MILITANT recensisce IL SOLE DELL’AVVENIRE vol. 3: NELLA NOTTE CI GUIDANO LE STELLE

Da Militant, 12 aprile 2016

Questo terzo volume conclude l’imponente trilogia sulle vicende
della Romagna tra l’Ottocento e la metà del Novecento (qui e qui le recensioni
agli altri due volumi). Un romanzo sui generis nel panorama
letterario italiano, una storia collettiva raccontata attraverso l’esperienza
di famiglie romagnole che si trovano, loro malgrado, ad attraversare la Storia
ufficiale, quella segnata dalle date e dagli avvenimenti simbolici. Il più
delle volte, a subire il peso di una Storia che travolge i destini delle
popolazioni. Lungi da una rassegnata passività, però, le famiglie contadine
raccontate in questa epopea moderna reagiscono e cambiano il corso di questa
storia, si infilano negli interstizi del potere, si adattano alle circostanze,
le sconvolgono, attuano forme di resistenza esplicita o implicita, insomma
formano quella storia di cui sono al tempo stesso protagoniste e vittime, ma
mai ignare spettatrici. In questo volume i discendenti di Attilio Verardi
e Rosa Minguzzi vivono alcuni dei momenti più tragici della storia nazionale:
la lenta ascesa del fascismo come reazione agraria alla forza operaia e
contadina del biennio rosso, i lunghi anni del regime e infine la lotta di
Liberazione vista qui attraverso particolari vicende romagnole, eterodosse ma
al tempo stesso capaci di descrivere la complessità del fenomeno resistenziale. La
tesi di fondo è però la stessa in tutti e tre i volumi della trilogia: per le
classi subalterne la storia si cambia solo attraverso l’uso consapevole della
forza. Non è un caso che il secondo volume abbia, come sottotitolo,
l’affermazione: chi ha del ferro ha del pane, che costituisce
il vera messaggio di fondo dell’intera trilogia. In quest’ultimo
lavoro, la passività con cui la sinistra italiana assiste all’avanzata della
reazione agraria e fascista, la fiducia cieca di un certo “socialismo” nelle
istituzioni, nelle garanzie di una democrazia liberale vista come dato
acquisito, un certo riformismo “contadino”, sono alla radice della sconfitta
operaia e contadina degli anni Venti. Il fascismo poteva essere fermato, e solo
l’ottuso riformismo pacifista della sinistra dell’epoca impedì di stroncare un
fenomeno che aveva le sue determinate ragioni di classe, ma non aveva i
caratteri dell’inevitabilità. Poteva – e doveva – essere evitato.

Il romanzo è anche uno
spaccato di storia sociale romagnola, come già rilevato negli altri due volumi.
Forse in questo capitolo si concede troppo al feedback tra
storia ufficiale e storia sociale, laddove negli altri due era presente una
concentrazione maggiore sull’esistenza contadina, che rendeva i romanzi veri e
propri saggi di geografia sociale della Romagna. I mille paesi contadini di una
terra povera ma laboriosa e soprattutto riottosa al potere –
Budrio, Molinella, Medicina, Conselice, Lugo, Ravenna, Alfonsine, Argenta,
Fusignano – suggestionavano il lettore, lo “istruivano” al significato della
vita contadina e alle ragioni della sua naturale avversità al potere
costituito, concentrandosi sui meccanismi di resistenza popolare alle
vessazioni agrarie. In questo terzo volume forse il congegno retorico diviene
eccessivamente meccanico, in alcune sue parti i protagonisti sembrano troppo
“coscienti” dello sviluppo di vicende di cui difficilmente possono comprendere
la generalità. Ma siamo anche nel secolo della politica, ed è contestualmente
vero che una certa “coscienza” si impone nelle vicende della storia di questo
secolo, che rappresenta il punto più alto raggiunto dalle classi subalterne nel
rovesciamento dei rapporti di forza nella società. Non siamo nell’Ottocento
della servitù operaia senza diritti né garanzie, e non siamo ancora nel ritorno
all’ordine del XXI secolo: siamo nel cuore di un cambiamento di paradigma
sociale e politico, e per la prima volta le masse senza volto assumono un volto
e una rappresentanza politica, divengono parte della Storia e non solo vittime
predestinate. Questa coscienza che si sviluppa nei personaggi fino ad allora
“senza storia” è uno dei dati più illuminanti e positivi della storia del
Novecento, il simbolo di un ingresso delle masse nei meccanismi del potere. C’è
troppa cattiveria, a volte, nel giudicare i passaggi costitutivi di questa
storia, le vicende di un realismo politico visto come cinismo, ma questo è il
punto di vista di un autore che non si nasconde e che anzi rivendica una
scelta, una posizione. La fine del racconto si chiude con un fremito di
speranza. Siamo d’altronde a ridosso della Liberazione, e mai come in quegli
anni la speranza di un mondo nuovo riempiva i destini degli sfruttati. Una
speranza presto rifluita nella lotta al regime democratico speculare nei suoi
rapporti col lavoro a quello fascista. Ma questa è un’altra storia.

Lascia un commento