Su IL GIORNALE Massimiliano Parente commenta DAY HOSPITAL

IL VERO AUTORE? ALLONTANA LA MORTE RACCONTANDOLA.

Il maestro del “fantastico” italiano descrive la cosa più reale (e dolorosa). E ci consegna un grande libro.
di Massimiliano Parente (da Il Giornale, 27 maggio 2013)

Non è facile scrivere sulla propria pelle e fare del proprio corpo un diario quando si è colpiti da una malattia mortale, tantomeno per uno scrittore.
Altrettanto difficile mantenere lo stile, come riuscì a fare Hervé Guibert, il grande scrittore francese che descrisse in una manciata di libri bellissimi lo sfacelo fisico dell’Aids di cui sarebbe morto a soli 38 anni. Il contraltare italiano, negli stessi anni, fu l’ultimo libro di Dario Bellezza, umanamente tenero, letterariamente inutile. La più spavalda Oriana Fallaci: era capace di intervistare se stessa e parlare del suo tumore come un nemico, con cui alla fine aveva quasi fatto amicizia. Tra i recenti diari di morte il più commovente e tragico è Mortalità di Christopher Hitchens, dove purtroppo il cancro ha vinto sulla narrazione lasciando l’opera incompiuta e compiuta al tempo stesso: il libro si chiude per lutto, più realistico di così si muore per finta.
Viceversa, sul fronte di chi ce l’ha fatta, in questi giorni esce Day Hospital di Valerio Evangelisti (Giunti). Autore di fantascienza tra i più notevoli e conosciuti fuori dall’Italia (il suo Metallo urlante è considerato da Michel Houellebecq uno dei romanzi di fantascienza fondamentali), il 7 marzo 2010 scopre di avere un linfoma, un micidiale tumore al sistema linfatico. Da lì ha inizio un day hospital interminabile, la chemioterapia, le TAC, le risonanze magnetiche, la prevista perdita dei capelli, l’imprevista perdita parziale della mobilità. Come la metamorfosi di Guibert («Sono uno scarafaggio rigirato che si dimena sulla schiena») e il brutto risveglio di Hitchens in albergo con un dolore paralizzante al torace («Una deportazione ferma e gentile oltre il desolato confine della terra della malattia»), per Evangelisti comincia una metamorfosi kafkiana. In poco tempo la realtà diventa quasi irreale e le terapie chemioterapiche hanno un’onomastica fantascientifica come il protocollo R-CHOP 2, suona come un elicottero americano o un titolo di Vonnegut.
Se questo è un uomo, nel lager della malattia, e la natura in quanto campo di concentramento di massa è peggio del nazismo. Dovendo poi fronteggiare, dopo l’ospedale, invalidità impreviste e progressive, quando le azioni più semplici diventano imprese: scendere le scale, attraversare una strada, la vasca da bagno che si trasforma in un labirinto scivoloso da cui è impossibile uscire.
È per questo che diari del genere sono interessanti: al contrario della salute, la malattia mette in scena la tragicità fisica della condizione umana, assomiglia al risvegliarsi nei panni di Gregor Samsa, allo strisciare sul pavimento di Molloy. Con un elemento terapeutico e forse apotropaico: l’autore allontana la morte scrivendone, il lettore leggendola. E comunque sia la morte stimola la nostra attenzione più della vita, per ragioni evolutive, lo sanno bene i neurobiologi, e pure i giornali.
Nella disperazione si presentano soluzioni geniali: i medici gli dicono di bere almeno due litri al giorno, e Valerio beve due litri di birra. Gli dicono di smettere di fumare e lui col cavolo, se deve morire tanto vale morire fumando, non fa una piega. Né mancano alcuni vantaggi dell’essere malato, a cominciare dalle prove di affetto. Tuttavia «diverso è il caso quando l’interlocutore, che magari non sentivi da anni, o addirittura da decenni, chiede insistentemente di incontrarti. Dai, vediamoci. i vengo a trovare. Usciamo a bere qualcosa. Il sospetto è che la domanda di un contatto personale nasconda fini di esame antropologico, per non dire entomologico». Altri, viceversa, spariscono completamente, o ti danno per morto, e sembra che a scappare, secondo la statistica evangelistica, siano più le donne degli uomini, belle stronze.
In ogni caso Evangelisti non cede un millimetro all’autovittimismo e non è seguace di «religioni organizzate», dichiarazione per me molto sospetta, infatti poi si professa neoplatonico, seguace di Plotino e credente dell’anima mundi, hai detto niente. In sostanza pensa che i suoi atomi, una volta morto, si disperdano nell’universo, portando con loro «una memoria», boh. Non ho mai capito neppure a cinque anni quali consolazioni siano quelle così campate in aria, cioè tutte, ma forse Valerio semplicemente nella disperazione sarà incappato in qualche omeopata. Oppure avrà visto troppe puntate di Fringe. Oppure avrà incontrato uno di questi nuovi pseudofisici spiritualisti che ti rifilano la speranza in formato quantistico, l’anima atomica. Alla fine creda in cosa vuole, e conta solo sia guarito e possa scrivere ancora romanzi. Di Day Hospital basta questo, da leggere.

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