fasi del processo alchemico: nigredo, albedo, citrinitas, rubedo, quinta essentia.

A ciascuna delle prime quattro è associato il colore assunto dalla materia trattata dall'alchimista: nero, bianco, giallo, rosso. Ogni colore corrisponde anche a uno stato di consapevolezza dell'operatore, fino alla trasformazione finale, la "quinta essenza" (che non ha colore, ma è simboleggiata dall'oro). 

Questa classificazione è riassunta anche nel volume Aurora Consurgens (di cui si parla in Mater Terribilis).

Come un alchimista, o filosofo come in realtà si chiamavano tra di loro, sia il lettore che Eymerich passeranno attraverso questi stati, ed è nello stadio finale che l'inquisitore non solo svelerà il supremo inganno del suo nemico, ma anche il suo ruolo nel quadro complessivo voluto dal narratore, non solo in relazione al romanzo, ma all'intera cosmogonia evangelistiana.

Anche in questo volume c'è un libro al centro della vicenda, non uno pseudobiblium, ma un testo realmente esistente. Il volume si chiama Liber Aneguemis,  conosciuto anche come Liber VaccaeLiber Institutionum Activarum o Libro degli esperimenti; il volume è la traduzione latina di un perduto apocrifo del IX secolo, il Kitab 'n-nawamis, presunta traduzione dal greco di un'opera di Platone.

E' per Eymerich un libro il cui solo possesso è peccato mortale, alla pari del Picatrix (volume che ha dato titolo a un romanzo del ciclo), del quale il Liber Vaccae è considerato il lato “oscuro”. Secondo il curatore della versione italiana, ancora in catalogo, l'Aneguemis è in realtà un testo di alchimia pratica(1). 

Inventati sono gli usi del volume e le relative conseguenze fantastiche. Il romanzo presenta anche personaggi realmente esistiti nella migliore tradizione del romanzo storico. E' questa una costante dell'intera opera di Evangelisti, ancora più spiccata in una serie, quella di Eymerich, che si può definire come un genere a sè stante, un misto di romanzo storico e fantastico, con elementi fantascientifici e horror. Romanzi nei quali l'intreccio dei vari piani temporali, passato, presente e futuro, illumina sul passato dell'umanità, grazie anche all'esperienza di storico dell'autore, ma racconta anche di una cupa storia futura, riflesso distorto dei mali del presente e della sensibilità di Evangelisti alle vicende dell'attualità.

Il mistero sul quale Eymerich indaga, lo sbarco da misteriosi dischi luminosi che calano dal cielo, di antiche e potenti creature, i Lestrigoni, s'intreccia con la descrizione del quadro politico della Sicilia del tempo, al centro della lotta per il dominio tra le baronie locali, in particolare i Chiaromonte e i Ventimiglia, aventi per i riferimento rispettivamente i Latini e i Catalani. Ed è anche nella descrizione di questo antico conflitto per il potere, che emerge con forza la visione sul presente dell'isola, nella quale le Baronie sono state sostituire da mafia e malgoverno, e ora come allora le uniche vere vittime sono coloro che tali lotte per il potere le subiscono impotenti.

Delicate e terribili, indimenticabili, le pagine dedicate all'Eymerich bambino. All'illusione dell'innocenza della fanciullezza non ho mai creduto neanche io. Già opere come I ragazzi della via Paal o Il Signore delle Mosche sono illuminanti in tal senso. Queste pagine non sono da meno.

Le parti ambientate nel futuro sono lucide. Puro distillato di fantascienza classica, che tradisce l'attenzione dello scrittore verso l'assoluto rigore della storia, prima che verso la lettera. Nella sua freddezza e piattezza letteraria, questo approccio alla fantascienza, che sembra derivare direttamente da autori come Isaac Asimov  o Robert Heinilein e molto meno da scrittori destrutturanti come P.K. Dick, risulta inquietante. Fa scattare interruttori automatici nel cervello di chi legge, che è investito dai concetti senza il filtro della “bella scrittura” a mediare. 

Altro elemento che non è possibile trascurare, dato che ne ha parlato liberamente l'autore durante le presentazioni del volume, è come la vita del personaggio si sia intersecata con quella dello scrittore. Quando Eymerich lamenta problemi a camminare, nausee, stordimenti, è in realtà lo stesso Evangelisti che riversa nel suo personaggio le sofferenze del privato.

Il volume è stato infatti scritto dall'autore durante un periodo nel quale subiva le conseguenze delle cure dal cancro, malattia che gli era stata diagnosticata qualche mese prima che cominciasse la stesura del romanzo e dalla quale è ora guarito.

Evangelisti ha anche confessato di avere scritto un capitolo dietro l'altro, senza rileggere, andando avanti giorno per giorno, proprio per trarre dalla scrittura un sollievo dal difficile momento. Nonostante ciò, il romanzo doveva in realtà essere ben impresso, anche a livello subliminale, nella mente dell'autore, perché ha tutt'altro che una struttura frammentata. Quelli che sembrano al momento singoli episodi, singoli momenti auto-consistenti, durante la lettura cominciano a incastrarsi in un disegno generale che si rivela in tutta la sua interezza solo al momento in cui s'incastra l'ultimo.

A quel punto però, la costruzione non rimane uguale a come la vediamo, tutti i tasselli, tutto il quadro generale si ricompongono in una nuova forma, lasciandoci basiti e increduli per non aver capito prima quello che all'improvviso diventa ovvio. Avevamo tutto davanti sin dall'inizio, ma eravamo peggio che ciechi: guardavamo il dito invece di guardare la Luna. 

