Su IL MANIFESTO Mauro Trotta recensisce IL SOLE DELL’AVVENIRE vol. 3: NELLA NOTTE CI GUIDANO LE STELLE

LA LUNGA EPOPEA DI UNA “CLASSE” CHE VOLEVA TUTTO

di Mauro Trotta (da il manifesto, 18 marzo 2016)

A un anno e un mese esatti dall’uscita del precedente
romanzo, puntuale, è arrivata in libreria la terza e conclusiva parte della
triliogia di Valerio Evangelisti intitolata Il sole dell’avvenire.
Ancora una volta, così, in questo Nella notte ci guidano le stelle,
verso di una delle più famose canzoni partigiane (Mondadori, pp. 512, euro 22)
l’autore riprende le fila del racconto delle vicende che vedono protagonisti
gli esponenti delle famiglie allargate dei Verardi e dei Minguzzi, gettando uno
sguardo che dalla natìa Romagna si allarga all’intera Italia e all’Europa. 

Gli anni narrati questa volta spaziano dal novembre del
1920 al novembre del 1950 ed è significativo notare come la scena iniziale e la
scena finale del libro si svolgano, quasi a sottolineare il carattere conchiuso
e conclusivo dell’opera, sulla stessa scena: la tomba di Canzio Verardi. Qui,
all’inizio, si riuniscono i parenti per il funerale e sempre qui, alla fine, i
superstiti si riuniranno di nuovo per il trentesimo anniversario della sua morte,
quasi a suggellare un patto di unità e di speranza per l’avvenire.

Anche questo libro, come i precedenti, ha una struttura
tripartita: tre sezioni, ognuna dedicata a un esponente della «tribù» romagnola
e a un determinato segmento temporale del periodo storico preso in
considerazione. La prima, dedicata a Tito Verardi, vede l’imporsi del fascismo
e arriva fino alla marcia su Roma e alla presa del potere da parte di
Mussolini. La seconda, con Destino Minguzzi principale protagonista, narra del
consolidamento del regime, delle resistenze che sopravvivono, della guerra di
Spagna e arriva, attraversando la caduta di Mussolini, la nascita della
repubblica di Salò e della Resistenza, fino al marzo del 1944. La terza,
dedicata a Soviettina «Tina» Merighi affronta l’imporsi della lotta partigiana
e il dopoguerra con le elezioni del 1948 fino, appunto, al novembre del 1950.
 

Personalità eccentrica 

La narrazione nelle tre parti, pur mantenendosi in terza
persona grazie all’utilizzo del narratore esterno, privilegia il punto di vista
del personaggio a cui è intitolata la sezione. Questo non implica una
parzialità intesa come il rinunciare a misurarsi con la storia, ma esprime anzi
la scelta, ponderata ed efficace, di un punto di vista dal basso che, proprio perché
in qualche modo parziale, riesce a restituire in maniera vivida e coinvolgente
non soltanto il succedersi ma anche e soprattutto il senso degli accadimenti
che compongono la Storia con la «S» maiuscola. Insomma, al di là del valore
letterario dell’opera, comunque elevatissimo, l’intera saga di Evangelisti
rappresenta appieno un tentativo riuscito di affrontare i grandi eventi storici
attraverso il coagularsi, il sovrapporsi, armonizzandosi o confliggendo, di
varie piccole storie che, nel succedersi delle loro dinamiche a prima vista
periferiche o secondarie, riescono a comporre in maniera ineguagliabile il
grande affresco storico. 

Anche i personaggi scelti per prestare il proprio punto
di vista alla narrazione rispondono perfettamente e in modo originale a tale
proposito. Non si tratta, infatti, di tipici esponenti del gruppo sociale di
appartenenza. Appaiono innanzi tutto come persone con una propria personalità –
esposta magistralmente dall’autore – pieni di contraddizioni e di dubbi, spesso
eccentrici rispetto al «ruolo» che si trovano ad impersonare. Così Tito, lo
squadrista fascista, violento, subdolo, infiltrato tra le fila degli
oppositori, pronto a tradire tutti in nome del suo ideale, si scopre sempre più
confuso rispetto proprio a quell’idea in nome della quale combatte.

