Su LA STAMPA-TUTTOLIBRI Valerio Evangelisti racconta la genesi di 1849. I GUERRIERI DELLA LIBERTA’

ERANO PROSTITUTE E UBRIACONI I GIACOBINI DI ROMA, SONO MORTI DA EROI PER LA NOSTRA LIBERTA’ 

di Valerio Evangelisti  (da La Stampa-TTL del 12 ottobre 2019)

 

Mazzini, Saffi, Armellini. Questi tre cognomi erano tutto ciò che mi era rimasto in mente, della repubblica romana del 1849, dopo il liceo. Nient’altro: un episodio minore del risorgimento. Ma del risorgimento stesso, cosa ricordavo? La spedizione dei Mille, certo, le guerre di indipendenza, la presa di Porta Pia. Pochissimo altro.

Succede, nel 2008, che l’amico Antonio Moresco mi faccia una proposta. Ha scritto un racconto che tratta delle Cinque giornate di Milano. Se io facessi la stessa cosa, su un altro episodio risorgimentale coevo, potremmo farne un libriccino firmato da entrambi. Accetto alla cieca, e mi metto alla ricerca del possibile tema. Mi tornano alla memoria Mazzini-Saffi-Armellini. Sì, mi occuperò della repubblica romana. Anche per colmare le lacune personali sull’evento.

Ne nasce il racconto La controinsurrezione (mentre quello di Moresco, diversissimo, si intitola L’insurrezione). Leggo una serie, molto incompleta, di saggi sull’argomento, e mi accorgo di due cose. Malgrado la brevità nel tempo, l’episodio è di grande rilievo nella storia italiana. Questo è riconosciuto dalla totalità degli studiosi, senza eccezione. Tuttavia, per quanto parlino di un’ampia partecipazione popolare, gli autori finiscono immancabilmente per concentrarsi sulle figure più note (Mazzini, Garibaldi, Mameli, Pisacane, Cristina di Belgioioso, ecc.), mentre del “popolo”, fatta eccezione per il famoso Ciceruacchio, o non c’è traccia o è molto pallida.

Anche il mio racconto, documentato frettolosamente, ha la stessa carenza. Cado anzi in un paradossale equivoco. Inserisco tra i personaggi, per dare vivacità alla vicenda, tale Babette di Interlaken, la “vergine comunista” fumatrice e cospiratrice, calata a Roma dalla Svizzera anticattolica per volgere la rivoluzione in senso egualitario. L’avevo scovata nell’Almanacco Bompiani 1972, a cura di Umberto Eco e Cesare Sughi. Era presa dal romanzo L’ebreo di Verona, del gesuita reazionario Antonio Bresciani.

La credo realmente esistita (Bresciani spesso deforma fatti reali) e la metto nel mio racconto. L’anno successivo, la “vergine comunista” riappare ne Il cimitero di Praga di Umberto Eco. Anzi, Eco riproduce quasi fedelmente intere pagine de L’ebreo di Verona. Peccato che la terribile Babette non sia mai esistita. Era l’invenzione di un gesuita codino che, alla ricerca di mostri libertari fasulli, quando non li trovava li immaginava.

La “vergine comunista” mi era servita per introdurre nella repubblica romana quel “popolo” evocato ma non descritto nei libri di storia (una donna, per di più). Inoltre alludeva a istanze sociali che, seguendo solo le azioni di Mazzini e altri capi rivoluzionari, risultavano assenti o molto pallide. Eppure Pio IX, ben prima di fuggire da Roma, aveva espresso furenti anatemi contro il socialismo e il disumano comunismo. Si riferiva solo al 1848 francese? Cercava di esorcizzare fantasmi?

Presi come una sfida la scoperta di un “popolo” nella rivoluzione romana del 1849, e decisi, prima ancora di averla accertata, di scriverci sopra un romanzo. Volevo, come nel mio Il sole dell’avvenire, mettere in scena personaggi umili, che partecipassero agli eventi cercando di capirli, ma non in grado di dirigerli. Lontanissimi dagli eroi, dai comandanti, dai politici, per quanto testimoni del loro operato.

Dove scovarli? Quando ancora mi occupavo quasi professionalmente di ricerca storica, avevo scritto un libriccino sulla venuta di Napoleone primo console a Bologna. Si intitolava Gli sbirri alla lanterna, più volte ristampato, e dimostrava una tesi contraria a quella dominante. Secondo la maggior parte degli storici, il “giacobinismo” napoleonico era stato applaudito da una parte delle classi abbienti, e invece rifiutato dalle plebi. Io dimostrai che ciò poteva valere per le campagne, ma non per le classi inferiori cittadine. Una forza giacobina bolognese, niente affatto irrilevante, era esistita eccome, e aveva condizionato la vita cittadina. Rimase attiva persino quando scoprì che Napoleone non era giacobino per nulla.

Come arrivai a simile capovolgimento interpretativo? Semplice. Quasi tutti gli storici accademici si erano basati sui documenti ufficiali, sulle delibere senatoriali, sui provvedimenti legislativi. Io invece misi mano agli atti, praticamente intonsi, della giustizia criminale, che registrava giorno per giorno le perturbazioni dell’ordine pubblico. Fu così che i giacobini plebei uscirono dall’oblio. L’università di Bologna, in una cerimonia pubblica, riconobbe in seguito il valore della mia ricerca.

Potevo fare lo stesso, ormai con forze declinanti e senza tempo da passare in archivio, per la repubblica romana del 1849? Ci provai, riesumando libri dimenticati. Misi le mani su preziose memorie individuali, cronache, testimonianze. Soprattutto mi procurai (facendo arrivare i volumi dall’India!) un testo prezioso, spesso citato ma, temo, letto effettivamente di rado. Era di Raffaello Giovagnoli, una volta noto a livello europeo per avere dedicato un romanzo – il primo, credo – a Spartaco, lo schiavo ribelle. Trattava, in tre tomi usciti a distanza di decenni, dell’assassinio di Pellegrino Rossi, e del processo ai presunti colpevoli molti anni dopo, in piena restaurazione papale.

Ne usciva un mondo straordinario, di giacobinismo reinventato, di proto-socialismo, di canaglie e di ubriaconi pronti a giocarsi la pelle purché la repubblica sopravvivesse. Eccolo, il “popolo” che cercavo, con i suoi costumi e le sue esasperazioni politiche. In questa e in altre ricerche trovai le donne, né principesse né eroine: piuttosto semplici prostitute al seguito della legione garibaldina, capaci di cavalcare, di sparare, di battersi all’arma bianca. Tutto ciò si troverà in 1849: I guerrieri della libertà.

Una storia minore? Forse, e da me ampiamente rielaborata e sceneggiata. Sta di fatto che se questa gente non faceva la storia, tuttavia spargeva sangue perché noi, i contemporanei, avessimo un futuro migliore. Un po’ di gratitudine postuma le è dovuta.