Su IL MANIFESTO Mauro Trotta recensisce REX TREMENDAE MAIESTATIS

L’ULTIMA ALCHIMIA DELL’INVESTIGATORE NICOLAS EYMERICH
di Mauro Trotta (da il manifesto, 24 dicembre 2010)

 

Era il 2 ottobre 1994 quando apparve il primo romanzo, intitolato Nicolas Eymerich, inquisitore, di una serie destinata a sconvolgere l’idea stessa di fantascienza. Nessuno all’epoca immaginava che quel numero 1241 di Urania non solo avrebbe rappresentato il vero atto di nascita di una science fiction italiana, ma che a partire da quel momento i confini di quel genere letterario si sarebbero allargati fino quasi a diluirsi, inglobando – o essendo inglobati da – romanzo storico, psicologia del profondo, esoterismo e alchimia, oltre a fattori già utilizzati come critica sociale, politica, attualità. Con Valerio Evangelisti, insomma, e con il suo inquisitore generale d’Aragona, vissuto nel XIV secolo, non soltanto nasceva la fantascienza italiana, ma nasceva già adulta e, forse, si prefigurava il crepuscolo di tutto il genere.

Ora, a distanza di sedici anni, esce in libreria quello che dovrebbe essere il capitolo finale della saga, Rex tremendae maiestatis. Il primo piacere nel leggerlo sta nello scoprire che gli elementi e alcuni personaggi caratterizzanti la serie ci sono tutti. Ancora una volta la vicenda si svolge su piani temporali diversi, l’epoca di Eymerich e un lontanissimo futuro, l’anno 3000. Di nuovo al centro della trama c’è un libro di magia, il Liber Vaccae. Ritorna, ma con una funzione in qualche modo differente rispetto agli episodi precedenti, quello che rappresenta l’unico punto debole, e il più grande terrore dell’inquisitore, la donna, o meglio l’eterno femminino. Compaiono mostri e fenomeni inspiegabili su cui il domenicano dovrà indagare. Nuove teorie scientifiche si intrecciano con antiche
concezioni alchemiche. Ci sono, poi, novità davvero «stuzzicanti». Si assiste per la prima volta ad episodi dell’infanzia dell’inquisitore, fatti che ne hanno profondamente influenzato il carattere e la visione del mondo. E, soprattutto, diversamente dai libri precedenti, Eymerich si troverà a intraprendere un percorso che in qualche maniera lo modificherà, conducendolo al suo destino, a essere, ietzscheanamente, quello che è.

Il tutto narrato con la consueta maestria da Valerio Evangelisti. Maestria nella scrittura, agile e tagliente quasi come il protagonista. Maestria nella caratterizzazione dei personaggi. Maestria nella costruzione dell’intreccio e nella gestione della suspence. E così tra
riferimenti nemmeno troppo nascosti al nostro presente – la Sicilia
dominata dai baroni, avidi e stupidi, con Palermo sepolta
dall’immondizia, ad esempio – e richiami ad antiche leggende, come
quella di Castel dell’Ovo a Napoli, la storia conduce il lettore
attraverso i luoghi forse più densi di fascino e significato del
Mediterraneo: Palermo e Napoli, appunto, ma anche la Sardegna e
Barcellona. Il tutto arricchito da echi della narrativa di Philip K.
Dick, ma pure rinvii alla teoria della curvatura spazio-temporale o agli
archetipi junghiani o ancora all’utilizzo dell’elettroshock di massa.
Senza trascurare vere e proprie citazioni più «popolari», per esempio
del Gesù bambino di Dario Fo o della famosa massima di Sherlock Holmes
secondo la quale «scartato l’impossibile, l’improbabile può racchiudere
la verità» e che lo stesso Eymerich si incarica di rivoltare nel suo
esatto opposto. E forse, il riferimento all’investigatore per
antonomasia può autorizzare a sperare che anche Evangelisti, come
avvenuto in precedenza ad Arthur Conan Doyle, richiamerà dall’oblio a
cui è destinato, il proprio personaggio, riportando ancora una volta
sulla pagina scritta l’inquisitore Nicolas Eymerich.

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