Ex-legionario fiumano, dannunziano convinto rimane
sorpreso non soltanto dalla reazione praticamente nulla delle strutture
organizzate del movimento operaio e contadino, ma dall’evoluzione che sta
prendendo il movimento fascista che via via rinuncia all’ideale repubblicano
originario, accetta i finanziamenti da quei «signori», agrari e industriali,
che dichiarava di voler combattere, arrivando alla conclusione che «il fascismo
era cosa fumosa senza lame, randelli e pistole».

Questo non lo rende assolutamente un personaggio positivo
ma lo rende una sorta di catalizzatore perfetto per far emergere elementi quali
la strategia della violenza adottata dai fascisti, le varie anime del movimento
mussoliniano, la collusione di magistratura e forze dell’ordine, le divisioni
della sinistra e la sua incapacità a valutare gli eventi in atto, i tentativi
di resistenza significativi come quelli attuati dagli Arditi del popolo. Allo
stesso modo, le figure di Destino e Tina appaiono non convenzionali. Anche in
questo caso, infatti, non si tratta di militanti da sempre convinti e
consapevoli, anzi.

Il primo si troverà quasi per caso a combattere in Spagna
dalla parte degli anarchici, la seconda diventerà staffetta partigiana quasi
soltanto per amore. Eppure, seguendo i loro percorsi e le loro scelte
emergeranno in maniera davvero appassionante e vivida tutti gli eventi e le
situazioni di quel periodo.

Dagli ambienti e dall’attività della rete clandestina in
Italia e dei rifugiati in Francia, alla cupezza e alla corruzione imperante nel
regime fascista: «Se a livello nazionale il fascismo aveva un suo profilo politico, piacesse o no, su scala locale vedeva un proliferare di caporioni
famelici, interessati solo a riempirsi le tasche, ad accaparrarsi incarichi ben
retribuiti e a sistemare amici e parenti». E ancora dalle divisioni e dalle
contrapposizioni che vedranno confliggere anarchici e comunisti e socialisti e
poi stalinisti e trotzkisti al peso che le scelte politiche possono avere su
tutto, anche sull’amore. E poi dall’entusiasmo che si può provare all’interno di
un momento rivoluzionario come quello spagnolo o all’interno di una lotta di
liberazione alla paura, ai massacri e alle crudeltà di nazisti e fascisti. Fino
alle speranze di un cambiamento davvero radicale e all’amaro rendersi conto
che, dopo la vittoria, non si è tornati, per braccianti e operai, alle
condizioni strappate nel corso del biennio rosso.

La speranza che non muore

Tanti sono gli spunti e le riflessioni che terzo volume de Il sole dell’avvenire suscita, come del resto gli altri della
trilogia, rispetto all’attualità. E il problema atavico delle divisioni della
sinistra – divisioni che spesso sembrano attraversare più i gruppi dirigenti
che la base – è quello che emerge con più forza. Eppure al di là di questo e
della dichiarazione dello stesso Evangelisti a conclusione della sua nota
finale in cui il magister afferma di non voler scrivere seguiti dell’opera
perché: «La cupezza ha un limite e io, malgrado la foto della quarta di
copertina, sono di indole allegra», il romanzo si chiude con una forte
scena di speranza. 21 novembre 1950, i sopravvissuti si riuniscono davanti alla
tomba di Canzio Verardi, parte un canto rivoluzionario, tutti alzano il pugno
chiuso, anche la più piccola, Stella, tra le braccia della madre lo fa. Il
padre lo nota. «Il sole dell’avvenire non si vede ancora, commentò. Chissà che
non sia una stella a guidarlo fuori dalla nebbia. Tutto è rimandato di una
generazione. O di due, a essere pessimisti».

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