Su IL PRIMO AMORE Antonio Moresco recensisce IL SOLE DELL’AVVENIRE vol. 3: NELLA NOTTE CI GUIDANO LE STELLE

CE L’HAI FATTA, VALERIO di Antonio Moresco (da Il Primo Amore, 3 marzo 2016)

È finalmente uscito il terzo volume del Sole dell’avvenire di Valerio Evangelisti. Titolo di
quest’ultima parte: 
Nella notte ci guidano le stelle. L’ho letto d’un fiato, anche perché volevo conoscere le
vicende dei diversi personaggi che avevo lasciato alla fine della seconda
parte. Perché quest’opera monumentale è uscita in tempi rapidi sì, ma pur
sempre a una certa distanza un volume dall’altro, e il lettore contemporaneo
alla sua stesura è stato inevitabilmente costretto a due coitus interruptus
prima di arrivare alla fine della vicenda. Spero che questo romanzo venga
presto pubblicato tutto insieme e invidio chi potrà leggerlo così. 
La
prima cosa che ho pensato alla fine è stata: “Ce l’hai fatta, Valerio”. 

Non
era un’impresa facile mettere mano a una narrazione così vasta e così
felicemente inattuale, dove avviene una moltiplicazione di forze tra lo storico
e il romanziere, che fa emergere passo dopo passo le nostre radici e tutto il
dolore e il sogno in cui affondano. L’enclave di questo libro, la ribollente
Romagna dell’Ottocento e del Novecento, diventa qui il microcosmo attraverso
cui si può leggere con emozione e partecipazione la storia d’Italia e non solo. 

Quest’ultimo
romanzo è diviso in tre parti, che prendono il nome di tre personaggi del libro
e di tre “figli”: il primo Tito, il secondo Destino, il terzo Soviettina. La
prima parte è tragica, la seconda picaresca, la terza epica. 

Quest’ultimo
volume, che narra del fascismo divenuto regime, è ancora più drammatico degli
altri, anche se la mano dell’autore è come sempre leggera e riesce a coniugare
la tragedia con la spinta narrativa incessante, la commozione con il riso,
l’epica con la mancanza di retorica e trombonaggine, il tutto con un passo
elementare e costante. Il quadro è cupo e a volte disperato, ma Valerio ci tira
su ogni tanto il morale con Cincin. 

Attraversiamo
nella prima parte, seguendo la vicenda di Tito, la tragedia di una vita
contrassegnata da un’inestricabile schizofrenia, che mostra bene, dall’interno
e con la seconda vista del romanziere, la doppia anima del fascismo, nato da
una costola del socialismo e divenuto braccio armato di agrari e di industriali
e, alla fine, dell’invasore nazista. Nella seconda parte troviamo l’emigrazione
antifascista e la guerra di Spagna, con le sue lotte suicide tra comunisti,
anarchici e socialisti delle varie fazioni, male endemico, inguaribile e
permanente della sinistra. Nella terza viene narrata, tra le tante altre cose,
la tragedia dell’8 settembre, la caduta del regime fascista, la Repubblica di
Salò, gli eccidi e la pratica della tortura, il lavoro delle staffette e la
lotta partigiana, nella sue forme più ideologiche e organizzate e in quelle più
fantasiose e guascone, insieme alle vicende personali e amorose, che sono il
filo conduttore di tutte le parti di questo libro e degli altri due che l’hanno
preceduto. 

Il
libro non delude le aspettative, tiene fino alla fine e anzi cresce. E’ frutto
di anni di lavoro, portati avanti e a termine con la caparbietà e la ricchezza
di mezzi del narratore di razza d’altri tempi. Il fatto che la sua stesura sia
stata attraversata anche da una durissima malattia (raccontata con la consueta
eleganza da Valerio in Day Hospital)
rende questo libro, oltre a tutto il resto, anche una lezione di coraggio e di
nobiltà. 

Ripeto
qui quello che ho già scritto in una delle due segnalazioni precedenti (
qui e qui): quest’opera è così ben articolata e scandita, i
suoi dialoghi sono così efficaci e precisi che potrebbe essere presa così com’è
e dare vita a un’impresa cinematografica o televisiva memorabile. 

Nelle
ultime righe dei ringraziamenti Valerio scrive: “Questo è veramente l’ultimo
volume de Il sole dell’avvenire. Va considerato, nelle sue tre parti, un unico romanzo. Non
ci saranno seguiti che arrivino al presente, come alcuni mi chiedono.” Sono
d’accordo, la storia deve finire qui, a questo punto drammatico e alto. E poi
l’autore conclude, con un guizzo finale: “La cupezza ha un limite e io,
malgrado la foto della quarta di copertina, sono di indole allegra.”

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