E il finale rivela non solo le qualità della solida costruzione narrativa, ma anche le qualità visionarie e letterarie di uno scrittore al quale troppe volte, e con troppa superficialità, è stata rimproverata quella piattezza dello stile di cui parlavo prima (e che invece può anche essere un elemento di pregio).

Nel finale emergono tutte le capacità letterarie e di eleganza linguistica di Evangelisti, che i più attenti sanno essere forse più evidenti nei suoi saggi, ma che in realtà i lettori già conoscono come immersi in tutta la sua produzione letteraria. L'attraversamento finale di Eymerich tra le dimensioni è una pagina raffinata, tra le migliori della letteratura di sempre, che paragonerei per potenza evocativa alla descrizione della fine del mondo ne La Coscienza di Zeno di Italo Svevo.

E' solo un mezzo rammarico quello che quindi alla fine abbiamo nel leggere l'ultimo romanzo del Ciclo dell'Inquisitore. Se da un lato siamo tristi perché dobbiamo dire addio a un compagno di bei momenti di lettura, d'altro lato sappiamo che Evangelisti ha preferito chiudere in bellezza, senza diluire o stemperare i concetti in altri romanzi, fotocopie dei precedenti.

Guardando dal lato del bicchiere mezzo pieno, questo decimo romanzo consentirà di rileggere gli altri nove con occhi nuovi, proprio in virtù di quel meccanismo d'incastri che se era valido guardando ai capitoli di questo romanzo, è perfettamente trasferibile per analogia a tutto il ciclo.

Non potevamo avere un finale migliore. 

(1) Liber Aneguemis — A cura di Paolo Scopelliti — Mimesis Editore — ISBN: 9788884832450

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Su VANITY FAIR, Giuseppe Genna recensisce REX TREMENDAE MAIESTATIS

by Eymerich 9. dicembre 2010 22:35

L'OGM E IL SUO INQUISITORE


di Giuseppe Genna (da Vanity Fair del 15 dicembre 2010) 

 

Georges Simenon pubblicò più di 100.000 pagine, Emilio Salgari superò i 200 titoli, Philip Dick scrisse 10.000 pagine inedite. Valerio Evangelisti, che si può definire un perfetto OGM letterario composto dai tre scrittori citati, chiude ora un fondamentale ciclo narrativo di dieci romanzi, ambientato (con fantascientifici salti di tempo) nell’Europa del Trecento e dedicato alla figura del grande inquisitore Nicolas Eymerich. Ogni romanzo della saga è a se stante, ma tutti convergono in qualche modo in questo Rex tremendae maiestatis (Mondadori Strade Blu, € 18,50), che si fa divorare anche e soprattutto da chi non conosce il latino. Si tratta della summa dell’avventura, l’apice del dungeons & dragon che in poco più di quindici anni ha regalato alla narrativa italiana il Magister (così è soprannominato dai suoi ammiratori questo autore di culto).
Il Ciclo di Eymerich ruota intorno alla figura storica di uno dei più noti avversari dell’eresia cristiana. Domenicano, inquisitore del regno di Aragona, Eymerich abbandona i panni storici di teologo, per diventare grazie a Evangelisti “il più importante personaggio letterario italiano di questi anni”, secondo la definizione di Goffredo Fofi. Scettico, razionalista, scabro fino all’antipatia, Eymerich affronta demoni e attraversa stati allucinatori, si sposta nel tempo fino a un futuro apocalittico, sempre contrastato da forze buie e strabilianti, dalla Grande Madre all’immateriale spirito del suo più acerrimo nemico, l’alchimista Ramón de Tárrega.
Commistionando fantascienza e romanzo di avventura, narrazione storica e thriller, lettura politica e spy story, Valerio Evangelisti ha distrutto tutti i cosiddetti generi letterari, per lasciarne in piedi uno solamente: la narrazione pura, quella che da bambini rapisce e incanta, tanto che non si vede l’ora di riaprire quello scrigno cartaceo che, tra qualche anno, cartaceo non sarà più. Facendo esplodere bolle spaziotemporali, il mago Evangelisti (autore tra l’altro proprio di Magus, una trilogia che ha per protagonista Nostradamus) ci conduce in una sorta di Lost letterario all’ennesima potenza, in cui il destino è un gioco stupefacente, una lotta tra umani e potenze infere o superne. A Valerio Evangelisti è assai nota la materia storica in cui si muove Eymerich, questo sdegnoso e iracondo e misogino prete che sembra uscito da un film di Sergio Leone. Soltanto lugubri baronati universitari impedirono infatti a Evangelisti di ottenere all’università di Bologna una cattedra in storia. Sposatosi giovane, questo talento che in Francia è letteralmente un idolo optò per un posto fisso, presso l’Erario (che gli italiani temono almeno quanto gli incubi di Eymerich). Visionario ed erudito, Evangelisti partecipò nel 1994 al mondadoriano Premio Urania, il Nobel italiano per la fantascienza – e lo vinse. Da quell’anno Evangelisti è diventato scrittore di professione a dir poco fluviale, pubblicando ventuno romanzi, dal fantasy più sfrenato ad avventure piratesche, western, noir. Fino all’ambigua soluzione semifinale di questo capolavoro definitivo, che è Rex tremendae maiestatis – l’avventura delle avventure di Nicolas Eymerich, inquisitore ed eroe dei lettori italiani.

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