Su Urania di agosto 2019, LA LUCE DI ORIONE

Valerio Evangelisti torna su Urania, nel numero di agosto, col noto romanzo La luce di Orione. Ecco la sua prefazione:

RITORNO ALL’ORIGINE

di Valerio Evangelisti

Sono felicissimo di tornare su Urania, dopo anni di assenza. Non posso dimenticare quel giorno del 1994 quando, da un autobus, riconobbi esposto in un’edicola il mio primo romanzo, Nicolas Eymerich, inquisitore. Fu un’emozione forte. Quando scesi, lo comperai con voce che mi tremava.

Urania era stato uno dei capisaldi della mia adolescenza e, oserei dire, uno straordinario strumento formativo. I primi due testi che lessi, Il lastrico dell’inferno e Il pianeta dei superstiti, entrambi di Damon Knight, mi segnarono per sempre (il primo aspetta ancora una traduzione integrale e accurata, ma allora non lo sapevo). Erano intelligenza viva fatta narrazione. Si era nei primi anni Sessanta e la fantascienza era malvista. Trattava di frottole, faceva paura, aveva contenuti diseducativi. Un’insegnante di ginnasio telefonò addirittura a mia madre per segnalarle che mi dedicavo a letture perniciose.

Invece Urania, di cui mi procurai sulle bancarelle tutti i numeri usciti fino a quel momento, era per me tutt’altro. Non solo l’evasione da un contesto culturalmente asfittico, ma anche un confronto con narrazioni che investivano interi sistemi, trattavano di scienza ed economia, obbedivano a una logica rigorosa, proponevano al lettore paradossi ed enigmi. Non tutti quei romanzi, è chiaro. Ma un buon terzo sì, e anche il resto, di confezione artigiana e commerciale, conteneva stimoli, spunti o addirittura sottofondi filosofici.

Lo stesso non si poteva dire per altri generi letterari. La fantascienza non è un genere, tanto che è difficilissimo definirla. È molto di più: è una narrativa abituata a usare il grandangolo, sia per il futuro che per il presente. A volte per il passato. E questo fa di Urania non solo una delle pubblicazioni di fs più longeve al mondo, ma anche una collana letteraria tra le più ricche in assoluto.

Poiché la penso a questo modo, si può capire la mia gioia nell’esordire su Urania, e oggi nel ritornarvi. La mia produzione narrativa fantastica, certamente intessuta di contaminazioni (dal romanzo storico al gotico), è stata definita in vari modi. L’unico che accetto volentieri è fantascienza, perché, pur distaccandomi da modelli correnti, vi sono legato per moventi, logica e visione ultima.

Il romanzo qui presentato, La luce di Orione, ebbe un’origine curiosa. La prima parte, fino all’imbarco di Eymerich da Venezia, verso una presunta crociata di dubbia eticità, mi fu commissionata dall’università di Padova. Ne fecero un libretto, diffuso in ben 250 mila copie, destinato a convincere gli studenti di tutt’Italia a iscriversi a quell’ateneo.

Mentre scrivevo quella storia, identica alla presente salvo le vicende intermedie di Marcus Frullifer e gli squarci sul futuro, avevo già in mente una bozza di trama per un romanzo a venire. Ciò che poi ne uscì non lo considero tra le cose migliori del ciclo di Eymerich (un paio di critici invece sì), ma c’è qualcosa di cui vado fiero. Già è complicato scrivere dell’impero detto impropriamente “bizantino” nei secoli della sua fioritura. Molto peggio trovare documentazione sulla sua decadenza.

Ebbi il torto di non accludere una bibliografia, come comunemente faccio. Sta di fatto che una ricerca faticosa mi permise di mettere assieme il quadro di un’antica potenza in pieno declino, impoverita e prossima a soccombere, dotata di una cultura che confinava con la bizzarria.

Nulla è inventato, i testi di magia che cito esistono per davvero, i rituali religiosi o di corte vengono dai pochi testimoni che ne hanno lasciato memoria scritta. Anche il tema di fondo, che non anticipo, deriva da leggende e credenze di origine mitica o mistica.

Per questo non amo che si parli, a mio riguardo, di fantasy. È un genere nobilissimo, ma non è il mio. La fantascienza ha rapporti tenui con la favola. È piuttosto la proiezione nel futuro, attraverso ipotesi tecnologiche, economiche, sociali, di eventi accertati o di credenze collettive. Anche se riferiti a un passato che pare remoto, come il medioevo che provo a tratteggiare.